la leggenda delle Anguane – L’incantevole Val Pusteria

Le anguane, sono chiamate anche acquane, langane, ecc. comunque siano chiamate queste creature esse sono “donne delle acque”, legate cioè alle sorgenti d’acqua (e di laghi e laghetti nelle Dolomiti Bellunesi ce ne sono circa un centinaio). Si narra che esse furono probabilmente le ultime donne celtiche, che per fuggire la dominazione romana, si rifugiarono nelle grotte vicino ai laghi e torrenti, (esse sono chiamate anche “angane”, il loro nome celtico).
https://www.google.it/amp/s/mickycompany.wordpress.com/2007/10/23/la-leggenda-delle-anguane/amp/

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Chiesa di Santa Margherita a Monte Marenzo

Chiesa di Santa Margherita facciata

Il Luogo

Lasciata la strada provinciale n° 639 che costeggiando l’Adda collega Cisano Bergamasco a Lecco, seguendo l’indicazione Valcava, dopo una rapida salita s’incrocia la deviazione verso il Comune di Monte Marenzo.

Il panorama spettacolare che si ammira lungo questa salita mostra la Valle dell’Adda che si apre nei laghetti di Garlate e d’Olginate, fino a permettere di scorgere in lontananza la chiostra montuosa che racchiude la conca del lecchese. Tra le altre fanno bella mostra le cime frastagliate del Monte Resegone, i Corni di Canzo ed i pendii del Monte Barro. A nord, nel fondo valle, si scorge la fine del ramo lecchese del Lario.

Panorama da Monte Marenzo
Piantina Valle San Martino

Una breve deviazione dalla strada principale che attraversa Monte Marenzo, geograficamente collocato nell’alta valle di San Martino, porta alla parrocchia di San Paolo, dove nell’angolo destro della pavimentazione del pronao, spicca l’incisione di una notevole triplice cinta dal preciso ed elegante disegno.

Riprendendo la strada principale che percorre Monte Marenzo e seguendo le indicazioni Chiesa di Santa Margherita, si giunge in frazione Portola da cui parte un agevole sentiero sterrato che, con una tranquilla salita, conduce alla sommità del Monte Santa Margherita.

Sentiero sul Monte Santa Margherita
Scalinata che porta alla Chiesa di Santa Margherita

Qui si mostra alla vista l’Oratorio di Santa Margherita ristrutturato nel 1994 dagli Alpini con il contributo della comunità Montana Valle San Martino. L’intervento effettuato ha indubbiamente salvato dal completo decadimento il complesso architettonico anche se il risultato ne ha evidentemente alterato l’originario stile medievale.

Facciata e lato sud dell’oratorio

Il Castrum di Monte Santa Margherita

Alcuni insediamenti a carattere militare conferivano al territorio del comune di Monte Marenzo un importante ruolo strategico in età medievale, di controllo delle vie di comunicazione provenienti da Bergamo e dirette a Como attraverso il ponte romano di Olginate oltre che del territorio stesso, oggetto d’interesse sia da parte delle famiglie feudali locali sia da parte del monastero cluniacense di San Giacomo di Pontida.

Giovanni Maironi da Ponte, che operò il riordino delle carte dei confini della bergamasca, avvenuto nel 1795 per ordine del Senato, con il ruolo di cancelliere della camera dei confini, riferì di aver notato sul Monte Santa Margherita “… alcune vestigia di piccole fortezze”, divenendo un’importante testimonianze storica della presenza di un castello sulla sommità del colle (625 metri s.l.m.) situato sul confine tra i Comuni di Monte Marenzo e Torre De’ Busi.

