Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme

Ferragosto 2009, è una luminosa giornata e ci lasciamo alle spalle lo scintillante mare d’Abruzzo per inoltrarci nei mistici luoghi dell’Appennino attraversando le valli della Majella e del Monte Morrone. Sulla SP 66 a circa 6 km da Caramanico Terme, nella frazione di San Tommaso, si trova una chiesa intitolata in origine a San Thomas Becket, l’arcivescovo di Canterbury, assassinato nella sua cattedrale nel 1173. La chiesa fu fondata negli anni immediatamente successivi. A finanziarne la costruzione fu il feudatario normanno Riccardo Trogisio. Nel 1219 Onorio III concesse la protezione apostolica e nel 1260 Alessandro IV ufficializzò l’istituzione di una canonica regolare agostiniana. Per sfuggire all’autorità diocesana i canonici di san Tommaso nel 1264 posero la loro chiesa sotto la giurisdizione del monastero di San Lorenzo fuori le Mura di Roma continuando ad osservare però la regola di Sant’Agostino. Nel 1334, a causa di una lunga controversia con l’episcopato teatino e di continue vessazioni da parte di laici, si sottomisero all’Abazia di Santo Spirito di Morrone adottando le regola di San Benedetto. Il monastero fu soppresso successivamente nel 1652 ma la chiesa continuò ad essere officiata dai celestini fino alla soppressione napoleonica nel 1807.

La storia della costruzione di questa chiesa, che conserva tutte le caratteristiche dell’edificio romanico, è stata particolarmente tormentata. Le fonti storiche narrano che l’edificazione iniziò nel 1202 e che il progetto, ab origine grandioso, prevedeva un portico, un pulpito, pilastri compositi all’interno e numerose decorazioni scultoree eseguite da grandi maestri scalpellini. Nel 1219 la costruzione era già terminata ed il progetto iniziale notevolmente semplificato, per motivi sconosciuti. Il portico, infatti non fu più costruito, ma i pilastri che dovevano sorreggerlo sono ancora oggi visibili sulla facciata. Anche l’ambone, di cui rimangono leoni stilofori di fine lavorazione, non fu mai realizzato.Due finestre non previste dal progetto iniziale furono introdotte sulla facciata e le sculture già pronte alla posa sistemate in maniera poco precisa.

Ma prima di addentrarci nelle singolari caratteristiche architettoniche e decorative di questa straordinaria chiesa, che indubbiamente la rendono il più interessante fra i numerosi edifici religiosi del territorio di Caramanico, è necessario risalire il corso della storia fino ai tempi antecedenti alla sua costruzione o forse meglio dire ricostruzione.

La zona di S. Tommaso era già nota dall’VIII secolo d.C. come Paternum ed era interessata da un importante tracciato viario, ancora visibile agli inizi del XIX secolo nell’Atlante del Rizzi Zannoni, che da Interpromium risaliva nei territori di Bolognano e Musellaro, per poi passare sulla destra del fiume Orta all’altezza di Musellaro. Sulla cartografia è inoltre riportato il ponte Luco, ponte in pietra che oltrepassava la profonda gola del fiume, vero e proprio canyon, e di cui si conservano ancora i resti nella contrada Luchi di S. Tommaso.

Proprio lungo questo tracciato vennero rinvenuti nella prima metà del ‘900, all’interno della stessa frazione di S. Tommaso, vari resti riferibili ad un importante santuario antico qui esistente, un pilastro in pietra con base quadrangolare, una testa di Giove in calcare, e soprattutto una quarantina di bronzetti di Ercole datati tra il III – II secolo a.C, importante testimonianza del luogo di culto a cui facevano riferimento le popolazioni autoctone sin da un’epoca precedente la piena romanizzazione. Ercole è indubbiamente la divinità più tipica del pantheon religioso del popolo italico, simboleggiando coraggio e forza fisica. E per queste sue caratteristiche il dio spesso veniva associato ed invocato a protezione delle sorgenti e delle acque salutari . Per poter comprendere i significati del simbolismo così ben esposti dai costruttori della chiesa di S. Tommaso è necessario inoltre evidenziare la collocazione ambientale di questo luogo. A nostro avviso fondamentale per la scelta dell’edificazione di un luogo di culto. Il comune di Caramanico infatti non è solo noto per le sue acque termali curative ma anche per la Riserva Naturale della Valle dell’Orfento, un santuario della natura, un’isola verde posta nella selvaggia valle solcata dal fiume Orfento. La riserva si estende su un territorio di 2606 ha, che si eleva da 500 a 2.600 m. di altitudine, ricoperto da immensi e lussureggianti boschi di faggio solcati da numerosi canyons ricchi di acque e fragorose cascate ed offre naturale dimora a numerose specie animali, anche rare, ed a una popolosa fauna ittica. Non esistono parole che possano descrivere degnamente questo straordinario spettacolo.

Allo stesso modo si rimane affascinati dall’improvviso stagliarsi della chiesa di S. Tommaso sul margine della vallata, dalla sua solitaria eleganza e dalla sua struttura raccolta dal colore ocra, screziato dai segni del tempo.

L’edificio presenta una pianta a tre navate con un unica abside semicircolare. La facciata replica le partizioni interne con il portale centrale e due laterali in corrispondenza delle navate.

Sull’architrave del portale centrale, spicca lo splendido alto rilievo di Cristo in trono benedicente con i dodici Apostoli. (foto 002) Nell’insieme scultoreo è subito evidente la sproporzione delle figure rispetto all’architrave e all’intera facciata della chiesa come a significare un adattamento rispetto a un progetto originario più imponente. Singolare è anche la raffigurazione degli apostoli caratterizzata da una imperativa gestualità delle mani differente l’uno dall’altro, quasi a volerci trasmettere un solenne messaggio rafforzato dalla severità dei loro sguardi.

Siamo ancora coinvolti dalla maestosità dello spettacolo naturale che abbiamo attraversato e che ci ha accompagnato fin lì e ci sembra ovvio vedere riprodotti sulla pietra ricchi elementi floreali che fanno da contraltare alla severità delle effigi proposte dall’architrave. Le spirali dei motivi floreali che fiancheggiano il portale si incrociano tra loro con naturale eleganza sbocciando nei capitelli palmati.

Motivi floreali
Fiore della vita

Gli occhi scorrono i bassorilievi floreali della facciata fino ad incontrare isolate formelle che riproducono in solitaria bellezza perfetti Fiori della Vita, antichissima e universale raffigurazione, presente sia nelle culture orientali che occidentali, quale simbolo solare, esemplificativo della struttura interna del creato ed espressione, attraverso il rapporto aureo, dell’armonica geometria della natura.

Fiore della vita

Altri fiori della vita si ritrovano all’interno della chiesa, incisi su colonne. Ma ecco che su un’altra solitaria formella incontriamo il ghigno sarcastico germogliante fogliame di un Green Man. Inaspettato incontro di un altro simbolo universale. Il Green Man, nelle sue varianti raffigurative, è collegato alle divinità silvestri pagane, primariamente identificativo del primaverile risveglio della natura e quindi simbolo di ciclica rinascita. La famosa Cappella di Rosslyn in Scozia, nota per la sua ricca e discussa simbologia, e per il suo legame con l’Ordine dei Cavalieri Templari, ne possiede più di cento raffigurazioni. Ma questo non appare l’unico legame tra le due chiese.

