Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme

Ferragosto 2009, è una luminosa giornata e ci lasciamo alle spalle lo scintillante mare d’Abruzzo per inoltrarci nei mistici luoghi dell’Appennino attraversando le valli della Majella e del Monte Morrone. Sulla SP 66 a circa 6 km da Caramanico Terme, nella frazione di San Tommaso, si trova una chiesa intitolata in origine a San Thomas Becket, l’arcivescovo di Canterbury, assassinato nella sua cattedrale nel 1173. La chiesa fu fondata negli anni immediatamente successivi. A finanziarne la costruzione fu il feudatario normanno Riccardo Trogisio. Nel 1219 Onorio III concesse la protezione apostolica e nel 1260 Alessandro IV ufficializzò l’istituzione di una canonica regolare agostiniana. Per sfuggire all’autorità diocesana i canonici di san Tommaso nel 1264 posero la loro chiesa sotto la giurisdizione del monastero di San Lorenzo fuori le Mura di Roma continuando ad osservare però la regola di Sant’Agostino. Nel 1334, a causa di una lunga controversia con l’episcopato teatino e di continue vessazioni da parte di laici, si sottomisero all’Abazia di Santo Spirito di Morrone adottando le regola di San Benedetto. Il monastero fu soppresso successivamente nel 1652 ma la chiesa continuò ad essere officiata dai celestini fino alla soppressione napoleonica nel 1807.

La storia della costruzione di questa chiesa, che conserva tutte le caratteristiche dell’edificio romanico, è stata particolarmente tormentata. Le fonti storiche narrano che l’edificazione iniziò nel 1202 e che il progetto, ab origine grandioso, prevedeva un portico, un pulpito, pilastri compositi all’interno e numerose decorazioni scultoree eseguite da grandi maestri scalpellini. Nel 1219 la costruzione era già terminata ed il progetto iniziale notevolmente semplificato, per motivi sconosciuti. Il portico, infatti non fu più costruito, ma i pilastri che dovevano sorreggerlo sono ancora oggi visibili sulla facciata. Anche l’ambone, di cui rimangono leoni stilofori di fine lavorazione, non fu mai realizzato.Due finestre non previste dal progetto iniziale furono introdotte sulla facciata e le sculture già pronte alla posa sistemate in maniera poco precisa.

Ma prima di addentrarci nelle singolari caratteristiche architettoniche e decorative di questa straordinaria chiesa, che indubbiamente la rendono il più interessante fra i numerosi edifici religiosi del territorio di Caramanico, è necessario risalire il corso della storia fino ai tempi antecedenti alla sua costruzione o forse meglio dire ricostruzione.

La zona di S. Tommaso era già nota dall’VIII secolo d.C. come Paternum ed era interessata da un importante tracciato viario, ancora visibile agli inizi del XIX secolo nell’Atlante del Rizzi Zannoni, che da Interpromium risaliva nei territori di Bolognano e Musellaro, per poi passare sulla destra del fiume Orta all’altezza di Musellaro. Sulla cartografia è inoltre riportato il ponte Luco, ponte in pietra che oltrepassava la profonda gola del fiume, vero e proprio canyon, e di cui si conservano ancora i resti nella contrada Luchi di S. Tommaso.

Proprio lungo questo tracciato vennero rinvenuti nella prima metà del ‘900, all’interno della stessa frazione di S. Tommaso, vari resti riferibili ad un importante santuario antico qui esistente, un pilastro in pietra con base quadrangolare, una testa di Giove in calcare, e soprattutto una quarantina di bronzetti di Ercole datati tra il III – II secolo a.C, importante testimonianza del luogo di culto a cui facevano riferimento le popolazioni autoctone sin da un’epoca precedente la piena romanizzazione. Ercole è indubbiamente la divinità più tipica del pantheon religioso del popolo italico, simboleggiando coraggio e forza fisica. E per queste sue caratteristiche il dio spesso veniva associato ed invocato a protezione delle sorgenti e delle acque salutari . Per poter comprendere i significati del simbolismo così ben esposti dai costruttori della chiesa di S. Tommaso è necessario inoltre evidenziare la collocazione ambientale di questo luogo. A nostro avviso fondamentale per la scelta dell’edificazione di un luogo di culto. Il comune di Caramanico infatti non è solo noto per le sue acque termali curative ma anche per la Riserva Naturale della Valle dell’Orfento, un santuario della natura, un’isola verde posta nella selvaggia valle solcata dal fiume Orfento. La riserva si estende su un territorio di 2606 ha, che si eleva da 500 a 2.600 m. di altitudine, ricoperto da immensi e lussureggianti boschi di faggio solcati da numerosi canyons ricchi di acque e fragorose cascate ed offre naturale dimora a numerose specie animali, anche rare, ed a una popolosa fauna ittica. Non esistono parole che possano descrivere degnamente questo straordinario spettacolo.