Sommità del Monte Santa Margherita

Analisi fotografie aeree compiute nel 1995 hanno confermato la natura artificiale della sommità del Monte Santa Margherita. Successivi scavi archeologici realizzati tra il 1998 ed il 2000 hanno riportato alla luce la cinta muraria (120 metri di lunghezza) di un “castello” dell’estensione di circa 950 mq. In particolare, le analisi archeologiche compiute sull’area interessata dallo scavo condotto hanno mostrato una serie di strutture murarie pertinenti a diverse fasi di vita del “castello”: una torre centrale, un edificio di cortina a sud-est della torre e un altro vano di dubbia funzione collocato più a sud.

In loco sono stati rinvenuti, seppur molto deteriorati, focolari, ossa, alcuni frammenti di pietra ollare, vetri di calici, una lama di coltello in ferro, chiodi e due monete risalenti al Sacro Romano Impero in argento, coniati nella zecca di Milano nella seconda metà del XII secolo.

Sono state condotte inoltre analisi al radiocarbonio di un campione raccolto nello strato più antico della costruzione che ha fornito una datazione compresa tra il 1220 e il 1310, confermando gli estremi cronologici delle fonti documentarie.

Resti di torrione del Castrum

Lo scavo archeologico ha dunque confermato la rilevanza strategica del luogo, riportando alla luce un “castello” di fondazione alto-medievale probabilmente identificabile con il Castrum de Cantagudo presente nella documentazione medievale dalla prima metà del secolo XII sino alla metà del XV.

Resti di “ara” nel Castrum

La leggenda di Santa Margherita

Secondo la Leggenda Aurea di Jacopo Da Varagine:

L’arcivescovo Jacopo da Varagine (Varazze) mentre assiste alla crocefissione reggendo in mano il suo libro “La Leggenda Aurea”- Cappella di Palazzo Trinci, Foligno

Santa Margherita nacque ad Antiochia dove il padre suo Teodosio era patriarca dei gentili: ebbe una nutrice di religione cristiana così che, una volta cresciuta, volle ricevere il battesimo non curandosi dell’ira paterna.

Un giorno, aveva allora 15 anni, Margherita si trovava in un prato con altre fanciulle, occupata a custodire le pecore della nutrice. Il prefetto Olibrio, passando di là, vide la bella fanciulla e subito se ne innamorò; chiamò i suoi servitori e gli disse: ”Andate ed impadronitevi di quella fanciulla e se è di nobile stirpe diverrà mia moglie, altrimenti sarà la mia concubina!”.

Così Margherita fu portata alla presenza del prefetto che le chiese notizia della sua stirpe, nome e religione. Rispose la fanciulla di essere nobile, di religione cristiana e di chiamarsi Margherita. Disse il prefetto: ”Due cose ti convengono a meraviglia, il fatto di essere nobile e il nome che ti paragona ad una perla di rara bellezza; ma non ti si addice di adorare un Dio crocifisso”. E la fanciulla: “Come fai a sapere che Cristo è stato crocifisso?“ E Olibrio: ”Dai libri cristiani”. E la fanciulla: ”Se hai letto il racconto della morte di Cristo e della sua gloria è vergogna che tu creda alla prima e non alla seconda!“. Dopodichè  Margherita affermò che spontaneamente Cristo si era sottomesso all’estremo supplizio per la redenzione degli uomini e che era risorto a vita eterna. Il prefetto irato ordinò che fosse chiusa in carcere. Il giorno dopo Olibrio si fece portare dinanzi  Margherita e le disse: “Sciocca fanciulla, abbi pietà della tua bellezza, adora i nostri dei e bene te ne verrà!” E quella: “Io adoro colui che fa tremare la terra e il mare e tutte le creature”. E il prefetto: “Se non mi obbedirai farò straziare il tuo corpo”. E Margherita: “Cristo si è offerto vittima per me e io desidero morire per lui!” Allora il prefetto comandò che fosse sospesa al cavalletto dove fu crudelmente battuta e straziata con pettini di ferro fino a che non apparvero nude le ossa, mentre il sangue sgorgava abbondante dal santo corpo come da una purissima fonte.