Green Man sulla facciata della Chiesa di San Tommaso
Green Man della Cappella di Rosslyn

Infatti poco distante dal Green Man spicca il basso rilievo di quella che sembra una pannocchia in un filare di mais. E questo ci porta a considerare l’epoca di edificazione della chiesa (1202 d.C.) di S. Tommaso, la successiva scoperta del Nuovo Continente (1492 d.C.) ed i dibattuti viaggi oltreoceano dei Cavalieri Templari.

Pannocchia di mais

A destra del portale si svolge su una formella la singola spira di un serpente a testa in giù . Questa rappresentazione rovesciata ci risulta strana e perciò decidiamo di girare l’immagine fotografica di 180° per visualizzarla più chiaramente.

Ed è così che si rivela la raffigurazione di un serpente cornuto con quello che sembrerebbe un collare (forse un torquis). La particolarità di questo motivo ci riporta alla memoria un elemento tipico dell’articolata figura del Kernunnos di cui la più conosciuta rappresentazione si trova sul Calderone di Gundestrup di origine celtica (I secolo a.C.). Il Kernunnos, abitualmente raffigurato con lunghi e fini palchi di cervo, circondato di animali selvatici, è per la mitologia celtica il dio della natura che governa su tutti gli animali selvatici e sulle foreste ed è anche considerato dio della virilità. Solitamente è adornato da un torquis al collo, tiene in una mano un serpente cornuto e con l’altra mostra un torquis che nei racconti mitologici viene consegnato ad un adepto quale segno di iniziazione. Ma la rappresentazione del Kernunnos risulta di origine ancora più antica essendo già presente nelle incisioni rupestri della Valcamonica (IV secolo a.C.).

Calderone di Gundestrup

Incisa in alto e solitaria, appare infine quella che sembra la rappresentazione stilizzata di un’aquila in volo.

Nella calda giornata di metà agosto veniamo accolti dalle fresche navate della chiesa e dall’inconsueta presenza di quattro leoni stilofori posti quasi a guardia della navata principale e della cripta. Fanno corona all’altare gli affreschi di quattro colonne rosse e verdi, disposte simmetricamente rispetto ad una luminosa monofora centrale. L’abside illuminato rivela un’inscrizione solo parzialmente leggibile che conferma la sacralità e l’antichità del luogo già note ai costruttori dell’attuale chiesa (Vetustum Hoc Templum…)

Tra i vari affreschi duecenteschi presenti all’interno della chiesa di particolare interesse è quello di San Cristoforo realizzato su uno dei pilastri della navata principale.

San Cristoforo

Per cogliere il significato simbolico di questa raffigurazione all’interno di questa particolare chiesa è utile ripercorrere il racconto della leggenda del Santo così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo Légendes du Vieux Paris:

“Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte. “Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa, la schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada e il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che tu sei meno potente di lui, allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? Chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. “Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.” La figura di S. Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto tradizionalmente col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti. L’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene ulteriormente rafforzata da particolari pittorici che ne suggellano l’unione. Il fatto che l’esecutore dell’affresco avesse la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducesse fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo, secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata secondo linee incrociate simili a quelle che, a dire degli alchimisti, si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “ oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Cristoforo Portatore di Gesù Bambino ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di perpetua rigenerazione. La raffinatezza insita nel procedimento sembra voler essere ancor più sottolineata dal fatto che il gigante non è raffigurato con il bastone o albero sradicato dell’iconografia classica ma con una sottile bacchetta fiorita.

Colonna Santa

Ulteriore singolare elemento dell’interno della chiesa è la cosiddetta “Colonna Santa”. La colonna, di forma quadrangolare, è inserita nella navata destra ed è diversa da tutte le altre, essendo ricavata da un blocco monolitico che costituisce un esile stelo che poggia su una sproporzionata zoccolatura ed è sormontato da un altrettanto sproporzionato capitello riccamente decorato da tralci serpeggianti e foglie palmate. Tra la florida vegetazione spicca, su uno dei suoi quattro angoli, la figura di un altro Green Man. La colonna è detta Santa perché la tradizione popolare la vuole portata sul posto da un angelo e alla pietra che la costituisce vengono attribuite proprietà risanatrici.

Green Man sul capitello

La colonna è attualmente racchiusa in un vetro protettivo. Il suo culto è infatti fortemente radicato, e sicuramente non estinto, prova ne è il fatto che la sua parte inferiore è nettamente assottigliata e a tratti erosa dai devoti strofinamenti e dall’asportazione di suoi frammenti. La sua diversità architettonica e la particolare devozione popolare di stampo decisamente pagano, ci fanno dedurre che la colonna probabilmente appartenesse originariamente ad un altro sito di culto, verosimilmente lo stesso di cui si sono rinvenuti i resti nel ‘900 (vedi sopra) tra cui una colonna monolitica a base quadrangolare.

Base della Colonna Santa

Altrettanto singolare e di indubbia appartenenza a precedenti culti pagani ci sembra l’esistenza di un pozzo d’acqua alloggiato nella cripta al di sotto dell’altare a cui si accede attraverso una ripida gradinata vegliata da due leoni stilofori. La presenza di pozzi sacri all’interno delle chiesa gotiche medievali non è una rarità. Ne troviamo descrizione storiche a Parigi nell’abazia di Sain Germain-des-Pres e a Saint-Marcel, a Marne nella basilica di Notre-Dame de Lépine e nella chiesa di Notre-Dame de Limoux a Aude. L’acqua che si attingeva da questi pozzi era considerata di grandi virtù curative e veniva utilizzate per la cura di alcune malattie. La presenza di acqua curativa in un luogo sacro rimanda anche alla tradizione esoterica della Fontana di Giovinezza, leggendaria sorgente simbolo d’immortalità e di eterna gioventù presente nelle leggende di molte culture. Suggestivo è anche il legame simbolico che viene a crearsi tra questa fonte curativa e la rappresentazione alchemica di San Cristoforo quale simbolo mercuriale altrimenti detto Fontana di Giovinezza.

Pozzo nella cripta

Anche la presenza di questa fonte è a nostro avviso da ricollegare ad un precedente antico sito di culto, indizio ne sarebbe il ritrovamento in zona di circa una quarantina di statuette di Ercole, dio delle acque salutari oltre che indomito guerriero.

Lasciando l’incredibile connubio di simbolismo pagano-ermetico-cristiano racchiuso in questo straordinario edificio ecclesiastico, un simbolo ben noto ci saluta quasi a voler racchiudere in un unico elemento l’intero suo contenuto: la croce patente.

Benché non vi siano espliciti elementi che ricolleghino la storia di questa chiesa con l’ordine dei Cavalieri Templari diversi sono gli elementi che rimandano ad un loro possibile legame. Non vi è neanche un sicuro legame storico tra i Templari e Thomas Becket. Certo è che Thomas Becket è stato indubbiamente un personaggio di grande fama e rilievo storico, venerato come santo e martire dalla chiesa cattolica ed anglicana dopo che fu ucciso nella cattedrale di Canterbury (forse per ordine del sovrano Enrico II), a cui vennero dedicati diversi edifici ecclesiastici.

