Guglielmina la Boema

Questa è la storia di Gugliemina detta la Boema. Uno dei misteri tanto affascinante quanto poco narrato del medioevo meneghino. Attorno all’anno 1270 una giovane donna con modi assai eleganti ma con pochi soldi in tasca trovò dimora alla Bregonia, tra Porta Orientale e Porta Tosa. Con se aveva un figlio di pochi mesi e non era accompagnata da un marito. Le sue origini non erano milanesi nè tanto meno italiane. La presenza di una straniera in quel rione non era cosa di tutti i giorni per quell’epoca e Guglielmina suscitò presto la curiosità della gente del rione. Molti si chiedevano chi lei fosse e perchè fosse giunta in Italia, chi fosse il padre del piccolo e per quale motivo non la accompagnasse. Certo era che questa giovane forestiera era povera e non sarebbe stata in grado di mantenere se ed il bambino. Con il suo italiano stentato Guglielmina dipengeva di se un quadtro da favola. Diceva di essere una principessa figlia del sovrano di Boemia e di sua moglie la regina Costanza. La sua gentilezza i suoi modi educati e l’aspetto delicato e fragile davano credibilità al suo racconto ma ciò che non era chiaro era il motivo che l’aveva indotta a lasciare una famiglia di tale lignaggio per recarsi in un povero quartiere di Milano. La storia racconta che in Boemia nella seconda metà del XIII secolo, la regina Costanza, moglie di Premislao, ebbe tre figlie femmine di cui una, chiamata Agnese, prese frozatamente i voti. Ciò diede adito alle alle più svariate supposizioni: che Gugliemina ed Agnese fossero la stessa persona, che la figlia di Premislao fosse una sorta di Monaca di Monza e che il figlio che Gugliemina portava con se fosse il frutto della colpa e che la giovane donna fosse scappata dal regno per sfuggire alla punizione che invece aveva colpito il suo amato. Alle chiacchere e ai pettegolezzi che la riguardavano presto si sostituì una sincera ammirazione nei confronti di una persona così adorabile che si comportava davvero come una principessa a dispetto del suo stato d’indigenza che comunque portava con distinta dignità. Difficile credere una millantatriche una donna che nonostante le molte difficoltà che doveva combattere nella vita quotidiana, si mostrasse sempre di animo nobile e dedito a soccorrere chi aveva bisogno come lei. Questa forestiera dal misterioso passato divenne amica premurosa degli orfanelli senza tetto, dei malati e dei moribondi al cui capezzale trascorreva le ore. Le sua dedizione al prossimo non fu intaccata nemmeno dal grave lutto che la colpì quando il suo bambino morì prematuramente. Agli occhi della gente comune questa giovane donna non era più nè straniera nè principessa ma un angelo disceso dal cielo. Fu in quel triste momento della sua vita che Guglielmina decise di lasciare la Bregogna e di trasferì nella contrada di San Pietro all’Orto dove esiste ancora oggi una via che porta il suo nome, alle spalle del famoso Duomo. La voce popolare aveva già distroto la figura di Guglielmina rendendola un sorta di guaritrice, santa taumaturga. Fu allora che la Chiesa di Roma incominciò ad interessarsi alla sua figura. In particolare le suore Umiliate del Monastero di Santa Caterina in Brera arrivarono a stabilire con lei un rapporto molto stretto. Si dice che il legame tra Gulgliemina e quest’ordine fosse un uomo, un benestante cittadino milanese, probabilmente un mercante, tale Andrea Saramita, così affezionato e devoto all’ordine da affidare loro una sorella e una figlia. Il Saramita oltre a essere devoto era anche un noto viveur tanto da far nascere il sospetto che Guglielmina fosse addirittura la sua mante. Il Saramita fu così preso dalla figura di Guglielmina da farsene profeta e creare un vero e prorpio culto incentrato sulla sua della quale decantava non solo la santità ma addirittura la natura divina. Egli arrivò al punto di dichiararla l’incarnazione dello Spirito Santo come Gesù Cristo lo era di Dio. Tali affermazioni specie in quell’epoca, erano considerate dalla Chiesa un vera e propria eresia e avrebbero facilmente portato la donna ad un processo davanti al Tribunale dei Santi Uffizi ed il fatto che non fosse solo il popolo a venerarla ma anche un gruppo di religiose sottoposte all’autorità della Chiesa Romana, era un equivoco che avrebbe poputo generare consegueze pericolose e pertanto da risolvere al più presto.  Gugliemina subì ben due volte le inchieste ed il processo della Santa Inquisizione in un periodo in cui la Chiesa incominciò a mietere centinaia di vittime nella cosidetta “caccia alle sterghe”. Nel caso di Guglielmina l’inquisizione fece due volte un buco nell’acqua. Era noto che la Boema aveva preso le distanze dalle dichiarazioni del Saramita tanto è vero che aveva rotto i rapporti con lui e che aveva rifiutato fermamente le affermazioni dell’uomo circa la presunta natura divina dallo stesso attribuitale. Per circa dieci anni Guglielmina continuò quindi la sua opera di cura nei confronti dei bisognosi senza essere imputabile di alcunchè. Preseguì il suo connubio con le Umiliate e si avvicinarono inoltre a lei e alla sua particolare spiritualità anche i monaci cistercensi dell’Abazia di Chiaravalle a Sud di Milano. Fu proprio nell’Abazia di Chiaravalle che la nostra Giuglielmina fu sepolta dopo la sua improvvisa morte dato che fu lei stessa a chiedere che le sue spoglie trovassero rifugio in quell’abazia. Era il 24 Agosto del 1281. Una folla seguì in corteo il suo feretro fino al luogo dell’eterno riposo. Certo è che la fama di Gugliemina non si estinse con il suo corpo mortale. La morte della pia donna anzichè far dimenticare la sua figura ne rinvingorì il ricordo. Infatti se da viva Guglielmina era stata la santa del popolo adesso la morte offriva la giusta distanza che la potè inalzare facilmente ad idolo di culto. Così ella passò da essere ammirata, stimata ed amata ad essere venerata. La sua tomba divenne meta di quotidiani pellegrinaggi con richieste di grazie e miracoli. Fu proprio Andrea Saramita a sistematizzare il culto che sorse spontaneamente intorno alla figura di Guglielmina e a raccogliere i devolti organizzandoli in un ordine: i guglielmiti. Secondo il Saramita Guglielmina era l’incarnazione dello Spirito Santo e sarebbe risorta nel corpo il giorno della Pentecoste. Quattrro vangeli racolsero l’eredità di Gugliemina, a firma dello stesso Saramita e fu eletta una sorta di “Papessa” Maifrada Pirovano, una suora Umiliata indicata da Guglielmina come sua erede. Fu così che nacque una vera e propria Chiesa.  Le file dei guglielmiti si arrichivano giornalmente di schiere di adepti, letteralmente invasati dalla figura di Guglielmina. Nacquero gerarchie, inni, una calendario liturgico con festività e furono officiate messe. I devoti si radunavono in più sedi ma i centri privilegiati erano il chiostro dell’Abazia di Chiravalle ed il Monastero delle Umiliate. La storia del culto culminò con la consacrazione a “Papessa” di Maifreda che annunciò inoltre la resurrezione della Boema. Tutto ciò ebbe luogo il giorno di Pasqua del 1299. Fu questo atto che portò la chiesa Romana a decidere di agire fermamente prima che il culto soppiantasse la stessa Chiesa di Roma. Ormai tra le fila dei guglielmiti vi erano personaggi di grosso calibro a comincisare dalla “Pepessa” Maifrea, della famiglia Pirovano, cugina niente meno che di Matteo Visconti, signore di Milano. Le pratiche di questa “Nuova Chiesa” stavano divenendo ormai così affernate e ricche di seguaci che nel 1300 ebbe inizio il processo a carico di tutti gli appartenti all’orine dei guglielminti. Ma non vi furono stermini di massa anzi l’Inquisiuzione si dimostrò eccezionalmente clemente nei confornti dei fratelli “deviati” che furono riconosciuti per essere gente sempliciotta traviata dall’immagine di una donna che aveva fatto tanto per i poveri ed i negletti. La sentenza capitale fu pronunciata per coloro che si rifiutarono di abiurare e di ricongiungersi alla Chiesa Cattolica Romana ossia coloro che promossero l’eresia stessa: Andre Saramita, Maifrade Pirovano e pochi altri che arsero vivi sui roghi allestiti nel Dicemnre dello stesso anno a Sant’Eustrorgio sede dell’allora Tribunale. Da quanto emerse dagli atti del processo contro Maifreda veniamo a conoscenza dei capi d’accusa mossi contro di lei: la donna avrebbe dispensato benedizioni, officiato messa, somministrato l’eucarestia e ricevuto omaggi dovuti a un Papa. Ma per avere la certezza di estrimpare il culto alla radici la Chiesa intervenì sul cuore del culto professato dai guglielmiti: le spoglie della Boema. Dato che era ormai nota per tutta Milano la voce secondo cui anche dalla tomba la Santa fosse in grado di compiere miracoli, i resti di Guglielmina furono riesumati e arsi sul rogo. Fu così che con tale accanimento venne compiuto dalla Chiesa un’atto bizzarro ed indegno dell’opera di una donna misericonrdiosamente cristiana. Guglielemina vissuta e morta da santa fu così condannata eretica già defunta e le sue spoglie spregevolmente violate.  La storia di Guglielmina detta la Boema esprime in modo esemplare la contraddittorietà della spiritualità medioevale nella quale una pira infuocata separava la santità dall’eresia.