Santa Margherita raffigurata dal Guercino

Gli astanti piangevano dicevano: “O Margherita, ci rattristiamo per te poiché vediamo ridotto in tale stato il tuo corpo. Oh! Quale bellezza hai perso per la tua incredulità! Non volere ora perdere anche la vita!” Gli rispose Margherita: “Cattivi consiglieri, andatevene perché il tormento della carne è pegno dell’eterna salvezza!” Disse poi al prefetto: “Cane impudente e leone crudele tu hai ogni potere sul mio corpo, ma la mia anima ti sfugge!”. Frattanto il prefetto si copriva la faccia col mantello non potendo sopportare tante effusione di sangue: infine comandò che fosse staccata dal cavalletto è chiusa in carcere dove subito rifulse una mirabile luce. Qui Margherita pregò Iddio perché le facesse visibilmente vedere il nemico contro cui stava combattendo: ed ecco apparire un drago immane e feroce che subito scomparve non appena la fanciulla ebbe fatto un segno di croce. Si legge in altri autori che il drago inghiottì Margherita in un sol boccone ma che la fanciulla si fece il segno della croce nel ventre dell’animale e subito ne uscì fuori illesa. Ma questo racconto è apocrifo e noi lo consideriamo come falso.

Il diavolo allora per poterla ingannare prese l’aspetto di un uomo: a tal vista la fanciulla si mise in preghiera ma l’uomo le si avvicinò le prese una mano e disse: “Ti basti quello che hai fatto: cessa ormai di tormentarmi”. Margherita allora lo prese per la testa, lo gettò a terra, pose il piede destro sulla cervice maledetta e disse: “Demone orgoglioso, giaci ora sotto i piedi di una donna!” E il demone gridava: “O beata Margherita, io sono vinto! Se fossi stato vinto da un uomo non avrei provato tanta vergogna quanta ne provo ora qui, sotto i piedi di una tenera fanciulla” Tanto più che il padre e la madre tua sono miei amici!” Allora Margherita costrinse il demone a dire il motivo della sua venuta e quello rispose di essere venuto per persuaderla ad ubbidire al prefetto. Lo costrinse anche a rivelare il motivo per cui tanto tormentava i cristiani; il diavolo rispose di avere un odio naturale contro gli uomini virtuosi e di invidiar loro la sua perduta felicità; aggiunse anche che Salomone aveva chiuso in un vaso una grande moltitudine di demoni, ma che dopo la sua morte alcuni uomini vedendo uscire da quel vaso delle lingue di fuoco e credendo che contenesse un tesoro, lo ruppero ed i diavoli se ne andarono liberi per l’aere. Quando il diavolo ebbe parlato la vergine alzò il piede e disse: “Fuggi misero!” e subito il demone sparì. Così la fanciulla sì senti sicura di vincere il prefetto, servo del demonio, dal momento che ne aveva sconfitto il padrone.

Pala d’altare di Santa Margherita di Villaseca

Il giorno dopo fu presentata al giudice e di nuovo rifiutò di sacrificare agli dei: allora quegli comandò che fosse bruciata in tutto il corpo con fiaccole ardenti mentre i presenti grandemente si meravigliavano che una tenera fanciulla potesse sopportare tali tormenti. Poi il prefetto ordinò che Margherita fosse immersa in una vasca piena d’acqua per aumentare il dolore con la varietà di tormenti: ma la terra tutta tremò, la vergine uscì dalla vasca sana e salva e 5000 uomini credettero in Cristo, affrontando nel santo nome l’estremo supplizio.

Il prefetto allora, temendo nuove conversioni, ordinò che Margherita fosse decapita: la santa fanciulla si mise in preghiera e pregò per sé, per i suoi persecutori e per tutti coloro che avrebbero invocato il suo nome.