Un indizio storico di un possibile legame risiede nella sovvenzione che i Templari ricevettero da parte di Enrico II per una nuova crociata in Terra Santa come sorta d’indennizzo per la morte dell’arcivescovo. Ulteriore punto di contatto parrebbe il legame con l’ordine Benedettino che ospitò l’arcivescovo di Canterbury durante il suo esilio francese ed il noto legame dei frati con i Cavalieri Templari. Anche la dedica a Thomas Becket della chiesa sita a Cabriolo (Parma), in origine cappella di una mansio Templare, ci evidenzia questo possibile legame.

Siamo tornati sui nostri passi, dopo un anno che ci ha sorpresi più volte a ripensare all’incanto di questa opera d’arte. Siamo tornati perché sentivamo che ancora qualcosa avrebbe suscitato la nostra meraviglia. Nella nostra prima visita infatti avevamo cercato più stretti legami del luogo con la cultura templare, adesso speravamo di trovare l’antico simbolo della Triplice Cinta che viene frequentemente associata a luoghi di appartenenza templare. La ricerca non è sempre facile dato che la posizione in cui essa viene ritrovata non risponde a canoni precisi e può sfuggire alla vista soprattutto se la luce del luogo non cade radente ai muri in modo tale da evidenziare l’incisione.

Poiché la Triplice Cinta viene ritrovata in varie collocazioni: muri, soglie, sedili di chiostri e pavimenti abbiamo scrutato a lungo con meticolosità l’interno della chiesa ed uscendo, i suoi bei portali e la pavimentazione perimetrale ma nessun segno e nessun piccolo incrocio evidenziava il particolare tracciato.

Per ottenere un maggior dettaglio delle mura fortemente illuminate dal sole, siamo ricorsi al teleobiettivo della telecamera che ci ha permesso di avvicinare anche le superfici perimetrali sotto il margine del tetto. E lì finalmente una Triplice Cinta, parzialmente nascosta da materiale cementizio sovrapposto, si è rivelata ad un’altezza di circa 10 metri dal suolo, sulla parete posteriore est della navata di destra.

Triplice Cinta

La sua posizione inconsueta convalida l’ipotesi di un suo utilizzo come simbolo, di cui peraltro ne rimane sconosciuto il vero significato ma certamente esclude, almeno in questo caso, il suo utilizzo come tabula lusoria.

Azzardiamo quindi un’ipotesi: la Triplice è forse un trait d’union tra l’Ordine Monastico Benedettino e l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone? Ci poniamo questa domanda e ci ripromettiamo di cercare risposta nei monasteri d’Abruzzo fondati dall’Ordine Benedettino, i cui cenobiti ebbero un ruolo fondamentale nel dare corso alla riconquista della Terra Santa. Ricordiamo peraltro che in Francia, durante il Concilio di Clermont nell’anno 1095, furono i benedettini Abate Ugo di Cluny e Papa Urbano II, che fu priore della stessa abbazia, e un ristretto gruppo di nobili, tra cui Goffredo di Buglione, ad elaborare la decisione di convocare la “Prima Crociata” in Terra Santa. Da lì origineranno le enigmatiche vicende del primo ordine monastico-guerriero.

Bibliografia

  1. L’altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, iTrofei
  2. Il Mistero delle Cattedrali gotiche, Fulcanelli, ed. Mediterrane

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Oratorio di San Pellegrino a Bominaco

Dall’altopiano di Navelli, a circa 1000 metri d’altezza, l’Oratorio di San Pellegrino e la Chiesa di Santa Maria Assunta, dominano sulla via Appulo Sannitica, meglio nota come statale 17, che collega le città di Foggia e L’Aquila. Da qui si gode di una vista degna di una falcone in quota e la piacevole brezza che si leva dalla vallata rinfresca l’accaldato visitatore nelle più assolate giornate estive. Le due chiese facevano parte originariamente di un unico complesso monastico benedettino nel comune di Bominaco un tempo noto come Momenaco. Le origini del complesso risalgono tra il III e IV secolo epoca in cui un missionario laico, San Pellegrino, giunto dalla Siria in Italia subì il martirio. Sul luogo della sua sepoltura fu inizialmente costruito un sacello e successivamente una chiesa nell’VIII secolo. Anche Carlo Magno fu legato alla storia di questo luogo santo, dato che donò alla chiesa 500 mogge (circa 170 ettari) di terra e la mise sotto la protezione dell’Abazia di Farfa. Da allora la comunità benedettina fiorì insieme alle genti del luogo coinvolte nelle numerose attività dei frati. Grazie alle conoscenze dei frati furono avviate nel territorio vere e proprie aziende agricole con poli di smistamento commerciale e fiorirono le arti. Nel 1001 il cenobio divenne indipendente da Farfa e tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo fu costruita nel complesso monastico la Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta. Nel 1423 il complesso monastico non fu risparmiato dalla guerra scatenata dal condottiero Braccio da Montone che minacciò seriamente lo Stato Pontificio. Fu per riconoscenza alla nobiltà aquilana che aveva fermato l’avanzare del condottiero ponendo fine alla sua esistenza, che il Sommo Pontefice concesse il patronato sull’abazia di Bominaco al Conte di Forfona. A lui fu concesso anche il diritto di nominare l’Abate. Ciò sconvolse l’ordinamento monastico in quanto la figura dell’Abate, Padre e Maestro, veniva eletta da sempre dalla stessa comunità monastica. I monaci abbandonarono dunque Bominaco agli inizi del ‘500, la loro meta è tutt’ora ignota. Fu così che la curia romana si impadronì della ricchezza generata dai monaci. Infatti le abazie che venivano col tempo “acquisite” diventavano per lo Stato Pontificio delle ricche prebende da concedere ai dignitari dell’alta gerarchia ecclesiastica composta per lo più da cardinali. Nel 1750 una bolla di Benedetto XIV fece diventare l’abazia di Bominaco una semplice parrocchia sotto la giurisdizione del vescovo di L’Aquila.

Oratorio San Pellegrino
Oratorio San Pellegrino Pronao

Benché l’esterno dell’Oratorio di San Pellegrino si presenti austero nella sua semplicità, al suo ingresso, il visitatore si trova immerso in un affrescato universo policromo che lo avvolge lasciandolo attonito. Gli affreschi sono stati realizzati sia sulle pareti laterali che sulle volte del tetto senza soluzioni di continuo. Numerosi sono i temi raffigurati seguendo come filo discorsivo la vita di Gesù Cristo. Vengono così rappresentati la scena dell’Annunciazione, la Natività, la presentazione di Gesù al Tempio, l’ingresso trionfale a Gerusalemme la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, la deposizione e la sepoltura del Cristo. Non sono invece raffigurate le scene che riguardano la Crocefissione e la Resurrezione. Difficile pensare ad una dimenticanza…..