Bibliografia:

Le Grandi donne di Milano, Daniela Ferro, Newton Compton Editori 2007

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Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme

Ferragosto 2009, è una luminosa giornata e ci lasciamo alle spalle lo scintillante mare d’Abruzzo per inoltrarci nei mistici luoghi dell’Appennino attraversando le valli della Majella e del Monte Morrone. Sulla SP 66 a circa 6 km da Caramanico Terme, nella frazione di San Tommaso, si trova una chiesa intitolata in origine a San Thomas Becket, l’arcivescovo di Canterbury, assassinato nella sua cattedrale nel 1173. La chiesa fu fondata negli anni immediatamente successivi. A finanziarne la costruzione fu il feudatario normanno Riccardo Trogisio. Nel 1219 Onorio III concesse la protezione apostolica e nel 1260 Alessandro IV ufficializzò l’istituzione di una canonica regolare agostiniana. Per sfuggire all’autorità diocesana i canonici di san Tommaso nel 1264 posero la loro chiesa sotto la giurisdizione del monastero di San Lorenzo fuori le Mura di Roma continuando ad osservare però la regola di Sant’Agostino. Nel 1334, a causa di una lunga controversia con l’episcopato teatino e di continue vessazioni da parte di laici, si sottomisero all’Abazia di Santo Spirito di Morrone adottando le regola di San Benedetto. Il monastero fu soppresso successivamente nel 1652 ma la chiesa continuò ad essere officiata dai celestini fino alla soppressione napoleonica nel 1807.

La storia della costruzione di questa chiesa, che conserva tutte le caratteristiche dell’edificio romanico, è stata particolarmente tormentata. Le fonti storiche narrano che l’edificazione iniziò nel 1202 e che il progetto, ab origine grandioso, prevedeva un portico, un pulpito, pilastri compositi all’interno e numerose decorazioni scultoree eseguite da grandi maestri scalpellini. Nel 1219 la costruzione era già terminata ed il progetto iniziale notevolmente semplificato, per motivi sconosciuti. Il portico, infatti non fu più costruito, ma i pilastri che dovevano sorreggerlo sono ancora oggi visibili sulla facciata. Anche l’ambone, di cui rimangono leoni stilofori di fine lavorazione, non fu mai realizzato.Due finestre non previste dal progetto iniziale furono introdotte sulla facciata e le sculture già pronte alla posa sistemate in maniera poco precisa.

Ma prima di addentrarci nelle singolari caratteristiche architettoniche e decorative di questa straordinaria chiesa, che indubbiamente la rendono il più interessante fra i numerosi edifici religiosi del territorio di Caramanico, è necessario risalire il corso della storia fino ai tempi antecedenti alla sua costruzione o forse meglio dire ricostruzione.

La zona di S. Tommaso era già nota dall’VIII secolo d.C. come Paternum ed era interessata da un importante tracciato viario, ancora visibile agli inizi del XIX secolo nell’Atlante del Rizzi Zannoni, che da Interpromium risaliva nei territori di Bolognano e Musellaro, per poi passare sulla destra del fiume Orta all’altezza di Musellaro. Sulla cartografia è inoltre riportato il ponte Luco, ponte in pietra che oltrepassava la profonda gola del fiume, vero e proprio canyon, e di cui si conservano ancora i resti nella contrada Luchi di S. Tommaso.