Inoltre chiese a Dio di salvare ogni donna che nelle doglie del parto avesse chiesto il suo aiuto. Ed ecco che una voce dal cielo assicurò la fanciulla che ogni suo desiderio era stato esaudito. Margherita si rivolse al suo carnefice e disse: “Fratello alza la spada e colpisci!” Il carnefice con un solo colpo staccò dal tronco la santa testa. In tal modo Margherita ricevette la corona del martirio nel tredicesimo giorno delle calende di agosto o, secondo altri autori nello stesso giorno ma di luglio.”

Il Ciclo di affreschi della Chiesa di Santa Margherita

Al periodo tardo-medioevale risale un’importante complesso decorativo nella chiesa di Santa Margherita che è ubicata su un’altura a 615 metri di altitudine presso il confine tra i comuni di Torre de’ Busi e di Monte Marenzo. Qui, in località Portola, si imbocca un suggestivo percorso sterrato che conduce alla chiesa è all’area archeologica di un’importante “Castrum”. L’edificio di culto è caratterizzato da un impianto ad aula unica con abside semicircolare di probabile origine tardo-medievali. Al suo interno si conservano affreschi lacunosi databili alla fine del XIV e i primi decenni del XV secolo che, un tempo, ricoprivano interamente le pareti dell’abside, della navata e della controfacciata. Dal punto di vista iconografico essi sono riconducibili a tre temi principali: gli episodi della vita di Santa Margherita di Antiochia sulla parete meridionale e sulla controfacciata, la Majestas Domini nel catino absidale, a sua volta completata da altri soggetti nel semitamburo, l’Annunciazione sull’arco trionfale e gli affreschi devozionali sulla parete settentrionale.

Ciclo di affreschi della vita della Santa sulla parete sud dell’oratorio

Il ciclo meglio conservato, che rappresenta gli Episodi della vita di Santa Margherita di Antiochia, era costituito prima del 1974, quando fu effettuato uno stacco abusivo, da quindici scene entro riquadri, tredici dei quali disposti su due registri della parete laterale ed i rimanenti sulla controfacciata.

L’ordine di lettura procede da sinistra a destra a partire dal registro superiore della parete laterale per terminare nel riquadro inferiore della controfacciata.

Gli affreschi narrano la storia di Santa Margherita che, orfana di madre, fu affidata alle cure di una nutrice di religione cristiana, all’epoca della persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Di lei si innamorò Olibrio, governatore di Antiochia, che decise di sposarla e cercò di riconquistarla alla fede pagana sottoponendola inutilmente a ripetute torture che, anzi, fecero convertire al cristianesimo molti pagani impressionati dalla forza di origine soprannaturale della donna. Essi pure vennero giustiziati e la santa, alla fine, fu decapitata.

Olibrio invita Margherita ad adorare gli dei pagani ma la Santa replica che lei crede in un unico dio

Questo racconto è qui bene esemplificato, seppur mutilato dal distacco abusivo dei primi due episodi: la conversione di Santa Margherita ed il governatore Olibrio che si invaghisce di Santa Margherita. Restano invece le scene, seppur lacunose, raffiguranti: l’incontro di Olibrio e Santa Margherita, Olibrio che convoca Santa Margherita, Olibrio che chiede a Santa Margherita un gesto pubblico di conversione al paganesimo, la prima tortura di Santa Margherita e Santa Margherita messa in prigione.

Margherita viene trafitta con lame infuocate
Particolare del volto di Santa Margherita

Il racconto continua nel registro inferiore della medesima parete con le seguenti scene: Santa Margherita sottomette con la croce il demonio comparso nelle sembianze di un drago, (l’immagine del drago è stata completamente cancellata dall’usanza dei fedeli di graffiarla con le unghie), Santa Margherita è condotta davanti ad Olibrio, la tortura con le torce accese, la tortura dell’immersione nella tinozza gelida e subitanea conversione dei pagani, la decapitazione dei pagani convertiti e Santa Margherita in attesa di essere decapitata.