Affreschi Navata

Ma gli affreschi che ci colpiscono maggiormente sono quelli a cui generalmente non viene dato risalto forse perché “imbarazzanti” per una chiesa cattolica. Di uno di questi ci siamo già occupati nel post dedicato a San Cristoforo. Oltre al simbolismo alchemico della figura del Santo vogliamo ricordare il suo legame con la divinità egizia Anubi, raffigurata col corpo di uomo e la testa di cane e custode del mondo dei morti. Nel Medioevo il culto di San Cristoforo era largamente diffuso sia in Oriente che in Occidente. La festa del santo si celebrava in occidente il 25 luglio (nel 1969 la Chiesa ha tuttavia rimosso la celebrazione dal calendario dei santi). La sua festa cadeva durante la canicola, periodo che andava dal 25 luglio al 26 agosto, quando Sirio la splendente stella della costellazione del Cane Maggiore aveva la sua levata eliaca. Motivo per cui il santo veniva raffigurato nell’iconografia bizantina come Santo Cinocefalo. In Francia e Germania era usanza il 25 luglio sacrificare a San Cristoforo un gallo, proprio come narrava Plutarco era usanza fare in Egitto per Anubi. San Cristoforo nelle antiche raffigurazioni era dipinto anche con una veste particolarmente decorata, con mantello e cintola e una fronda di palma o un albero sradicato in mano, questi ultimi due elementi caratteristici anche delle raffigurazioni di Anubi. Il fatto che le immagini del santo rappresentino una semplice cristianizzazione delle immagini del dio egizio è inoltre attestato dal fatto che spesso statue del santo venissero poste all’ingresso delle chiese con la funzione di custode proprio come Anubi era il guardiano dell’oltretomba.

San Cristoforo Cinocefalo
La “Pesatura delle anime”

Nel nostro Oratorio di Bominaco la figura del santo è posta sulla parete d’ingresso immediatamente a destra del portale. Nel nostro caso il suo legame con la divinità egizia appare rafforzato dalla presenza di un’altra raffigurazione che si trova sulla parete destra della chiesa in prossimità dell’ingresso: la Psicostasia ossia l’antico rito della pesatura delle anime.

Con il termine Psicostasia si indica la cerimonia, raffigurata nel Libro dei Morti dell’antica religione egizia, a cui il defunto veniva sottoposto prima di poter accedere all’oltre vita. Nella cerimonia il defunto viene accompagnato da Anubi al cospetto dei giudici. Anubi si occupa anche della pesatura materiale del cuore del defunto raffigurato da un vaso che viene posto su di un piatto della bilancia, mentre sul piatto opposto viene posta Maat (la giustizia) raffigurata da una piuma. Thot, dio della saggezza prende nota del risultato della pesatura sul suo “Libro della Vita”. Se il cuore, sorta di “scatola nera” delle azioni compiute in vita bilancerà la piuma, allora il defunto sarà dichiarato “giusto” ed ammesso al regno dei morti. In caso contrario, il cuore verrà dato in pasto ad Ammit, posto ai piedi della bilancia, essere composito raffigurato con la testa di coccodrillo, leone nella parte anteriore del corpo ed ippopotamo nella parte posteriore. Alla fine del rito il defunto “giusto” viene presentato da Horus ad Osiride il dio dell’oltretomba.

Thot con Ammit
Dea Tuart

Lo studioso Adrian Gilbert ci dà un’interpretazione un po’ diversa del rito della pesatura della anime. Secondo Gilbert il rito avveniva all’interno della Grande Piramide nella Camera del Re. In base al risultato della pesatura, l’anima del morto poteva lasciare la terra e congiungersi ad Osiride nel mondo celeste oppure essere inghiottita non dal mostro Ammit ma dalla dea Tuart, anche lei dall’aspetto poco rassicurante , molto simile ad Ammit, con la testa di coccodrillo ed il corpo di leone. Una particolarità ancora non chiara della famosa Camera del Re è la presenza di due pozzi, cosiddetti perché si è ipotizzato una loro funzione di areazione. In realtà questi condotti sembrano essere dei puntatori celesti indirizzati uno a sud che al tempo della costruzione della piramide puntava al punto di culminazione alla stella Al-Nitak nella cintura di Orione, mentre l’altro pozzo era orientato verso la stella polare di allora Alfa-Draconis. Mentre Osiride è associato alla costellazione di Orione che quindi rappresenta il paradiso, la Stella Polare è simboleggiata dalla dea Tuart. Due erano dunque i possibili destini dell’anima: congiungersi ad Osiride nell’oltre vita o essere divorata da Tuart per rinascere nuovamente sulla terra. La dea infatti era raffigurata sempre in stato di gravidanza avanzata, essendo considerata anche la divinità protettrice delle donne incinte. La reincarnazione era dunque considerata una seconda chance per cercare di guadagnare nuovamente il paradiso. Questa interpretazione renderebbe il culto egizio simile alle religioni orientali ma anche al credo cristiano gnostico. Nell’oratorio di Bominaco il rito della “pesatura delle anime” non è rappresentato nei termini egizi ma come veniva raffigurata nell’epoca medioevale, come risulta da quei pochi esemplari che rimangono visibili oggi. Spesso nelle fasi di ristrutturazione delle chiese alcuni affreschi venivano ricoperti da altri nuovi, più conformi ai dettami del credo vigente.

Oratorio San Pellegrino – San Michele e la Pesatura delle Anime

Nel nostro caso colui che presiede al rito della pesatura è San Michele che regge la bilancia. Sui due piatti della bilancia vi sono le anime giudicate, rappresentati come piccoli uomini a bordo di un vascello, come si intende dalla presenza di una polena. (Un volto è cancellato forse qualcuno non gradiva assomigliare a qualche anima dannata). San Michele, alter ego di Thot, regge in una mano la bilancia e nell’altra un globo con raffigurata una croce con l’estremo inferiore a doppio uncino (ancora crociforme). Nelle icone bizantine San Michele è raffigurato generalmente con espressione seria, occhi grandi e allungati, vesti molto ricche, simili a quelle degli imperatori e in mano regge il globo o la bilancia. La cosa suggestiva di questa raffigurazione è l’evidente richiamo della croce con doppio uncino ad un altro simbolo cruciforme di significato dualistico l’Abraxas.

Abraxas

Con questo nome gli gnostici chiamavano l’Eone Supremo, la conciliazione del Bene e del Male, il dio creatore del mondo divino. Questo dio era distinto da quello della Bibbia, che per gli gnostici aveva solo creato l’imperfetto mondo materiale quale Demiurgo. L’Abraxas viene infatti citato nei papiri di Nag Hammâdi, fonti dirette dell’antico gnosticismo. Ciò rappresenta un tangibile legame di discendenza culturale dell’ordine benedettino dal cenobitismo di San Pacomio, monaco egiziano, ex militare, vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Ricordiamo che i papiri di Nag Hammâdi, contengono ciò che è scampato alla furia distruttrice del cattolicesimo: i Vangeli Gnostici e altri scritti appartenenti al Corpus Hermeticum. Sono per l’esattezza 13 papiri, che furono ritrovati nel 1945 in una giara di terracotta da pastori del villaggio di al-Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell’isola di Nag Hammâdi. I monaci li avevano verosimilmente occultati per non farli distruggere quando lo gnosticismo venne giudicato un’eresia da parte della nascente chiesa cattolica. Ricordiamo che il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia grazie anche all’incontro con l’abate Servando, latore della regola pacomiana, avvenuto presso il Protocenobio di San Sebastiano ad Alatri.

Viverna
Grifone

Quali elementi verticali di divisione della navata troviamo due plutei affiancati rappresentanti il destro una viverna e il sinistro un grifo, insieme costituivano il divisorio tra i battezzati e catecumeni.