Allo stesso modo si rimane affascinati dall’improvviso stagliarsi della chiesa di S. Tommaso sul margine della vallata, dalla sua solitaria eleganza e dalla sua struttura raccolta dal colore ocra, screziato dai segni del tempo.

L’edificio presenta una pianta a tre navate con un unica abside semicircolare. La facciata replica le partizioni interne con il portale centrale e due laterali in corrispondenza delle navate.

Sull’architrave del portale centrale, spicca lo splendido alto rilievo di Cristo in trono benedicente con i dodici Apostoli. (foto 002) Nell’insieme scultoreo è subito evidente la sproporzione delle figure rispetto all’architrave e all’intera facciata della chiesa come a significare un adattamento rispetto a un progetto originario più imponente. Singolare è anche la raffigurazione degli apostoli caratterizzata da una imperativa gestualità delle mani differente l’uno dall’altro, quasi a volerci trasmettere un solenne messaggio rafforzato dalla severità dei loro sguardi.

Siamo ancora coinvolti dalla maestosità dello spettacolo naturale che abbiamo attraversato e che ci ha accompagnato fin lì e ci sembra ovvio vedere riprodotti sulla pietra ricchi elementi floreali che fanno da contraltare alla severità delle effigi proposte dall’architrave. Le spirali dei motivi floreali che fiancheggiano il portale si incrociano tra loro con naturale eleganza sbocciando nei capitelli palmati.

Motivi floreali
Fiore della vita

Gli occhi scorrono i bassorilievi floreali della facciata fino ad incontrare isolate formelle che riproducono in solitaria bellezza perfetti Fiori della Vita, antichissima e universale raffigurazione, presente sia nelle culture orientali che occidentali, quale simbolo solare, esemplificativo della struttura interna del creato ed espressione, attraverso il rapporto aureo, dell’armonica geometria della natura.

Fiore della vita

Altri fiori della vita si ritrovano all’interno della chiesa, incisi su colonne. Ma ecco che su un’altra solitaria formella incontriamo il ghigno sarcastico germogliante fogliame di un Green Man. Inaspettato incontro di un altro simbolo universale. Il Green Man, nelle sue varianti raffigurative, è collegato alle divinità silvestri pagane, primariamente identificativo del primaverile risveglio della natura e quindi simbolo di ciclica rinascita. La famosa Cappella di Rosslyn in Scozia, nota per la sua ricca e discussa simbologia, e per il suo legame con l’Ordine dei Cavalieri Templari, ne possiede più di cento raffigurazioni. Ma questo non appare l’unico legame tra le due chiese.

Green Man sulla facciata della Chiesa di San Tommaso
Green Man della Cappella di Rosslyn

Infatti poco distante dal Green Man spicca il basso rilievo di quella che sembra una pannocchia in un filare di mais. E questo ci porta a considerare l’epoca di edificazione della chiesa (1202 d.C.) di S. Tommaso, la successiva scoperta del Nuovo Continente (1492 d.C.) ed i dibattuti viaggi oltreoceano dei Cavalieri Templari.

Pannocchia di mais

A destra del portale si svolge su una formella la singola spira di un serpente a testa in giù . Questa rappresentazione rovesciata ci risulta strana e perciò decidiamo di girare l’immagine fotografica di 180° per visualizzarla più chiaramente.

Ed è così che si rivela la raffigurazione di un serpente cornuto con quello che sembrerebbe un collare (forse un torquis). La particolarità di questo motivo ci riporta alla memoria un elemento tipico dell’articolata figura del Kernunnos di cui la più conosciuta rappresentazione si trova sul Calderone di Gundestrup di origine celtica (I secolo a.C.). Il Kernunnos, abitualmente raffigurato con lunghi e fini palchi di cervo, circondato di animali selvatici, è per la mitologia celtica il dio della natura che governa su tutti gli animali selvatici e sulle foreste ed è anche considerato dio della virilità. Solitamente è adornato da un torquis al collo, tiene in una mano un serpente cornuto e con l’altra mostra un torquis che nei racconti mitologici viene consegnato ad un adepto quale segno di iniziazione. Ma la rappresentazione del Kernunnos risulta di origine ancora più antica essendo già presente nelle incisioni rupestri della Valcamonica (IV secolo a.C.).