Proprio lungo questo tracciato vennero rinvenuti nella prima metà del ‘900, all’interno della stessa frazione di S. Tommaso, vari resti riferibili ad un importante santuario antico qui esistente, un pilastro in pietra con base quadrangolare, una testa di Giove in calcare, e soprattutto una quarantina di bronzetti di Ercole datati tra il III – II secolo a.C, importante testimonianza del luogo di culto a cui facevano riferimento le popolazioni autoctone sin da un’epoca precedente la piena romanizzazione. Ercole è indubbiamente la divinità più tipica del pantheon religioso del popolo italico, simboleggiando coraggio e forza fisica. E per queste sue caratteristiche il dio spesso veniva associato ed invocato a protezione delle sorgenti e delle acque salutari . Per poter comprendere i significati del simbolismo così ben esposti dai costruttori della chiesa di S. Tommaso è necessario inoltre evidenziare la collocazione ambientale di questo luogo. A nostro avviso fondamentale per la scelta dell’edificazione di un luogo di culto. Il comune di Caramanico infatti non è solo noto per le sue acque termali curative ma anche per la Riserva Naturale della Valle dell’Orfento, un santuario della natura, un’isola verde posta nella selvaggia valle solcata dal fiume Orfento. La riserva si estende su un territorio di 2606 ha, che si eleva da 500 a 2.600 m. di altitudine, ricoperto da immensi e lussureggianti boschi di faggio solcati da numerosi canyons ricchi di acque e fragorose cascate ed offre naturale dimora a numerose specie animali, anche rare, ed a una popolosa fauna ittica. Non esistono parole che possano descrivere degnamente questo straordinario spettacolo.

Allo stesso modo si rimane affascinati dall’improvviso stagliarsi della chiesa di S. Tommaso sul margine della vallata, dalla sua solitaria eleganza e dalla sua struttura raccolta dal colore ocra, screziato dai segni del tempo.

L’edificio presenta una pianta a tre navate con un unica abside semicircolare. La facciata replica le partizioni interne con il portale centrale e due laterali in corrispondenza delle navate.

Sull’architrave del portale centrale, spicca lo splendido alto rilievo di Cristo in trono benedicente con i dodici Apostoli. (foto 002) Nell’insieme scultoreo è subito evidente la sproporzione delle figure rispetto all’architrave e all’intera facciata della chiesa come a significare un adattamento rispetto a un progetto originario più imponente. Singolare è anche la raffigurazione degli apostoli caratterizzata da una imperativa gestualità delle mani differente l’uno dall’altro, quasi a volerci trasmettere un solenne messaggio rafforzato dalla severità dei loro sguardi.

Siamo ancora coinvolti dalla maestosità dello spettacolo naturale che abbiamo attraversato e che ci ha accompagnato fin lì e ci sembra ovvio vedere riprodotti sulla pietra ricchi elementi floreali che fanno da contraltare alla severità delle effigi proposte dall’architrave. Le spirali dei motivi floreali che fiancheggiano il portale si incrociano tra loro con naturale eleganza sbocciando nei capitelli palmati.

Motivi floreali
Fiore della vita

Gli occhi scorrono i bassorilievi floreali della facciata fino ad incontrare isolate formelle che riproducono in solitaria bellezza perfetti Fiori della Vita, antichissima e universale raffigurazione, presente sia nelle culture orientali che occidentali, quale simbolo solare, esemplificativo della struttura interna del creato ed espressione, attraverso il rapporto aureo, dell’armonica geometria della natura.

Fiore della vita

Altri fiori della vita si ritrovano all’interno della chiesa, incisi su colonne. Ma ecco che su un’altra solitaria formella incontriamo il ghigno sarcastico germogliante fogliame di un Green Man. Inaspettato incontro di un altro simbolo universale. Il Green Man, nelle sue varianti raffigurative, è collegato alle divinità silvestri pagane, primariamente identificativo del primaverile risveglio della natura e quindi simbolo di ciclica rinascita. La famosa Cappella di Rosslyn in Scozia, nota per la sua ricca e discussa simbologia, e per il suo legame con l’Ordine dei Cavalieri Templari, ne possiede più di cento raffigurazioni. Ma questo non appare l’unico legame tra le due chiese.

Green Man sulla facciata della Chiesa di San Tommaso
Green Man della Cappella di Rosslyn

Infatti poco distante dal Green Man spicca il basso rilievo di quella che sembra una pannocchia in un filare di mais. E questo ci porta a considerare l’epoca di edificazione della chiesa (1202 d.C.) di S. Tommaso, la successiva scoperta del Nuovo Continente (1492 d.C.) ed i dibattuti viaggi oltreoceano dei Cavalieri Templari.

Pannocchia di mais

A destra del portale si svolge su una formella la singola spira di un serpente a testa in giù . Questa rappresentazione rovesciata ci risulta strana e perciò decidiamo di girare l’immagine fotografica di 180° per visualizzarla più chiaramente.

Ed è così che si rivela la raffigurazione di un serpente cornuto con quello che sembrerebbe un collare (forse un torquis). La particolarità di questo motivo ci riporta alla memoria un elemento tipico dell’articolata figura del Kernunnos di cui la più conosciuta rappresentazione si trova sul Calderone di Gundestrup di origine celtica (I secolo a.C.). Il Kernunnos, abitualmente raffigurato con lunghi e fini palchi di cervo, circondato di animali selvatici, è per la mitologia celtica il dio della natura che governa su tutti gli animali selvatici e sulle foreste ed è anche considerato dio della virilità. Solitamente è adornato da un torquis al collo, tiene in una mano un serpente cornuto e con l’altra mostra un torquis che nei racconti mitologici viene consegnato ad un adepto quale segno di iniziazione. Ma la rappresentazione del Kernunnos risulta di origine ancora più antica essendo già presente nelle incisioni rupestri della Valcamonica (IV secolo a.C.).

Calderone di Gundestrup

Incisa in alto e solitaria, appare infine quella che sembra la rappresentazione stilizzata di un’aquila in volo.

Nella calda giornata di metà agosto veniamo accolti dalle fresche navate della chiesa e dall’inconsueta presenza di quattro leoni stilofori posti quasi a guardia della navata principale e della cripta. Fanno corona all’altare gli affreschi di quattro colonne rosse e verdi, disposte simmetricamente rispetto ad una luminosa monofora centrale. L’abside illuminato rivela un’inscrizione solo parzialmente leggibile che conferma la sacralità e l’antichità del luogo già note ai costruttori dell’attuale chiesa (Vetustum Hoc Templum…)

Tra i vari affreschi duecenteschi presenti all’interno della chiesa di particolare interesse è quello di San Cristoforo realizzato su uno dei pilastri della navata principale.