Il grifone è un mostro favoloso con testa, ali e artigli d’aquila, corpo e zampe posteriori di leone. L’origine del tema iconografico risiede in Mesopotamia e in Egitto intorno al 3000 a.C. Spesso presente come tema decorativo nell’arte dell’antica Persia, il grifone divenne per gli Ebrei il simbolo della dottrina persiana dei Magi. Nell’Anatolia, assunse la funzione simbolica di guardiano dell’oro iperboreo, sorvegliante della mistica coppa di Dioniso. Nel simbolismo cristiano indica la duplice natura di Cristo: divina, rappresentata dall’aquila e, terrena, simboleggiata dal leone. Il simbolo del grifone era inoltre raffigurato, con la funzione di psicopompo, sui sarcofagi etruschi e romani. Fu poi eletto a guardiano della tomba e della risurrezione sui sarcofagi della prima arte cristiana. Come sul sarcofago merovingio di Charentondu-Cher, risalente al VII secolo, in cui vengono raffigurati diversi grifoni affrontati intorno a un calice, da alcuni interpretato come fonte di vita, da altri come calice eucaristico. Anche nel caso dell’Oratorio di San Pellegrino ritroviamo questo fantastico animale come custode del calice. Frequentemente la raffigurazione di una coppia di grifoni affrontati sono posti a custodia dell’albero della vita nell’arte di origine orientale. Il grifone inoltre nel simbolismo della mistica dell’ascesi può acquistare il significato di animale custode del viaggio iniziatico e dunque custode dell’immortalità.

La viverna è una creatura leggendaria simile al drago, se ne differenzia per il fatto di avere dimensioni inferiori, solo due zampe e per la caratteristica coda ad uncino o simile ad un serpente. Questo particolare animale fantastico durante il medioevo era considerato di grande utilità per la stregoneria, in relazione alla loro naturale affinità con gli incantamenti. Da un punto di vista ornamentale la viverna, insieme al drago, veniva utilizzata frequentemente nel medioevo per decorare stipiti ed architravi, spesso con associati tralci di vegetazione e fiori che scaturivano dalle loro fauci come nel motivo del Green Man. Nell’antico Oriente il drago rappresenta una divinità benefica connessa all’elemento acquatico. Mentre nella cultura cristiana cattolica è un simbolo malefico associato a Satana. Il drago incatenato o sottomesso ai piedi di un santo o della Vergine simboleggia per i cattolici della sacra romana chiesa la sconfitta del male.

Tuttavia per il resto del mondo il simbolo del drago o del serpente, il termine latino draco viene tradotto infatti sia “drago” sia ”serpente”, ha tutt’altro significato. Nell’antico Egitto il serpente era simbolo di conoscenza e saggezza e per questo motivo era presente sulle corone dei faraoni (Ureo). Nelle civiltà dell’America precolombiana era venerato il Serpente Piumato. Questa divinità, conosciuta con diversi appellativi, Quetzalcoatl per gli Aztechi, Kukulkan per i Maya, Gukumatz per i Quichè, era strettamente legata al sapere. Il Serpente Piumato aveva portato a questi popoli le conoscenze astronomiche, agricole e del computo del tempo. Altri detentori del sapere sono associati al simbolo del serpente. Mercurio, Hermes per i Greci, dio dell’eloquenza reggeva il caratteristico caduceo: due serpenti attorcigliati attorno ad un bastone. Ma lo stesso caduceo è retto anche da Ermete Trismegisto, il leggendario maestro di sapienza ed autore del Corpus Hermeticum, di cui abbiamo già accennato riguardo il ritrovamento dei Vangeli Gnostici a Nag Hammâdi. Il simbolo del serpente è infatti legato alla conoscenza anche per gli gnostici cristiani. Vi fu una particolare corrente gnostica nel II secolo che venerava la figura del serpente : gli Ofiti, dal greco ὄφις, “serpente” o Naasseni dall’ebraico nâhâsh, “serpente”. Anche per gli Ofiti il serpente era ritenuto donatore della conoscenza gli uomini. In particolare essi credevano che il Dio del Vecchio Testamento, creatore del mondo materiale quale Demiurgo, ma inferiore al Dio Supremo Padre di tutti avesse creato Adamo ed Eva, i primi uomini, per essere venerato da loro e li aveva rinchiusi nel giardino dell’Eden. Ma Sophia (la Saggezza) mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito (la mela) per risvegliare la loro conoscenza (gnosi) i cui livelli erano superiori a quelli del Demiurgo Yahweh. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all’insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, a causa del Demiurgo, restava sopita. E’ infatti mangiandoil frutto dell’Albero della Conoscenza che Adamo ed Eva conoscono la Verità: il Dio creatore è un Dio inferiore.

Questo legame del serpente con il “risveglio” e la conoscenza rivelata è anche presente nella cultura indiana. Non a caso lo gnosticismo ha molto in comune con le concezioni di base dei Veda dell’antica India. Il parallelo più evidente è presente nel nome: la parola “Veda” significa “Conoscenza”, proprio come la parola “gnosi”. Nella filosofia dello Yoga indiano il serpente arrotolato e addormentato è il simbolo di Kundalini: la conoscenza assopita che risiede nel perineo, alla base della colonna vertebrale. Tramite le tecniche Yoga essa viene risvegliata e risale lungo la colonna, attraversando i sette punti di forza denominati Chakra per giungere all’apice del capo fino a sfociare dalla sutura cranica (l’aureola dei santi cristiani può forse essere considerata un simbolo di illuminazione?). La manifestazione del risveglio della Kundalini è la consapevolezza e la conoscenza del passato presente e futuro, un’espansione della coscienza.

Il nostro viaggio partito dall’Abruzzo è terminato in India per dimostrare ancora una volta il potere del simbolo quale filo conduttore delle aspirazioni verso il divino che accomuna popoli e religioni. Il simbolo supera i concetti di tempo e spazio per diventare conoscenza universale, forse rivelata?

Bibliografia:

  1. Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, James Hall, Longanesi
  2. Bominaco, Serafino Lo Iacono OSB., Bominaco 1995
  3. Treccani.it, Enciclopedia dell’Arte Medioevale
  4. La Triplice Via del Fuoco nel Mosaico di Otranto, Francesco Corona, Atanòr
  5. I Re Pellegrini, Adrian Gilbran, Corbaccio
  6. I Vangeli Gnostici, Elaine Pagels, Oscar Mondadori
  7. Il Libro dei Morti degli Antichi Egiziani, G. Kolpaktchy – D. Piantadina, Atanòr