Santa Margherita sottomette il demonio
La Santa torturata viene immersa in una tinozza di acqua gelida
Decapitazione dei pagani convertiti al cristianesimo
Santa Margherita in attesa di essere decapitata dal boia
Donna gravida assiste alla decapitazione della Santa con le mani giunte sul ventre. Santa Margherita viene infatti invocata quale protettrice delle partorienti.

Sulla controfacciata, dove gli affreschi sono stati danneggiati dell’apertura di due finestre quadrangolari, alcuni lacerti permettono di riconoscere nell’ordine superiore: Santa Margherita in carcere e, nell’ordine inferiore la decapitazione della santa.

Controfacciata d’ingresso all’oratorio

Dal punto di vista stilistico questi affreschi si distinguono per l’elegante condotta pittorica e la delicata stesura del colore, giocata su graduali passaggi luministici e tonali, ai quali spetta la definizione dei volumi e la continua ricerca di una solida consistenza plastica, mai sopraffatta da ricercatezza calligrafiche. Il ciclo di elevata qualità esecutiva, si inserisce nel clima di tradizione che in ambito bergamasco andava elaborando, tra il XIV e XV secolo, nuove forme espressive basate su dolci impasti di colore ed è stato assegnato da Laura Paolo D’Ambrosio a un autore anonimo, detto “Maestro delle storie di Santa Margherita, forse identificabile in Pacino da Nova. Alla medesima personalità spettano, probabilmente, dipinti murali dell’abside con la Majestas Domini e con gli Evangelisti (San Giovanni e San Marco, a sinistra sono delineati in sinopia) nel semicatino e una serie di affreschi riquadrati nella fascia del semitamburo.

Abside illuminato da tre monofore a disposizione asimmetrica che suggeriscono un particolare orientamento astronomico della chiesa
Majestas Domini con Gesù in trono racchiuso in una mandorla attorniato dai quattro Evangelisti
Majestas Domini con gli Evangelisti. San Giovanni e San Marco sono delineati in sinopia

Gli affreschi del semicatino, intervallati da tre monofore, raffigurano, da sinistra a destra: Santa Caterina d’Alessandria, un Dottore della Chiesa, la Trinità, un Santo non identificato, l’incontro di Santa Maria con Gesù sulla via del calvario e il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria. In questi affreschi e nel mutilo Angelo annunciante sul pennacchio sinistro dell’arco trionfale, si ritrovano la medesima ricerca di effetti plastici, le raffinatezze cromatiche e quel senso d’immediatezza che anche nelle storie di Santa Margherita di Antiochia ridimensiona il potenziale drammatico insito nel racconto.

La trinità come appariva negli anni ’70. Ora risulta pressocchè completamente cancellata. Rara raffigurazione del tema della trinità con la figura di Gesù rappresentata tre volte in maniera identica.
Angelo annunciante

Sono stati attribuiti al “Maestro di Santa Margherita” anche due affreschi originariamente collocati sulla parete sinistra della navata, di cui rimane una testimonianza fotografica: il Vir dolorum, staccato e trafugato, che si trovava al di sopra dell’ingresso laterale, e la vicina Madonna del Latte di cui ne rimane visibile un’accenno.

Vir Dolorum è un tema iconografico che mostra Gesù sofferente dopo la Crocefissione. Simile all’Ecce Homo (che mostra Gesù flagellato), si discosta nel fatto che il Cristo ha ormai anche le ferite nelle mani, nei piedi e nel costato (immagine di archivio)
Madonna del Latte. Antica iconografia della dea madre nell’atto di nutrire il figlio (immagine di archivio)
Raffigurazioni della Dea Madre nella storia (da http://www.ilcerchiodellaluna.it)