San Cristoforo

Per cogliere il significato simbolico di questa raffigurazione all’interno di questa particolare chiesa è utile ripercorrere il racconto della leggenda del Santo così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo Légendes du Vieux Paris:

“Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte. “Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa, la schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada e il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che tu sei meno potente di lui, allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? Chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. “Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.” La figura di S. Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto tradizionalmente col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti. L’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene ulteriormente rafforzata da particolari pittorici che ne suggellano l’unione. Il fatto che l’esecutore dell’affresco avesse la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducesse fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo, secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata secondo linee incrociate simili a quelle che, a dire degli alchimisti, si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “ oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Cristoforo Portatore di Gesù Bambino ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di perpetua rigenerazione. La raffinatezza insita nel procedimento sembra voler essere ancor più sottolineata dal fatto che il gigante non è raffigurato con il bastone o albero sradicato dell’iconografia classica ma con una sottile bacchetta fiorita.

Colonna Santa

Ulteriore singolare elemento dell’interno della chiesa è la cosiddetta “Colonna Santa”. La colonna, di forma quadrangolare, è inserita nella navata destra ed è diversa da tutte le altre, essendo ricavata da un blocco monolitico che costituisce un esile stelo che poggia su una sproporzionata zoccolatura ed è sormontato da un altrettanto sproporzionato capitello riccamente decorato da tralci serpeggianti e foglie palmate. Tra la florida vegetazione spicca, su uno dei suoi quattro angoli, la figura di un altro Green Man. La colonna è detta Santa perché la tradizione popolare la vuole portata sul posto da un angelo e alla pietra che la costituisce vengono attribuite proprietà risanatrici.

Green Man sul capitello

La colonna è attualmente racchiusa in un vetro protettivo. Il suo culto è infatti fortemente radicato, e sicuramente non estinto, prova ne è il fatto che la sua parte inferiore è nettamente assottigliata e a tratti erosa dai devoti strofinamenti e dall’asportazione di suoi frammenti. La sua diversità architettonica e la particolare devozione popolare di stampo decisamente pagano, ci fanno dedurre che la colonna probabilmente appartenesse originariamente ad un altro sito di culto, verosimilmente lo stesso di cui si sono rinvenuti i resti nel ‘900 (vedi sopra) tra cui una colonna monolitica a base quadrangolare.

Base della Colonna Santa

Altrettanto singolare e di indubbia appartenenza a precedenti culti pagani ci sembra l’esistenza di un pozzo d’acqua alloggiato nella cripta al di sotto dell’altare a cui si accede attraverso una ripida gradinata vegliata da due leoni stilofori. La presenza di pozzi sacri all’interno delle chiesa gotiche medievali non è una rarità. Ne troviamo descrizione storiche a Parigi nell’abazia di Sain Germain-des-Pres e a Saint-Marcel, a Marne nella basilica di Notre-Dame de Lépine e nella chiesa di Notre-Dame de Limoux a Aude. L’acqua che si attingeva da questi pozzi era considerata di grandi virtù curative e veniva utilizzate per la cura di alcune malattie. La presenza di acqua curativa in un luogo sacro rimanda anche alla tradizione esoterica della Fontana di Giovinezza, leggendaria sorgente simbolo d’immortalità e di eterna gioventù presente nelle leggende di molte culture. Suggestivo è anche il legame simbolico che viene a crearsi tra questa fonte curativa e la rappresentazione alchemica di San Cristoforo quale simbolo mercuriale altrimenti detto Fontana di Giovinezza.

Pozzo nella cripta

Anche la presenza di questa fonte è a nostro avviso da ricollegare ad un precedente antico sito di culto, indizio ne sarebbe il ritrovamento in zona di circa una quarantina di statuette di Ercole, dio delle acque salutari oltre che indomito guerriero.

Lasciando l’incredibile connubio di simbolismo pagano-ermetico-cristiano racchiuso in questo straordinario edificio ecclesiastico, un simbolo ben noto ci saluta quasi a voler racchiudere in un unico elemento l’intero suo contenuto: la croce patente.

Benché non vi siano espliciti elementi che ricolleghino la storia di questa chiesa con l’ordine dei Cavalieri Templari diversi sono gli elementi che rimandano ad un loro possibile legame. Non vi è neanche un sicuro legame storico tra i Templari e Thomas Becket. Certo è che Thomas Becket è stato indubbiamente un personaggio di grande fama e rilievo storico, venerato come santo e martire dalla chiesa cattolica ed anglicana dopo che fu ucciso nella cattedrale di Canterbury (forse per ordine del sovrano Enrico II), a cui vennero dedicati diversi edifici ecclesiastici.

Un indizio storico di un possibile legame risiede nella sovvenzione che i Templari ricevettero da parte di Enrico II per una nuova crociata in Terra Santa come sorta d’indennizzo per la morte dell’arcivescovo. Ulteriore punto di contatto parrebbe il legame con l’ordine Benedettino che ospitò l’arcivescovo di Canterbury durante il suo esilio francese ed il noto legame dei frati con i Cavalieri Templari. Anche la dedica a Thomas Becket della chiesa sita a Cabriolo (Parma), in origine cappella di una mansio Templare, ci evidenzia questo possibile legame.

Siamo tornati sui nostri passi, dopo un anno che ci ha sorpresi più volte a ripensare all’incanto di questa opera d’arte. Siamo tornati perché sentivamo che ancora qualcosa avrebbe suscitato la nostra meraviglia. Nella nostra prima visita infatti avevamo cercato più stretti legami del luogo con la cultura templare, adesso speravamo di trovare l’antico simbolo della Triplice Cinta che viene frequentemente associata a luoghi di appartenenza templare. La ricerca non è sempre facile dato che la posizione in cui essa viene ritrovata non risponde a canoni precisi e può sfuggire alla vista soprattutto se la luce del luogo non cade radente ai muri in modo tale da evidenziare l’incisione.

Poiché la Triplice Cinta viene ritrovata in varie collocazioni: muri, soglie, sedili di chiostri e pavimenti abbiamo scrutato a lungo con meticolosità l’interno della chiesa ed uscendo, i suoi bei portali e la pavimentazione perimetrale ma nessun segno e nessun piccolo incrocio evidenziava il particolare tracciato.

Per ottenere un maggior dettaglio delle mura fortemente illuminate dal sole, siamo ricorsi al teleobiettivo della telecamera che ci ha permesso di avvicinare anche le superfici perimetrali sotto il margine del tetto. E lì finalmente una Triplice Cinta, parzialmente nascosta da materiale cementizio sovrapposto, si è rivelata ad un’altezza di circa 10 metri dal suolo, sulla parete posteriore est della navata di destra.

Triplice Cinta

La sua posizione inconsueta convalida l’ipotesi di un suo utilizzo come simbolo, di cui peraltro ne rimane sconosciuto il vero significato ma certamente esclude, almeno in questo caso, il suo utilizzo come tabula lusoria.