Il Mandylion di Manoppello

Il Volto Santo nel Santuario di Manoppello (foro di Ra Boe)Nell’Agosto del 2009 arriviamo al Santuario di Manoppello. E’ circondanto dal verde dei boschi della Majella che mitigano il gran caldo della giornata estiva. Siamo entusiasti dei grandiosi panorami che ci hanno accompagnato lungo il viaggio dalla costa fino all’entroterra abruzzese sempre ricco di scorci mozzafiato, di luci e colori che ti entrano nel cuore, di terre e campi coltivati di cui assaporiamo già il gusto dei frutti che producono. Olio, verdura, frutta, grano…. già grano perché Manoppello deriva il suo nome dall’epoca romana, infatti indica il mazzo di spighe stretto dalla mano.
Le grandi vallate si insinuano nelle scure montagne in lontananza e si rimane in silenzio ad ammirare. Perché lì c’è tutto il senso dell’uomo e della natura. La fatica del lavoro e la ricerca del soprannaturale in noi e nell’architettura dell’universo.
Siamo arrivati e siamo contenti perché viaggiare in queste campagne rilassa la mente e ben dispone ad apprezzare quello che s’incontra lungo le strade cammin facendo. Sopra a tutto, sempre, nei nostri girovagare per l’Abruzzo abbiamo sentito con forza la presenza di un vitale spiritus loci e il profumo del passato che ancora inebria chi cerca dentro di se le radici vigorose di antiche culture. E Manoppello non ci delude.
Il Santuario del Volto Santo ci ricorda qualcosa, ma noi stiamo cercando i segni nascosti, quelli che si leggono sui capitelli di antiche colonne o sotto affresci scrostati che lasciano trasparire altre pitture murarie più antiche e più sincere, finché “lo strano”, “il fuori posto” ci ritorna davanti in primo piano “a tutto schermo”: è come se la Basilica di Collemaggio fosse stata trasportata li con diverse forme ma con tutto il suo fascino di rosea bomboniera… Che dono nascondono? Perchè?
Perché due costruzioni così distanti nel tempo e così simili nella facciata decorata a pietre alternate bianche e rosa, tali da sembrare un lieve velo di pizzo? Che cosa ricoprono con tanta delicatezza?
Certo il Santuario di Manoppello custodisce con devozione il Santo Volto di Gesù ossia il telo che reca l’impronta acheropita del viso del Cristo mentre la Basilica di Collemaggio ospita e venera le spoglie del “povero eremita” Pietro Angeleri che nel 1294 diventò Papa con il nome di Celestino V.
E allora esiste forse una sottile trama che lega queste due reliquie e che intesse le facciate di questi due monumenti? E’ necessario a questo punto ripercorrere la storia medioevale per azzardare qualche ipotesi.
Santuario del Volto Santo (Manoppello) – Basilica di Collemaggio (L’Aquila)
Nel 302 A.C. in Mesopotamia, nella regione chiamata Osroene, situata tra i monti dell’Antitauro ed il fiume Balikh affluente dell’Eufrate, venne fondata da Seleuco, generale di Alessandro Magno, la citta di Edessa.
La dinastia dei seleucidi mantenne il controllo della città e dell’Osroene per circa due secoli finché nel 130 A.C., la dinastia di Aryu conquistò il trono di Edessa. Questi re, che si tramandarono nel tempo il nome Abgar riuscirono a mantenere l’autorità ed il potere sfruttando la loro posizione di stato cuscinetto tra la Partia a est e la Siria Romana a ovest.
Tra alterne vicende politiche e aspre battaglie nel 212 D.C. sotto il figlio di Abgar VIII il Grande, Edessa ed il suo principato persero l’indipendenza diventando dapprima colonia romana fino all’annessione all’Impero Romano.
L’ultimo degli Abgar istitituì il cristianesimo come religione di stato.
Il mondo cristiano del primo millennio conobbe Edessa soprattutto per il possesso dell’immagine miracolosa di Gesù: il Santo Mandylion.
Secondo la leggenda il re Abgar V, afflitto da grave infermità e venuto a conoscenza del potere taumaturgico e dei miracoli che Gesù compiva in Galilea, mandò tre suoi funzionari di corte a Gerusalemme con uno scritto nel quale invitava Gesù a recarsi ad Edessa dove sarebbe stato accolto come il Redentore, affinché gli desse sollievo dai suoi mali. I tre incontrarono Gesù e in quell’occasione l’artista e segretario di Abgar, Hannan ebbe modo di ritrarre il viso del Maestro.
Comunque sia Gesù declinò l’invito promettendo che una volta portato a compimento il suo mandato divino avrebbe sollevato Abgar dalle sofferenze in quanto aveva creduto in lui pur senza vederlo. Nella lettera di risposta pare infatti che Gesù dica: “…coloro che mi vedranno non mi crederanno e coloro che non mi vedranno mi crederanno e vivranno…”
Secondo la leggenda dopo la morte di Gesù, l’apostolo Tommaso inviò Taddeo, uno dei settanta discepoli, alla corte di Edessa dove Abgar, colpito dalla trasfigurazione miracolosamente apparsa sul viso di Taddeo, guarì immediatamente dalla malattia e, essendosi convertito al cristianesimo, Edessa diventò la prima città cristiana.
In questo contesto si inserisce il ritratto di Gesù dipinto dal segretario di corte Hannan. Infatti Abgar tenne in gran considerazione l’immagine di Gesù che non aveva avuto modo di conoscere ma che aveva operato per la sua guarigione miracolosa.
Altre fonti e tradizioni considerano il Mandylion sia il telo usato da Gesù dopo essere stato battezzato da Giovanni nel Giordano, sia il velo con il quale Santa Veronica pulì il viso del Maestro dal sangue durante la passione verso il Monte Calvario. Sul velo infatti rimasero miracolosamente impresse le fattezze del Cristo. L’esistenza di Santa Veronica non é provata e molto probabilmente il suo nome deriva dal latino “vera icona” ossia vera immagine, come nel medioevo venivano chiamate le raffigurazioni di Gesù che pur essendo copie erano venerate poichè dipinte a sua vera simiglianza.
Alla morte di Abgar V nel 50 D.C. ad Edessa vennero ripristinati i culti pagani ma i cristiani nonostante le persecuzioni misero al sicuro nelle mura della città il Mandylion originale ed il carteggio intercorso tra Abgar e Gesù.
Nel II secolo D.C. sotto Abgar VIII il Grande, Edessa tornò città cristiana e ben tre secoli dopo, cioè sotto l’Impero Romano d’Oriente, la vera icona del viso di Gesù venne ritrovata e assunse il valore di preziosissima reliquia, incrementando l’arrivo di pellegrini da tutto il mondo cristiano.
Carta Politica del Vicino Oriente nel 1135 (by Mapmaster)
Nel 639 D.C. gli Arabi conquistarono la Mesopotamia settentrionale ed Edessa con la sua reliquia. Bisanzio nel 943 D.C. chiese ed ottenne dagli Arabi la restituzione del Santo Mandylion che fu trionfalmente esposto a Costantinopoli nella Cattedrale di Santa Sofia e in seguito conservato nel Palazzo Imperiale. Fino al saccheggio di Costantinopoli del 1204 il Mandylion era elencato tra i tesori imperiali ma da allora della sacra Vera Icona bizantina non se ne ha più traccia.
In epoca medioevale tutta la cristianità venerava l’ormai perduto Volto Santo quale reale impronta del viso di Gesù prima della crocefissione, cioè l’unico oggetto, nascosto chissà dove, impregnato del sangue di Cristo oltre che raffigurante le sue vere sembianze.
In questo fervore religioso si mosse dalla Francia alla ricerca del Mandylion anche “l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo” i Templari.
In virtù del loro statuto i Templari come ordine indipendente non sottoposto ad alcuna autorità, nè politica, nè ecclesiastica, con l’eccezione di quella del Pontefice, godevano di libertà d’azione ed è plausibile che, sospettando che non il vero Mandylion fosse stato consegnato a Bisanzio, bensì una copia, e che quindi fosse ancora custodito segretamente ad Edessa, avessero indirizzato presso quella città la ricerca della leggendaria reliquia. Fu trovata? Dove fu portata per essere nuovamente esposta come vessillo di fede o per essere più probabilmente conservata in un sacro e recondito nascondiglio?
Sappiamo che esistono in Italia almeno tre Mandylion arrivati attraverso svariati passaggi di mano. Attualmente sono esposti a Genova, a Roma e a Manoppello.
Dei primi due possiamo escudere che si trattino del dipinto di Hannan infatti probabilmente la reliquia di Genova è una copia donata nel 1400 al doge Montaldo dall’imperatore bizantino Giovanni V Paleologo. Il dipinto di Roma conservato attualmente in Vaticano è addirittura eseguito su tavola. Ma che dire del Mandylion di Manoppello? La locazione geografica di questa cittadina abruzzese in provincia di Pescara è di per sè interessante. Infatti si trova presso le pendici del massiccio della Majella e il sito è frequentato almeno dall’epoca romana tant’è vero che in prossimità della cittadina è stata rinvenuta una villa patrizia databile intorno al I secolo A.C., oggetto di recenti scavi archeologici.