Calderone di Gundestrup

Incisa in alto e solitaria, appare infine quella che sembra la rappresentazione stilizzata di un’aquila in volo.

Nella calda giornata di metà agosto veniamo accolti dalle fresche navate della chiesa e dall’inconsueta presenza di quattro leoni stilofori posti quasi a guardia della navata principale e della cripta. Fanno corona all’altare gli affreschi di quattro colonne rosse e verdi, disposte simmetricamente rispetto ad una luminosa monofora centrale. L’abside illuminato rivela un’inscrizione solo parzialmente leggibile che conferma la sacralità e l’antichità del luogo già note ai costruttori dell’attuale chiesa (Vetustum Hoc Templum…)

Tra i vari affreschi duecenteschi presenti all’interno della chiesa di particolare interesse è quello di San Cristoforo realizzato su uno dei pilastri della navata principale.

San Cristoforo

Per cogliere il significato simbolico di questa raffigurazione all’interno di questa particolare chiesa è utile ripercorrere il racconto della leggenda del Santo così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo Légendes du Vieux Paris:

“Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte. “Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa, la schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada e il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che tu sei meno potente di lui, allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? Chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. “Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.” La figura di S. Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto tradizionalmente col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti. L’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene ulteriormente rafforzata da particolari pittorici che ne suggellano l’unione. Il fatto che l’esecutore dell’affresco avesse la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducesse fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo, secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata secondo linee incrociate simili a quelle che, a dire degli alchimisti, si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “ oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Cristoforo Portatore di Gesù Bambino ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di perpetua rigenerazione. La raffinatezza insita nel procedimento sembra voler essere ancor più sottolineata dal fatto che il gigante non è raffigurato con il bastone o albero sradicato dell’iconografia classica ma con una sottile bacchetta fiorita.

Colonna Santa

Ulteriore singolare elemento dell’interno della chiesa è la cosiddetta “Colonna Santa”. La colonna, di forma quadrangolare, è inserita nella navata destra ed è diversa da tutte le altre, essendo ricavata da un blocco monolitico che costituisce un esile stelo che poggia su una sproporzionata zoccolatura ed è sormontato da un altrettanto sproporzionato capitello riccamente decorato da tralci serpeggianti e foglie palmate. Tra la florida vegetazione spicca, su uno dei suoi quattro angoli, la figura di un altro Green Man. La colonna è detta Santa perché la tradizione popolare la vuole portata sul posto da un angelo e alla pietra che la costituisce vengono attribuite proprietà risanatrici.

Green Man sul capitello

La colonna è attualmente racchiusa in un vetro protettivo. Il suo culto è infatti fortemente radicato, e sicuramente non estinto, prova ne è il fatto che la sua parte inferiore è nettamente assottigliata e a tratti erosa dai devoti strofinamenti e dall’asportazione di suoi frammenti. La sua diversità architettonica e la particolare devozione popolare di stampo decisamente pagano, ci fanno dedurre che la colonna probabilmente appartenesse originariamente ad un altro sito di culto, verosimilmente lo stesso di cui si sono rinvenuti i resti nel ‘900 (vedi sopra) tra cui una colonna monolitica a base quadrangolare.

Base della Colonna Santa

Altrettanto singolare e di indubbia appartenenza a precedenti culti pagani ci sembra l’esistenza di un pozzo d’acqua alloggiato nella cripta al di sotto dell’altare a cui si accede attraverso una ripida gradinata vegliata da due leoni stilofori. La presenza di pozzi sacri all’interno delle chiesa gotiche medievali non è una rarità. Ne troviamo descrizione storiche a Parigi nell’abazia di Sain Germain-des-Pres e a Saint-Marcel, a Marne nella basilica di Notre-Dame de Lépine e nella chiesa di Notre-Dame de Limoux a Aude. L’acqua che si attingeva da questi pozzi era considerata di grandi virtù curative e veniva utilizzate per la cura di alcune malattie. La presenza di acqua curativa in un luogo sacro rimanda anche alla tradizione esoterica della Fontana di Giovinezza, leggendaria sorgente simbolo d’immortalità e di eterna gioventù presente nelle leggende di molte culture. Suggestivo è anche il legame simbolico che viene a crearsi tra questa fonte curativa e la rappresentazione alchemica di San Cristoforo quale simbolo mercuriale altrimenti detto Fontana di Giovinezza.