Azzardiamo quindi un’ipotesi: la Triplice è forse un trait d’union tra l’Ordine Monastico Benedettino e l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone? Ci poniamo questa domanda e ci ripromettiamo di cercare risposta nei monasteri d’Abruzzo fondati dall’Ordine Benedettino, i cui cenobiti ebbero un ruolo fondamentale nel dare corso alla riconquista della Terra Santa. Ricordiamo peraltro che in Francia, durante il Concilio di Clermont nell’anno 1095, furono i benedettini Abate Ugo di Cluny e Papa Urbano II, che fu priore della stessa abbazia, e un ristretto gruppo di nobili, tra cui Goffredo di Buglione, ad elaborare la decisione di convocare la “Prima Crociata” in Terra Santa. Da lì origineranno le enigmatiche vicende del primo ordine monastico-guerriero.

Bibliografia

  1. L’altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, iTrofei
  2. Il Mistero delle Cattedrali gotiche, Fulcanelli, ed. Mediterrane

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Chiesa di San Michele a Ome

Nella Franciacorta, sul territorio del comune di Ome, poste sul crinale della collina chiamata “costa di San Michele” sorgono l’omonima chiesa ed i resti di un antico castello. Da questa dorsale si gode di un ampia visuale sulle due valli dette del Nas e del Fus, che sono attraversate rispettivamente dai torrenti Martignano e Gandovere. L’esatta data d’origine del sito non è nota, anche se i rilevamenti archeologici ipotizzano la presenza di un insediamento nei secoli VII-VIII. Il primo documento storico riguardante il territorio del comune di Ome risale al 1090 e riferisce della vendita al Cenobio Benedettino di Rodengo di un terreno collocato in Fundo Rodingo.

L’attuale aspetto della chiesa risale al XV secolo. Sono tuttavia conservate le riconoscibili testimonianze di un’originale cappella ad aula unica orienta in direzione est-ovest come si osservava classicamente nelle chiese di fondazione romanica o precedenti.

In Franciacorta sono presenti due ulteriori edifici sacri dedicati a San Michele che presentano caratteristiche in comune con quella di Ome: la Chiesa di San Michele posta sul Monte Orfano di Rovato ed i ruderi dell’Oratorio di San Michele posto sul versante del Monte Alto che si affaccia sull’abitato di Colombaro di Corte Franca. Gli edifici sono considerati risalenti all’età longobarda e sono costruiti in alto su una collina o sulle pendici di un monte. In entrambi i casi sono collocati lontano dai centri abitati e sono collegati ad una vicina struttura fortificata di età medioevale.

La conferma dell’originale orientamento dell’asse della chiesa lungo la direttrice est-ovest si è avuta dall’esecuzione di alcuni scavi archeologici eseguiti sul lato orientale dell’edificio sacro. Da questo lato dell’edificio è stata infatti rinvenuta, ad una profondità di circa 15 cm, la struttura muraria ad andamento semicircolare dell’abside della chiesa romanica con una muratura dello spessore di 75 cm conservata solo a livello di fondazione e collocata al di sotto di circa 40 cm dall’altezza della pavimentazione dell’interno della chiesa. Ciò dimostra l’esistenza di un edificio preesistente le cui fondamenta si sono dimostrate essere poste direttamente sullo strato roccioso della collina. Da questo rilevamento è inoltre emerso che un insediamento umano era già presente sul territorio ancora prima della costruzione dell’edificio sacro. Ulteriore elemento particolare che è emerso dagli scavi è stato il rinvenimento di una tomba realizzata con lastre di pietra addossata direttamente alla roccia e ai primi corsi di pietra della fondazione che accoglieva le spoglie di un bambino. Tale tomba è risulta verosimilmente contemporanea alla fondazione dell’edificio stesso.

L’interno della chiesa doveva essere riccamente affrescato. Oggi rimangono solo alcune opere che sono in grado comunque di farci capire la tipologia iconografica delle pitture un tempo presenti. Tra queste ritroviamo la nota raffigurazione di San Michele localizzata sia sulla parete sud che est dell’edificio, entrambe raffiguranti il santo vestito di un’armatura che regge la bilancia sui cui piatti sono poste le anime dei defunti che devono essere giudicate nel noto rito della “pesatura delle anime” o psicostasia.

Sulle pareti interne dell’edificio sono inoltre presenti alcuni curiosi disegni a carboncino che riproducono delle navi, in particolare della galere, imbarcazioni con un albero maestro e numerosi remi che venivano utilizzate dai veneziani. Queste rappresentazioni sono state datate intorno al XVI secolo e si presume costituiscano ex-voto di marinari.

Numerosi sono gli esempi di chiese dedicate a San Michele in Italia, come la famosa Sacra di San Michele in Val di Susa e all’estero, l’altrettanto ben noto Santuario di Mont Saint Michel sulla costa settentrionale della Francia. Questi luoghi hanno una evidente caratteristica che li accomuna: la verticalità. Questi edifici sono posti infatti in posizioni elevate caratterizzate da una visuale incredibilmente panoramica sul territorio circostante.

Un elemento peculiare che abbiamo rilevato presso la Chiesa di San Michele a Ome e che ci proponiamo di verificare negli altri edifici sacri dedicati al santo, è l’elevato campo magnetico terrestre che si registra nei pressi dell’edificio. Abbiamo infatti registrato un campo medio pari a circa 80 μT. Il valore del campo magnetico terrestre varia in intensità da circa 20 μT all’equatore a 70 μT ai poli. Ovviamente non siamo in grado di affermare, allo stato attuale delle cose, che vi sia un preciso legame tra le particolari caratteristiche geomagnetiche di questo sito e la scelta di edificarvi un edificio di culto dedicato a San Michele, certo risulta un rilievo peculiare, degno di nota e di futura verifica.

Bibiografia:

  1. La Terra di Ome in Età Medievale, Gabriele Archetti – Angelo Valsecchi, Brescia 2003
  2. Il Campo Magnetico Terrestre, http://www.openfisica.com