Da Manoppello risalendo la Majella verso sud si giunge a Roccamorice dove si trova l’antico eremo celestiniano di Santo Spirito.
Eremo di Santo Spirito (Roccamorice)
In Abruzzo, nell’Alto Medioevo, tra il Monte Morrone ed il massiccio della Majella, nacque e si diffuse l’eremitismo. Le rocce calcaree scavate da numerosi corsi d’acqua offrivano ai monaci che ricercavano il contatto con il divino attraverso la meditazione in solitudine e il ritorno alla povertà del Cristianesimo primitivo, grotte e ripari che furono adattati nel tempo con la costruzione di piccole cappelle e dormitori. Lo stesso Petrarca definì queste montagne “domus Christi”.
L’eremo di Santo Spirito ospitò nel 1246 Pietro da Morrone che sarebbe diventato Papa nel 1294 con il nome di Celestino V.
La figura di questo eremita è decisamente insolita sia per la sua storia, così come ci viene raccontata, che suscita comunque interrogativi, sia per quello che le sue azioni svelano senza rivelare appieno. La sua stessa nascita (1209-1215?) ed il suo cognome (Angelerio-Angeleri?) sono tutt’oggi messi in discussione. E’ probabile inoltre che abbia avuto i natali nelle contrade dell’Appennino tra Abruzzo e Molise.
In giovane età entrò a far parte della comunità benedettina di Benevento ma la sua forte aspirazione alla contemplazione e all’ascesi lo portarono verso le cime abruzzesi dove nelle grotte presso il Monte Porrara ed il Monte Morrone vivrà in totale isolamento. Il suo nome e la sua fama si diffusero comunque tra la gente comune, il clero ed la nobiltà. 
Uomini desiderosi di vivere le sue stesse esperienze religiose si unirono a lui fondando la “Congregazione dei Fratelli Penitenti dello Spirito Santo” successivamente denominati Celestini.
La storia non ci evidenzia i primi incontri di Pietro con l’Ordine Templare ma nel 1274 durante il suo viaggio compiuto a piedi verso Lione, dove nel corso del Concilio Lionese II, il Papa Gregorio X intende sciogliere alcuni ordini monastici fra i quali i Celestini, venne accolto come ospite per due mesi in una magione templare. Questo “sprovveduto eremita” ottenne il mantenimento dello satus del suo ordine monastico. Ci fu un’intercessione da parte dei Templari? Quale rapporto si instaurò tra Pietro ed i Templari durante il suo soggiorno francese? Ricordiamo che le origini dell’Ordine del Tempio sono ampiamente documentate. Esso fu in primis costituito da un gruppo di nove cavalieri originari della regione francese della Champagne e condotti da Ugo di Payens.
Ugo di Payens – Primo Grande Maestro dell’Ordine del Tempio (Versailles)
Considerando le sue azioni successive supponiamo che Pietro riportò dalla Francia qualcosa di particolarmente prezioso che l’Ordine Templare forse sentiva in pericolo di esproprio. Nello stesso anno Pietro, rientrando dalla Francia, decise di costruire presso l’Aquila sul Colledemajo, quella che nel 1288 verrà consacrata come Abazia di Santa Maria in Collemaggio. 
Pietro da “umile eremita” riuscì a portare a compimento quest’opera che racchiude nelle sue forme molteplici elementi di simbologia templare non ultimo l’evidente dualismo cromatico della facciata. Ben noto è infatti il legame che ci fu tra l’Ordine del Tempio e i  “costruttori della cattedrali” che seppero realizzare capolavori architettonici che culminarono con lo stile gotico.
Che cosa ospitò Pietro in Collemaggio?
Nel frattempo, nel 1285 acquistò il Monastero di San Pietro di Vallebona situato sulla cima della collina sovrastante l’attuale Santuario del Volto Santo, dando in permuta il monastero celestiniano di Sant’Antonio di Campo di Giove. Si narra tuttavia che il Mandylion fosse già noto in questa zona prima della costruzione dell’attuale Santuario nei primi del ‘600.
Il Santuario del Volto Santo appartiene oggi all’ordine dei frati Cappuccini.
Nel medioevo i Cappuccini, nella ricerca del rispetto della regola francescana delle origini, trovarono nella regione abruzzese il luogo ideale per compiere la loro missione di povertà, tanto da essere soprannominati “Poveri Eremiti di Celestino” per la protezione che Pietro da Morrone accordò loro appena diventato Papa.
Nel 1294 Pietro, dal suo eremitaggio, venne invitato dal Re di Napoli Carlo d’Angiò affinché esortasse i cardinali riuniti in conclave ad eleggere il nuovo Papa poiché il soglio pontificio era vacante in quanto i porporati erano divisi da conflitti politici. Pietro acconsentì e al suo scritto rivolto al conclave, paventando gravi conseguenze per la Chiesa, seguì la decisione dei cardinali di scegliere proprio lui come nuovo pontefice, il “povero eremita” conosciuto in tutte le corti reali europee per la sua alta moralità e religiosità. Il frate nel suo eremitaggio rifiutò dapprima l’incarico ma in seguito si piegò all’obbedienza e il 29 agosto del 1294 si fece incoronare Papa non a Roma ma nella Basilica di Collemaggio da lui edificata. Arrivò li in sella ad un asino accompagnato per le briglie da Carlo d’Angiò Re di Napoli e dal figlio Carlo Martello Re d’Ungheria.
Nel periodo dell’eremitaggio e del successivo ingresso al soglio pontificio di Celestino V, la famiglia Orsini dominò fino a circa il ‘400 su Manoppello quando divenne possedimento dei Colonna. Poiché fu proprio grazie all’appoggio della famiglia Orsini, già legata ai D’Angiò e ai Del Balzo, che Pietro da Morrone venne eletto Papa, possiamo supporre che il controllo del territorio di Manoppello da parte di questa potente casata rendesse questo luogo sufficientemente sicuro per custodire qualcosa di sommamente caro a Pietro forse consegnatogli dai Cavalieri Templari.
Al di là delle vicende storiche che riguardano le lotte intestine tra potere temporale e potere della Chiesa Cattolica Romana abbiamo voluto evidenziare il fil rouge che lega i Templari, gli ordini monastici e San Pietro da Morrone, per arrivare alla preziosa reliquia bizantina: il Mandylion. Possiamo suppore che nel suo incontro con i Templari a Lione, Pietro avesse ottenuto in custodia l’antico velo che fu dapprima custodito nella Basilica di Collemaggio e successivamente per ragioni di sicurezza portato a San Pietro in Valle Bona e consegnato ai “Poveri Eremiti di Celestino” sotto la protezione della famiglia Orsini. Ricordiamo che Pietro da Morrone fondò e ristrutturò nel corso della sua vita eremi e monasteri tra i quali citiamo San Liberatore a Majella, San Bartolomeo a Roccamorice, Santo Spirito del Morrone, Santa Maria D’Arabona a Manoppello e San Tommaso a Caramanico.
Chiesa di San Tommaso (Caramanico)
Non sappiamo se la reliquia attualmente esposta nella Basilica del Volto Santo sia l’originale Mandylion o piuttosto una copia di quello che Pietro presumibilmente portò da Lione. Non sappiamo nemmeno se l’impronta sul telo di bisso sia l’immagine del Cristo adorato come figlio di Dio dalla Chiesa Cattolica o dell’Adam Kadmon, l’uomo spirituale perfetto, modello di riferimento per lo gnosticismo. Una cosa ci sembra evidente, l’importanza di questa figura per entrambi i credo religiosi.
Ci chiediamo inoltre come mai Celestino abbandonò il soglio papale dopo solo 107 giorni, scappando e cercando rifugio oltremare verso la Grecia a bordo di una nave fornitagli dall’Ordine Templare e che a seguito di una tempesta naufragò. Fonti storiche riportano che su mandato del Cardinale Benedetto Caetani, appena eletto suo successore con il nome di Bonifacio VIII, Celestino V venne catturato e rinchiuso nella Rocca di Fumone, proprietà dello stesso Caetani, dove morì il 19 Maggio del 1296 in circostanze non chiare. E’ indubbio che il breve pontificato di Celestino V mise in discussione il soglio romano quale centro della Cristianità e che l’elezione di Bonifacio VIII ripristinò gli antichi equilibri politici e religiosi. Hanno origine in questo contesto le successive vicende che vedono coinvolti l’Ordine Templare, il suo annientamento nel 1314 e la cosiddetta “cattività avignonese” nel 1309 sotto il Papa francese Clemente V. Le speranze di Bonifacio VIII di mantenere Roma sede del papato ebbe breve vita e presto si aprirono nuovi scenari…
 