Pozzo nella cripta

Anche la presenza di questa fonte è a nostro avviso da ricollegare ad un precedente antico sito di culto, indizio ne sarebbe il ritrovamento in zona di circa una quarantina di statuette di Ercole, dio delle acque salutari oltre che indomito guerriero.

Lasciando l’incredibile connubio di simbolismo pagano-ermetico-cristiano racchiuso in questo straordinario edificio ecclesiastico, un simbolo ben noto ci saluta quasi a voler racchiudere in un unico elemento l’intero suo contenuto: la croce patente.

Benché non vi siano espliciti elementi che ricolleghino la storia di questa chiesa con l’ordine dei Cavalieri Templari diversi sono gli elementi che rimandano ad un loro possibile legame. Non vi è neanche un sicuro legame storico tra i Templari e Thomas Becket. Certo è che Thomas Becket è stato indubbiamente un personaggio di grande fama e rilievo storico, venerato come santo e martire dalla chiesa cattolica ed anglicana dopo che fu ucciso nella cattedrale di Canterbury (forse per ordine del sovrano Enrico II), a cui vennero dedicati diversi edifici ecclesiastici.

Un indizio storico di un possibile legame risiede nella sovvenzione che i Templari ricevettero da parte di Enrico II per una nuova crociata in Terra Santa come sorta d’indennizzo per la morte dell’arcivescovo. Ulteriore punto di contatto parrebbe il legame con l’ordine Benedettino che ospitò l’arcivescovo di Canterbury durante il suo esilio francese ed il noto legame dei frati con i Cavalieri Templari. Anche la dedica a Thomas Becket della chiesa sita a Cabriolo (Parma), in origine cappella di una mansio Templare, ci evidenzia questo possibile legame.

Siamo tornati sui nostri passi, dopo un anno che ci ha sorpresi più volte a ripensare all’incanto di questa opera d’arte. Siamo tornati perché sentivamo che ancora qualcosa avrebbe suscitato la nostra meraviglia. Nella nostra prima visita infatti avevamo cercato più stretti legami del luogo con la cultura templare, adesso speravamo di trovare l’antico simbolo della Triplice Cinta che viene frequentemente associata a luoghi di appartenenza templare. La ricerca non è sempre facile dato che la posizione in cui essa viene ritrovata non risponde a canoni precisi e può sfuggire alla vista soprattutto se la luce del luogo non cade radente ai muri in modo tale da evidenziare l’incisione.

Poiché la Triplice Cinta viene ritrovata in varie collocazioni: muri, soglie, sedili di chiostri e pavimenti abbiamo scrutato a lungo con meticolosità l’interno della chiesa ed uscendo, i suoi bei portali e la pavimentazione perimetrale ma nessun segno e nessun piccolo incrocio evidenziava il particolare tracciato.

Per ottenere un maggior dettaglio delle mura fortemente illuminate dal sole, siamo ricorsi al teleobiettivo della telecamera che ci ha permesso di avvicinare anche le superfici perimetrali sotto il margine del tetto. E lì finalmente una Triplice Cinta, parzialmente nascosta da materiale cementizio sovrapposto, si è rivelata ad un’altezza di circa 10 metri dal suolo, sulla parete posteriore est della navata di destra.

Triplice Cinta

La sua posizione inconsueta convalida l’ipotesi di un suo utilizzo come simbolo, di cui peraltro ne rimane sconosciuto il vero significato ma certamente esclude, almeno in questo caso, il suo utilizzo come tabula lusoria.