Oratorio di San Pellegrino a Bominaco

Dall’altopiano di Navelli, a circa 1000 metri d’altezza, l’Oratorio di San Pellegrino e la Chiesa di Santa Maria Assunta, dominano sulla via Appulo Sannitica, meglio nota come statale 17, che collega le città di Foggia e L’Aquila. Da qui si gode di una vista degna di una falcone in quota e la piacevole brezza che si leva dalla vallata rinfresca l’accaldato visitatore nelle più assolate giornate estive. Le due chiese facevano parte originariamente di un unico complesso monastico benedettino nel comune di Bominaco un tempo noto come Momenaco. Le origini del complesso risalgono tra il III e IV secolo epoca in cui un missionario laico, San Pellegrino, giunto dalla Siria in Italia subì il martirio. Sul luogo della sua sepoltura fu inizialmente costruito un sacello e successivamente una chiesa nell’VIII secolo. Anche Carlo Magno fu legato alla storia di questo luogo santo, dato che donò alla chiesa 500 mogge (circa 170 ettari) di terra e la mise sotto la protezione dell’Abazia di Farfa. Da allora la comunità benedettina fiorì insieme alle genti del luogo coinvolte nelle numerose attività dei frati. Grazie alle conoscenze dei frati furono avviate nel territorio vere e proprie aziende agricole con poli di smistamento commerciale e fiorirono le arti. Nel 1001 il cenobio divenne indipendente da Farfa e tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo fu costruita nel complesso monastico la Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta. Nel 1423 il complesso monastico non fu risparmiato dalla guerra scatenata dal condottiero Braccio da Montone che minacciò seriamente lo Stato Pontificio. Fu per riconoscenza alla nobiltà aquilana che aveva fermato l’avanzare del condottiero ponendo fine alla sua esistenza, che il Sommo Pontefice concesse il patronato sull’abazia di Bominaco al Conte di Forfona. A lui fu concesso anche il diritto di nominare l’Abate. Ciò sconvolse l’ordinamento monastico in quanto la figura dell’Abate, Padre e Maestro, veniva eletta da sempre dalla stessa comunità monastica. I monaci abbandonarono dunque Bominaco agli inizi del ‘500, la loro meta è tutt’ora ignota. Fu così che la curia romana si impadronì della ricchezza generata dai monaci. Infatti le abazie che venivano col tempo “acquisite” diventavano per lo Stato Pontificio delle ricche prebende da concedere ai dignitari dell’alta gerarchia ecclesiastica composta per lo più da cardinali. Nel 1750 una bolla di Benedetto XIV fece diventare l’abazia di Bominaco una semplice parrocchia sotto la giurisdizione del vescovo di L’Aquila.

Oratorio San Pellegrino
Oratorio San Pellegrino Pronao

Benché l’esterno dell’Oratorio di San Pellegrino si presenti austero nella sua semplicità, al suo ingresso, il visitatore si trova immerso in un affrescato universo policromo che lo avvolge lasciandolo attonito. Gli affreschi sono stati realizzati sia sulle pareti laterali che sulle volte del tetto senza soluzioni di continuo. Numerosi sono i temi raffigurati seguendo come filo discorsivo la vita di Gesù Cristo. Vengono così rappresentati la scena dell’Annunciazione, la Natività, la presentazione di Gesù al Tempio, l’ingresso trionfale a Gerusalemme la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, la deposizione e la sepoltura del Cristo. Non sono invece raffigurate le scene che riguardano la Crocefissione e la Resurrezione. Difficile pensare ad una dimenticanza…..

Affreschi Navata

Ma gli affreschi che ci colpiscono maggiormente sono quelli a cui generalmente non viene dato risalto forse perché “imbarazzanti” per una chiesa cattolica. Di uno di questi ci siamo già occupati nel post dedicato a San Cristoforo. Oltre al simbolismo alchemico della figura del Santo vogliamo ricordare il suo legame con la divinità egizia Anubi, raffigurata col corpo di uomo e la testa di cane e custode del mondo dei morti. Nel Medioevo il culto di San Cristoforo era largamente diffuso sia in Oriente che in Occidente. La festa del santo si celebrava in occidente il 25 luglio (nel 1969 la Chiesa ha tuttavia rimosso la celebrazione dal calendario dei santi). La sua festa cadeva durante la canicola, periodo che andava dal 25 luglio al 26 agosto, quando Sirio la splendente stella della costellazione del Cane Maggiore aveva la sua levata eliaca. Motivo per cui il santo veniva raffigurato nell’iconografia bizantina come Santo Cinocefalo. In Francia e Germania era usanza il 25 luglio sacrificare a San Cristoforo un gallo, proprio come narrava Plutarco era usanza fare in Egitto per Anubi. San Cristoforo nelle antiche raffigurazioni era dipinto anche con una veste particolarmente decorata, con mantello e cintola e una fronda di palma o un albero sradicato in mano, questi ultimi due elementi caratteristici anche delle raffigurazioni di Anubi. Il fatto che le immagini del santo rappresentino una semplice cristianizzazione delle immagini del dio egizio è inoltre attestato dal fatto che spesso statue del santo venissero poste all’ingresso delle chiese con la funzione di custode proprio come Anubi era il guardiano dell’oltretomba.

San Cristoforo Cinocefalo
La “Pesatura delle anime”

Nel nostro Oratorio di Bominaco la figura del santo è posta sulla parete d’ingresso immediatamente a destra del portale. Nel nostro caso il suo legame con la divinità egizia appare rafforzato dalla presenza di un’altra raffigurazione che si trova sulla parete destra della chiesa in prossimità dell’ingresso: la Psicostasia ossia l’antico rito della pesatura delle anime.

Con il termine Psicostasia si indica la cerimonia, raffigurata nel Libro dei Morti dell’antica religione egizia, a cui il defunto veniva sottoposto prima di poter accedere all’oltre vita. Nella cerimonia il defunto viene accompagnato da Anubi al cospetto dei giudici. Anubi si occupa anche della pesatura materiale del cuore del defunto raffigurato da un vaso che viene posto su di un piatto della bilancia, mentre sul piatto opposto viene posta Maat (la giustizia) raffigurata da una piuma. Thot, dio della saggezza prende nota del risultato della pesatura sul suo “Libro della Vita”. Se il cuore, sorta di “scatola nera” delle azioni compiute in vita bilancerà la piuma, allora il defunto sarà dichiarato “giusto” ed ammesso al regno dei morti. In caso contrario, il cuore verrà dato in pasto ad Ammit, posto ai piedi della bilancia, essere composito raffigurato con la testa di coccodrillo, leone nella parte anteriore del corpo ed ippopotamo nella parte posteriore. Alla fine del rito il defunto “giusto” viene presentato da Horus ad Osiride il dio dell’oltretomba.