 
Bibliografia:
 
  1. L’Altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, Tropea
  2. Il Medioevo, a cura di Umberto Eco, EncycloMedia
  3. I Re Pellegrini, Adrian G. Gilbert, Corbaccio
  4. Grandi Itinerari Automobilistici nel Paesaggio Italiano, T.C.I.
  5. Il Libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere, Tim C. Leedom – Maria Murdy, Newton Compton Editore

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San Cristoforo e la sua simbologia alchemica

Immagine” Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte.
“Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa. La schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada; il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che che tu sei meno potente di lui; allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore che di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.”  Questa è la leggenda così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo “Légendes du Vieux Paris”.

La figura di San Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo, è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto, nella tradizione cristiana, col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti.

In Abruzzo sono presenti due eccezionali esempi di raffigurazione pittorica medioevale di questa simbologia presenti rispettivamente nella Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme e nell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco. In entrambi gli affreschi l’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene esplicitata attraverso particolari pittorici. Il fatto che l’esecutore o gli esecutori dei emtrambi gli affreschi avessero la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducessero fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo. Secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo in entrambi gli affreschi. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata, presente nell’affresco della Chiesa di San Tommaso, secondo linee incrociate simili a quelle che a dire degli alchimisti si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Quindi, Cristoforo portatore di Gesù Bambino, ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di rinascita e perpetua rigenerazione.

L’innalzamento dell’oro nascente sulle onde mercuriali è invece espresso simbolicamente dalla cintura a balze dell’affresco dell’Oratorio di San Pellegrino.

La raffigurazione simbolica di San Cristoforo diventa pertanto emblema d’iniziazione misterica in cui è nesessario lasciare dietro di sè le spoglie della rozza ignoranza per assumere le vesti di una nuova conoscenza rivelata.

Bibliografia:

Il mistero delle Cattedrali – Fulcanelli – Edizioni Mediterranee

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Triplice Cinta

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Triplice cinta

L’origine del simbolo della Triplice Cinta si perde nella notte dei tempi essendo già presente presso le civiltà preistoriche ed in quelle megalitiche. Un esempio della sua rappresentazione circolare nell’età del Bronzo, di verosimile origine celtica, è l’incisione su un pendente, custodito presso il Museo Archeologico di Bergamo, mentre un esemplare quadrato scolpito su di un masso megalitico si trova nella città di Alatri (FR). Il suo significato rimane tuttora un mistero. Diverse sono le ipotesi formulate in merito: una raffigurazione della cerchia druidica delle mura dei Celti, una schematica rappresentazione delle mura del Tempio di Salomone e da qui un possibile legame con l’ordine Templare, una raffigurazione della Gerusalemme Celeste con le sue dodici porte,  un simbolo che definisce luoghi con particolari caratteristiche tellurico-magnetiche, la schematizzazione dei tre gradi d’iniziazione esoterica-massonica, la raffigurazione della capitale di Atlantide, la quadratura del cerchio ed altre ancora. Come vedete le ipotesi sono le più fantasione e disparate. Per quanto è dato sapere ognuna di queste è altrettanto valida e pertanto nessuna è certa. Una cosa che ci sentiamo di affermare, in seguito alla nostra pluriennale ricerca, presso i monasteri e le chiese appartenute all’ordine dei monaci benedettini in Italia, è che spesso questo simbolo è presente in questi luoghi nelle posizioni più svariate. Abbiamo ritrovato triplici cinte incise su muretti di chiostri (Abazia di Piona, Lecco), su muretti di pronao (Abazia di San Colombano a Bobbio, Piacenza), su sedili di pietra esterni (Chiesa della Madonna delle Grazie a Cucullo, L’Aquila) nei pressi dei portali d’ingresso (Abazia di San Clemente a Casauria, Pescara) e sulle pareti esterne delle chiese anche ad elevate altezze dal suolo (Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme, Pescara). Dobbiamo tuttavia segnalare che ci è anche capitato di incontrare delle triplici cinte tracciate in luoghi insoliti come i gradini di un cortile interno all’Eremo Celestiniano della Madonna dell’Altare in provincia di Chieti, molto consumata data la sua particolare collocazione su un luogo di frequente passaggio, e sulla soglia di pietra di un antico palazzo a Palena (CH). Ovviamente non siamo in grado di dirvi quale sia l’esatto legame tra questi luoghi ed il simbolo della triplice. Ci limitiamo a riportarne il suo utilizzo da parte dei monaci  benedettini per una ragione attualmente ignota e a segnalare la presenza di altri simboli come ad esempio croci patenti, raffigurazioni di Re Salomone e fiori della vita, appartenenti all’ordine templare, spesso associati al ritrovamento della triplice.

Bibliografia:

  1. I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Marisa Uberti – Giulio Coluzzi, Eremon Edizioni
  2. L’altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, iTrofei
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