Azzardiamo quindi un’ipotesi: la Triplice è forse un trait d’union tra l’Ordine Monastico Benedettino e l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone? Ci poniamo questa domanda e ci ripromettiamo di cercare risposta nei monasteri d’Abruzzo fondati dall’Ordine Benedettino, i cui cenobiti ebbero un ruolo fondamentale nel dare corso alla riconquista della Terra Santa. Ricordiamo peraltro che in Francia, durante il Concilio di Clermont nell’anno 1095, furono i benedettini Abate Ugo di Cluny e Papa Urbano II, che fu priore della stessa abbazia, e un ristretto gruppo di nobili, tra cui Goffredo di Buglione, ad elaborare la decisione di convocare la “Prima Crociata” in Terra Santa. Da lì origineranno le enigmatiche vicende del primo ordine monastico-guerriero.

Bibliografia

  1. L’altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, iTrofei
  2. Il Mistero delle Cattedrali gotiche, Fulcanelli, ed. Mediterrane

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San Cristoforo e la sua simbologia alchemica

Immagine” Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte.
“Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa. La schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada; il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che che tu sei meno potente di lui; allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore che di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.”  Questa è la leggenda così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo “Légendes du Vieux Paris”.

La figura di San Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo, è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto, nella tradizione cristiana, col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti.

In Abruzzo sono presenti due eccezionali esempi di raffigurazione pittorica medioevale di questa simbologia presenti rispettivamente nella Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme e nell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco. In entrambi gli affreschi l’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene esplicitata attraverso particolari pittorici. Il fatto che l’esecutore o gli esecutori dei emtrambi gli affreschi avessero la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducessero fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo. Secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo in entrambi gli affreschi. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata, presente nell’affresco della Chiesa di San Tommaso, secondo linee incrociate simili a quelle che a dire degli alchimisti si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Quindi, Cristoforo portatore di Gesù Bambino, ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di rinascita e perpetua rigenerazione.

L’innalzamento dell’oro nascente sulle onde mercuriali è invece espresso simbolicamente dalla cintura a balze dell’affresco dell’Oratorio di San Pellegrino.

La raffigurazione simbolica di San Cristoforo diventa pertanto emblema d’iniziazione misterica in cui è nesessario lasciare dietro di sè le spoglie della rozza ignoranza per assumere le vesti di una nuova conoscenza rivelata.

Bibliografia:

Il mistero delle Cattedrali – Fulcanelli – Edizioni Mediterranee

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René Schwaller De Lubicz

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De Lubicz, per quanto ridicolizzato da diversi egittologi “ortodossi” è probabilmente uno dei pochi che sia riuscito a comprendere i segreti racchiusi nelle antiche costruzioni egizie. Il suo importante lavoro frutto di un impegno pluriennale nello studio sul campo del Tempio di Luxor è raccolto nell’opera in due volumi Il Tempio dell’Uomo. L’opera non è di immediata comprensione come tutte le opere di stampo esoterico. Nel 1999 è stato tuttavia tradotta in italiano l’opera del ricercatore indipendente americano John Anthony West intitolata Il Serpente Celeste il cui scopo è di divulgare, in maniera semplificata, la dottrina complessa e poco accessibile di Schwaller de Lubicz.

La formazione esoterica di  De Lubicz ha inizio all’età di 23 anni, a Parigi, dove è ammesso a frequentare la bottega del grande pittore Henri Matisse e dove conosce Jean-Julien Campagne, noto pittore ed alchimista. I due, benchè non molto affini di carattere, collaborano intensamente allo studio delle maestose cattedrali gotiche dedicandosi in particolar modo alla realizzazione, per via alchemica, delle loro stupende vetrate colorate.  Il loro lavoro doveva restare segreto, tuttavia nel 1926 viene pubblicato, ad insaputa di De Lubicz, il Mistero Delle Cattedrali  a nome di Fulcanelli, ritenuto autore pseudonimo dello stesso Champagne e basato su di un manoscritto realizzato da De Lubicz. L’importante libro non tratta unicamente dei simboli alchemici presenti nelle architetture delle antiche cattedrali gotiche, ma si pone soprattutto come scopo la rinobilitazione del lavoro manuale dell’alchimista in laboratorio, visto come procedimento fondamentale per essere un vero seguace della Grande Opera.

Bibliografia:

  1.  Enciclopedia Dell’Esoterismo, Roberto Tresoldi, De Vecchi 2002
  2. Il Serpente Celeste, John Anthony West, Corbaccio 1999
  3. Il Mattino Dei Maghi, Louis Pauwels – Jacques Bergier, Mondadori
  4. Il Tempio Dell’Uomo, René Schwaller De Lubicz, Edizioni Mediterranee 2009

 

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