Thot con Ammit
Dea Tuart

Lo studioso Adrian Gilbert ci dà un’interpretazione un po’ diversa del rito della pesatura della anime. Secondo Gilbert il rito avveniva all’interno della Grande Piramide nella Camera del Re. In base al risultato della pesatura, l’anima del morto poteva lasciare la terra e congiungersi ad Osiride nel mondo celeste oppure essere inghiottita non dal mostro Ammit ma dalla dea Tuart, anche lei dall’aspetto poco rassicurante , molto simile ad Ammit, con la testa di coccodrillo ed il corpo di leone. Una particolarità ancora non chiara della famosa Camera del Re è la presenza di due pozzi, cosiddetti perché si è ipotizzato una loro funzione di areazione. In realtà questi condotti sembrano essere dei puntatori celesti indirizzati uno a sud che al tempo della costruzione della piramide puntava al punto di culminazione alla stella Al-Nitak nella cintura di Orione, mentre l’altro pozzo era orientato verso la stella polare di allora Alfa-Draconis. Mentre Osiride è associato alla costellazione di Orione che quindi rappresenta il paradiso, la Stella Polare è simboleggiata dalla dea Tuart. Due erano dunque i possibili destini dell’anima: congiungersi ad Osiride nell’oltre vita o essere divorata da Tuart per rinascere nuovamente sulla terra. La dea infatti era raffigurata sempre in stato di gravidanza avanzata, essendo considerata anche la divinità protettrice delle donne incinte. La reincarnazione era dunque considerata una seconda chance per cercare di guadagnare nuovamente il paradiso. Questa interpretazione renderebbe il culto egizio simile alle religioni orientali ma anche al credo cristiano gnostico. Nell’oratorio di Bominaco il rito della “pesatura delle anime” non è rappresentato nei termini egizi ma come veniva raffigurata nell’epoca medioevale, come risulta da quei pochi esemplari che rimangono visibili oggi. Spesso nelle fasi di ristrutturazione delle chiese alcuni affreschi venivano ricoperti da altri nuovi, più conformi ai dettami del credo vigente.

Oratorio San Pellegrino – San Michele e la Pesatura delle Anime

Nel nostro caso colui che presiede al rito della pesatura è San Michele che regge la bilancia. Sui due piatti della bilancia vi sono le anime giudicate, rappresentati come piccoli uomini a bordo di un vascello, come si intende dalla presenza di una polena. (Un volto è cancellato forse qualcuno non gradiva assomigliare a qualche anima dannata). San Michele, alter ego di Thot, regge in una mano la bilancia e nell’altra un globo con raffigurata una croce con l’estremo inferiore a doppio uncino (ancora crociforme). Nelle icone bizantine San Michele è raffigurato generalmente con espressione seria, occhi grandi e allungati, vesti molto ricche, simili a quelle degli imperatori e in mano regge il globo o la bilancia. La cosa suggestiva di questa raffigurazione è l’evidente richiamo della croce con doppio uncino ad un altro simbolo cruciforme di significato dualistico l’Abraxas.

Abraxas

Con questo nome gli gnostici chiamavano l’Eone Supremo, la conciliazione del Bene e del Male, il dio creatore del mondo divino. Questo dio era distinto da quello della Bibbia, che per gli gnostici aveva solo creato l’imperfetto mondo materiale quale Demiurgo. L’Abraxas viene infatti citato nei papiri di Nag Hammâdi, fonti dirette dell’antico gnosticismo. Ciò rappresenta un tangibile legame di discendenza culturale dell’ordine benedettino dal cenobitismo di San Pacomio, monaco egiziano, ex militare, vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Ricordiamo che i papiri di Nag Hammâdi, contengono ciò che è scampato alla furia distruttrice del cattolicesimo: i Vangeli Gnostici e altri scritti appartenenti al Corpus Hermeticum. Sono per l’esattezza 13 papiri, che furono ritrovati nel 1945 in una giara di terracotta da pastori del villaggio di al-Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell’isola di Nag Hammâdi. I monaci li avevano verosimilmente occultati per non farli distruggere quando lo gnosticismo venne giudicato un’eresia da parte della nascente chiesa cattolica. Ricordiamo che il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia grazie anche all’incontro con l’abate Servando, latore della regola pacomiana, avvenuto presso il Protocenobio di San Sebastiano ad Alatri.

Viverna
Grifone

Quali elementi verticali di divisione della navata troviamo due plutei affiancati rappresentanti il destro una viverna e il sinistro un grifo, insieme costituivano il divisorio tra i battezzati e catecumeni.

Il grifone è un mostro favoloso con testa, ali e artigli d’aquila, corpo e zampe posteriori di leone. L’origine del tema iconografico risiede in Mesopotamia e in Egitto intorno al 3000 a.C. Spesso presente come tema decorativo nell’arte dell’antica Persia, il grifone divenne per gli Ebrei il simbolo della dottrina persiana dei Magi. Nell’Anatolia, assunse la funzione simbolica di guardiano dell’oro iperboreo, sorvegliante della mistica coppa di Dioniso. Nel simbolismo cristiano indica la duplice natura di Cristo: divina, rappresentata dall’aquila e, terrena, simboleggiata dal leone. Il simbolo del grifone era inoltre raffigurato, con la funzione di psicopompo, sui sarcofagi etruschi e romani. Fu poi eletto a guardiano della tomba e della risurrezione sui sarcofagi della prima arte cristiana. Come sul sarcofago merovingio di Charentondu-Cher, risalente al VII secolo, in cui vengono raffigurati diversi grifoni affrontati intorno a un calice, da alcuni interpretato come fonte di vita, da altri come calice eucaristico. Anche nel caso dell’Oratorio di San Pellegrino ritroviamo questo fantastico animale come custode del calice. Frequentemente la raffigurazione di una coppia di grifoni affrontati sono posti a custodia dell’albero della vita nell’arte di origine orientale. Il grifone inoltre nel simbolismo della mistica dell’ascesi può acquistare il significato di animale custode del viaggio iniziatico e dunque custode dell’immortalità.

La viverna è una creatura leggendaria simile al drago, se ne differenzia per il fatto di avere dimensioni inferiori, solo due zampe e per la caratteristica coda ad uncino o simile ad un serpente. Questo particolare animale fantastico durante il medioevo era considerato di grande utilità per la stregoneria, in relazione alla loro naturale affinità con gli incantamenti. Da un punto di vista ornamentale la viverna, insieme al drago, veniva utilizzata frequentemente nel medioevo per decorare stipiti ed architravi, spesso con associati tralci di vegetazione e fiori che scaturivano dalle loro fauci come nel motivo del Green Man. Nell’antico Oriente il drago rappresenta una divinità benefica connessa all’elemento acquatico. Mentre nella cultura cristiana cattolica è un simbolo malefico associato a Satana. Il drago incatenato o sottomesso ai piedi di un santo o della Vergine simboleggia per i cattolici della sacra romana chiesa la sconfitta del male.