Sul medesimo muro troviamo una serie di riquadri contornati da un bordo leggermente differente rispetto a quello delle altre pareti, caratterizzato da una cornicetta ad archetti che si prolunga sulla controfacciata, dove resta una scena non più identificabile. Essi rappresentano, da sinistra: un Santo lacunoso, la citata Madonna del Latte, alla quale seguiva lo scomparso Vir dolorum sulla porta di ingresso laterale, San Cristoforo, Sant’Antonio Abate, una figura con cartiglio colta nell’alto di indicare l’arco trionfale e un Santo recante in mano un libro aperto. Questi ultimi due personaggi sono riconducibili per le iscrizioni apposte, rispettivamente, sul cartiglio e sul libro. Sul primo si legge l’espressione “Ego vox clamantis in deserto parat(e) viam domini” (Isaia 40,3) con la quale il profeta Isaia preannunciava la missione di San Giovanni Battista. Sul libro dell’altra figura invece, si legge la scritta: “[nolumos autem vos ignorare fratres de dormientibus ut non costristemini sicut et ceteri qui spem non habent] che allude alla predicazione di San Paolo (Ts 4,13) sulla venuta prossima di Cristo.

San Cristoforo come è visibile attualmente
L’affresco di San Cristoforo come si presentava negli anni ’70 (immagine di archivio)

Il deterioramento di questi affreschi ne ostacola la possibilità di attribuzione tuttavia non si esclude che sia qui parzialmente all’opera la medesima bottega attiva nell’abside sulla parete destra dei primi anni del ‘400, anche sulla base del confronto tra il primo Santo sulla parete sinistra ed il Cristo nell’incontro con Maria sulla via del calvario dell’abside, accomunati dalla stessa modalità di delineare gli occhi con una marcata linea di contorno e dalla stesura delicata, quasi in punta di pennello, di sopracciglia, barba e capelli. La serie di figure a destra della parete laterale sembrano invece caratterizzate da una più matura sensibilità spaziale e volumetrica che fa pensare a un momento successivo anche se non troppo distante dall’inizio del secolo XV.

Gesù nell’atto di portare la croce con al seguito una donna con areola la cui identità può essere riconducibile verosimilmente a Maria sua madre o a Maddalena sua seguace. Rara tipologia di raffigurazione della via del calvario.

Tra le peculiarità di questi piccolo Oratorio, posto sulla cima del Monte Santa Margherita la cui sommità domina un’altro particolare luogo culto la Chiesa di San Michele di Torre De’ Busi, è l’inusuale orientamento astronomico che non rispetta la conformità dell’orientamento verso il sole equinoziale approvato dalla Chiesa Cattolica. Tale peculiarità è stata riscontrata, in un recete studio condotto dal Prof. Gaspani dell’Osservatorio Astronomico di Brera, anche nella stessa Chiesa di San Michele di Torre De’ Busi e  nelle chiese: di Santa Maria del Lavello di Calolziocorte, di San Lorenzo Vecchio a Rossino e di Santa Brigida d’Irlanda a Lorentino (vedi videoconferenza da http://www.duepassinelmistero.com).  Fino ad oggi non sono stati condotti scavi archeologici sul sito di fondazione della chiesa che ne possano determinare una preesistete struttura.

Degna di nota è la particolare variazione delle caratteristiche di acustica percepite al passaggio dall’aula unica all’abside semicircolare che meriterebbe un’analisi archeoacustica. Per questo motivo, oltre che per la localizzazione geografica isolata sulla cima del Monte Santa Margherita,  l’oratorio avrebbe potuto essere un luogo adatto per un ritiro spirituale eremitico nel quale praticare tecniche d’invocazione che utilizzavano il canto o l’invocazione litanica come avviene nell’esicasmo.

Bibliografia

– Quattro cappelle dedicate a Santa Margherita in provincia di Lecco: strutture castrensi e cicli pittorici tra XII e XV secolo. Cristina Fedeli. Tesi di Laurea Università degli studi di Pavia A.A: 2002/2003.

– La Valle dei Castelli. Ecomuseo di San Martino. Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino. Fabio Bonaiti. Novembre 2010.

– Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della città e della campagna di Milano ne’ secoli bassi, raccolte ed esaminate dal conte Giorgio Giulini. G.B. Bianchi 1760.