Tuttavia per il resto del mondo il simbolo del drago o del serpente, il termine latino draco viene tradotto infatti sia “drago” sia ”serpente”, ha tutt’altro significato. Nell’antico Egitto il serpente era simbolo di conoscenza e saggezza e per questo motivo era presente sulle corone dei faraoni (Ureo). Nelle civiltà dell’America precolombiana era venerato il Serpente Piumato. Questa divinità, conosciuta con diversi appellativi, Quetzalcoatl per gli Aztechi, Kukulkan per i Maya, Gukumatz per i Quichè, era strettamente legata al sapere. Il Serpente Piumato aveva portato a questi popoli le conoscenze astronomiche, agricole e del computo del tempo. Altri detentori del sapere sono associati al simbolo del serpente. Mercurio, Hermes per i Greci, dio dell’eloquenza reggeva il caratteristico caduceo: due serpenti attorcigliati attorno ad un bastone. Ma lo stesso caduceo è retto anche da Ermete Trismegisto, il leggendario maestro di sapienza ed autore del Corpus Hermeticum, di cui abbiamo già accennato riguardo il ritrovamento dei Vangeli Gnostici a Nag Hammâdi. Il simbolo del serpente è infatti legato alla conoscenza anche per gli gnostici cristiani. Vi fu una particolare corrente gnostica nel II secolo che venerava la figura del serpente : gli Ofiti, dal greco ὄφις, “serpente” o Naasseni dall’ebraico nâhâsh, “serpente”. Anche per gli Ofiti il serpente era ritenuto donatore della conoscenza gli uomini. In particolare essi credevano che il Dio del Vecchio Testamento, creatore del mondo materiale quale Demiurgo, ma inferiore al Dio Supremo Padre di tutti avesse creato Adamo ed Eva, i primi uomini, per essere venerato da loro e li aveva rinchiusi nel giardino dell’Eden. Ma Sophia (la Saggezza) mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito (la mela) per risvegliare la loro conoscenza (gnosi) i cui livelli erano superiori a quelli del Demiurgo Yahweh. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all’insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, a causa del Demiurgo, restava sopita. E’ infatti mangiandoil frutto dell’Albero della Conoscenza che Adamo ed Eva conoscono la Verità: il Dio creatore è un Dio inferiore.

Questo legame del serpente con il “risveglio” e la conoscenza rivelata è anche presente nella cultura indiana. Non a caso lo gnosticismo ha molto in comune con le concezioni di base dei Veda dell’antica India. Il parallelo più evidente è presente nel nome: la parola “Veda” significa “Conoscenza”, proprio come la parola “gnosi”. Nella filosofia dello Yoga indiano il serpente arrotolato e addormentato è il simbolo di Kundalini: la conoscenza assopita che risiede nel perineo, alla base della colonna vertebrale. Tramite le tecniche Yoga essa viene risvegliata e risale lungo la colonna, attraversando i sette punti di forza denominati Chakra per giungere all’apice del capo fino a sfociare dalla sutura cranica (l’aureola dei santi cristiani può forse essere considerata un simbolo di illuminazione?). La manifestazione del risveglio della Kundalini è la consapevolezza e la conoscenza del passato presente e futuro, un’espansione della coscienza.

Il nostro viaggio partito dall’Abruzzo è terminato in India per dimostrare ancora una volta il potere del simbolo quale filo conduttore delle aspirazioni verso il divino che accomuna popoli e religioni. Il simbolo supera i concetti di tempo e spazio per diventare conoscenza universale, forse rivelata?

Bibliografia:

  1. Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, James Hall, Longanesi
  2. Bominaco, Serafino Lo Iacono OSB., Bominaco 1995
  3. Treccani.it, Enciclopedia dell’Arte Medioevale
  4. La Triplice Via del Fuoco nel Mosaico di Otranto, Francesco Corona, Atanòr
  5. I Re Pellegrini, Adrian Gilbran, Corbaccio
  6. I Vangeli Gnostici, Elaine Pagels, Oscar Mondadori
  7. Il Libro dei Morti degli Antichi Egiziani, G. Kolpaktchy – D. Piantadina, Atanòr

Triplice Cinta

Immagine
Triplice cinta

L’origine del simbolo della Triplice Cinta si perde nella notte dei tempi essendo già presente presso le civiltà preistoriche ed in quelle megalitiche. Un esempio della sua rappresentazione circolare nell’età del Bronzo, di verosimile origine celtica, è l’incisione su un pendente, custodito presso il Museo Archeologico di Bergamo, mentre un esemplare quadrato scolpito su di un masso megalitico si trova nella città di Alatri (FR). Il suo significato rimane tuttora un mistero. Diverse sono le ipotesi formulate in merito: una raffigurazione della cerchia druidica delle mura dei Celti, una schematica rappresentazione delle mura del Tempio di Salomone e da qui un possibile legame con l’ordine Templare, una raffigurazione della Gerusalemme Celeste con le sue dodici porte,  un simbolo che definisce luoghi con particolari caratteristiche tellurico-magnetiche, la schematizzazione dei tre gradi d’iniziazione esoterica-massonica, la raffigurazione della capitale di Atlantide, la quadratura del cerchio ed altre ancora. Come vedete le ipotesi sono le più fantasione e disparate. Per quanto è dato sapere ognuna di queste è altrettanto valida e pertanto nessuna è certa. Una cosa che ci sentiamo di affermare, in seguito alla nostra pluriennale ricerca, presso i monasteri e le chiese appartenute all’ordine dei monaci benedettini in Italia, è che spesso questo simbolo è presente in questi luoghi nelle posizioni più svariate. Abbiamo ritrovato triplici cinte incise su muretti di chiostri (Abazia di Piona, Lecco), su muretti di pronao (Abazia di San Colombano a Bobbio, Piacenza), su sedili di pietra esterni (Chiesa della Madonna delle Grazie a Cucullo, L’Aquila) nei pressi dei portali d’ingresso (Abazia di San Clemente a Casauria, Pescara) e sulle pareti esterne delle chiese anche ad elevate altezze dal suolo (Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme, Pescara). Dobbiamo tuttavia segnalare che ci è anche capitato di incontrare delle triplici cinte tracciate in luoghi insoliti come i gradini di un cortile interno all’Eremo Celestiniano della Madonna dell’Altare in provincia di Chieti, molto consumata data la sua particolare collocazione su un luogo di frequente passaggio, e sulla soglia di pietra di un antico palazzo a Palena (CH). Ovviamente non siamo in grado di dirvi quale sia l’esatto legame tra questi luoghi ed il simbolo della triplice. Ci limitiamo a riportarne il suo utilizzo da parte dei monaci  benedettini per una ragione attualmente ignota e a segnalare la presenza di altri simboli come ad esempio croci patenti, raffigurazioni di Re Salomone e fiori della vita, appartenenti all’ordine templare, spesso associati al ritrovamento della triplice.

Bibliografia:

  1. I luoghi delle Triplici Cinte in Italia, Marisa Uberti – Giulio Coluzzi, Eremon Edizioni
  2. L’altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, iTrofei
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