Maya: la madre del Salvatore del Mondo

 

 

 

imagesNella più antica versione relativa al mito della nascita del Buddha la giovane madre Maya, dopo aver portato in grembo per dieci mesi lunari esatti il “Salvatore del mondo”, desiderò partorire a casa della propria madre. Lungo il tragitto, che compì trasportata su una portantina d’oro, erano stati disposti per onorarla bandiere, striscioni e alberi fioriti. Il corteo giunse a un certo punto in un bellissimo giardino di shoree, delle piante molto diffuse in India, in quel momento in piena fioritura. Affascinata da tanta bellezza, Maya volle trattenersi un poco in quel luogo incantevole; scese dunque dalla portantina e, assieme al suo seguito, avanzò nel boschetto. Improvvisamente, ai piedi di un grandissimo albero di shorrea, fu assalita dalle doglie. Tese la mano in alto per aggrapparsi a qualcosa e l’albero fece protendere verso di lei un grande ramo fiorito come un giunco flessibile, cui Maya si aggrappò. In piedi, reggendosi al ramo, Maya partorì il Buddha dal suo fianco destro. Quattro divinità “dalla mente pura” scesero istantaneamente dal cielo e raccolsero in una rete d’oro il neonato, che deposero ai piedi della madre pronunciando queste parole:”Rallegrati, o regina! Hai partorito un grande figlio!” Intanto, dai cieli, scaturirono due ruscelli d’acqua, che rinfrescarono la madre e il bambino. Subito dopo quest’ultimo si alzò in piedi, si volse verso est, fece sette passi, alzò la mano destra a indicare il cielo e abbassò la sinistra verso la terra facendo risuonare il grido di tutti i Buddha:”Mondi superni, mondi inferi! Io sono il centro di tutti i mondi!”

Bibliografia:

– Miti del Mondo. Gli Dei e gli Eroi delle grandi civiltà del passato, Angela Cerinotti, Giunti 2006

Cocullo

Situato sulla cima di un colle nell’alta valle del Sagittario, Cucullo è un caratteristico comune della provincia dell’Aquila in Abruzzo. Ogni anno il 1° Maggio si svolge una festa popolare con processione in onore di San Domenico. La particolarità di questa tradizione è che la statua del Santo viene ricoperta di serpi precedentemente catturate, secondo l’antica tradizione, dai cosidetti “serpari”. L’origine di questa tradizione è senza dubbio da far risalire all’antico culto della dea guaritrice Angizia origiaria delle sponde dell’ex lago del Fucino.  Angizia (in latino Angitia o Angita, da anguis, serpente) era particolarmente venerata dai Marsi, dai Peligni e da altri popoli osco-umbri. Il fatto che la festa abbia luogo in primavera e l’associazione con il simbolo del sepente è verosimilmente da ricollegare ad antichi riti propiziatori di fertilità. Questo particolare evento folkloristico è uno dei tanti suggestivi esempi di assimilazione da parte del culto cristiano di elementi antichi di devozione pagana ed è indubbiamente da far risalire all’originario mito della dea madre.  E’ infatti suggestivo che la dea venerata nell’Italia centrale trovi corrispondenza con la divinità della fertilità dell’antica persia Anahita, madre di Mitra, nella religione misterica del mitraismo e con la dea della fertilità assira Ištar, associata alla stella ad otto punte (simbolo che nell’iconografia cristiana è attrinuito alla Vergine Maria madre di Gesù).

La dea pagana Angizia è inoltre messa in relazione con il mito di Medea. Viene infatti raccontato che Angizia fosse sorella di Medea e di Circe o addirittura fosse la stessa Medea. Dall’unione di Medea con Giasone, mitico eroe della conquista del vello d’oro, sarebbe nato il futuro re dei Marsi.

Bibliografia:

  1. Dizionario dei luoghi del mito, Anna Ferrari, Bur
  2. Gli antichi Italici, Giacomo Devoto, Vallecchi

 

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