Chiesa di Santa Margherita a Monte Marenzo

Chiesa di Santa Margherita facciata

Il Luogo

Lasciata la strada provinciale n° 639 che costeggiando l’Adda collega Cisano Bergamasco a Lecco, seguendo l’indicazione Valcava, dopo una rapida salita s’incrocia la deviazione verso il Comune di Monte Marenzo.

Il panorama spettacolare che si ammira lungo questa salita mostra la Valle dell’Adda che si apre nei laghetti di Garlate e d’Olginate, fino a permettere di scorgere in lontananza la chiostra montuosa che racchiude la conca del lecchese. Tra le altre fanno bella mostra le cime frastagliate del Monte Resegone, i Corni di Canzo ed i pendii del Monte Barro. A nord, nel fondo valle, si scorge la fine del ramo lecchese del Lario.

Panorama da Monte Marenzo
Piantina Valle San Martino

Una breve deviazione dalla strada principale che attraversa Monte Marenzo, geograficamente collocato nell’alta valle di San Martino, porta alla parrocchia di San Paolo, dove nell’angolo destro della pavimentazione del pronao, spicca l’incisione di una notevole triplice cinta dal preciso ed elegante disegno.

Riprendendo la strada principale che percorre Monte Marenzo e seguendo le indicazioni Chiesa di Santa Margherita, si giunge in frazione Portola da cui parte un agevole sentiero sterrato che, con una tranquilla salita, conduce alla sommità del Monte Santa Margherita.

Sentiero sul Monte Santa Margherita
Scalinata che porta alla Chiesa di Santa Margherita

Qui si mostra alla vista l’Oratorio di Santa Margherita ristrutturato nel 1994 dagli Alpini con il contributo della comunità Montana Valle San Martino. L’intervento effettuato ha indubbiamente salvato dal completo decadimento il complesso architettonico anche se il risultato ne ha evidentemente alterato l’originario stile medievale.

Facciata e lato sud dell’oratorio

Il Castrum di Monte Santa Margherita

Alcuni insediamenti a carattere militare conferivano al territorio del comune di Monte Marenzo un importante ruolo strategico in età medievale, di controllo delle vie di comunicazione provenienti da Bergamo e dirette a Como attraverso il ponte romano di Olginate oltre che del territorio stesso, oggetto d’interesse sia da parte delle famiglie feudali locali sia da parte del monastero cluniacense di San Giacomo di Pontida.

Giovanni Maironi da Ponte, che operò il riordino delle carte dei confini della bergamasca, avvenuto nel 1795 per ordine del Senato, con il ruolo di cancelliere della camera dei confini, riferì di aver notato sul Monte Santa Margherita “… alcune vestigia di piccole fortezze”, divenendo un’importante testimonianze storica della presenza di un castello sulla sommità del colle (625 metri s.l.m.) situato sul confine tra i Comuni di Monte Marenzo e Torre De’ Busi.

Sommità del Monte Santa Margherita

Analisi fotografie aeree compiute nel 1995 hanno confermato la natura artificiale della sommità del Monte Santa Margherita. Successivi scavi archeologici realizzati tra il 1998 ed il 2000 hanno riportato alla luce la cinta muraria (120 metri di lunghezza) di un “castello” dell’estensione di circa 950 mq. In particolare, le analisi archeologiche compiute sull’area interessata dallo scavo condotto hanno mostrato una serie di strutture murarie pertinenti a diverse fasi di vita del “castello”: una torre centrale, un edificio di cortina a sud-est della torre e un altro vano di dubbia funzione collocato più a sud.

In loco sono stati rinvenuti, seppur molto deteriorati, focolari, ossa, alcuni frammenti di pietra ollare, vetri di calici, una lama di coltello in ferro, chiodi e due monete risalenti al Sacro Romano Impero in argento, coniati nella zecca di Milano nella seconda metà del XII secolo.

Sono state condotte inoltre analisi al radiocarbonio di un campione raccolto nello strato più antico della costruzione che ha fornito una datazione compresa tra il 1220 e il 1310, confermando gli estremi cronologici delle fonti documentarie.

Resti di torrione del Castrum

Lo scavo archeologico ha dunque confermato la rilevanza strategica del luogo, riportando alla luce un “castello” di fondazione alto-medievale probabilmente identificabile con il Castrum de Cantagudo presente nella documentazione medievale dalla prima metà del secolo XII sino alla metà del XV.

Resti di “ara” nel Castrum

La leggenda di Santa Margherita

Secondo la Leggenda Aurea di Jacopo Da Varagine:

L’arcivescovo Jacopo da Varagine (Varazze) mentre assiste alla crocefissione reggendo in mano il suo libro “La Leggenda Aurea”- Cappella di Palazzo Trinci, Foligno

Santa Margherita nacque ad Antiochia dove il padre suo Teodosio era patriarca dei gentili: ebbe una nutrice di religione cristiana così che, una volta cresciuta, volle ricevere il battesimo non curandosi dell’ira paterna.

Un giorno, aveva allora 15 anni, Margherita si trovava in un prato con altre fanciulle, occupata a custodire le pecore della nutrice. Il prefetto Olibrio, passando di là, vide la bella fanciulla e subito se ne innamorò; chiamò i suoi servitori e gli disse: ”Andate ed impadronitevi di quella fanciulla e se è di nobile stirpe diverrà mia moglie, altrimenti sarà la mia concubina!”.

Così Margherita fu portata alla presenza del prefetto che le chiese notizia della sua stirpe, nome e religione. Rispose la fanciulla di essere nobile, di religione cristiana e di chiamarsi Margherita. Disse il prefetto: ”Due cose ti convengono a meraviglia, il fatto di essere nobile e il nome che ti paragona ad una perla di rara bellezza; ma non ti si addice di adorare un Dio crocifisso”. E la fanciulla: “Come fai a sapere che Cristo è stato crocifisso?“ E Olibrio: ”Dai libri cristiani”. E la fanciulla: ”Se hai letto il racconto della morte di Cristo e della sua gloria è vergogna che tu creda alla prima e non alla seconda!“. Dopodichè  Margherita affermò che spontaneamente Cristo si era sottomesso all’estremo supplizio per la redenzione degli uomini e che era risorto a vita eterna. Il prefetto irato ordinò che fosse chiusa in carcere. Il giorno dopo Olibrio si fece portare dinanzi  Margherita e le disse: “Sciocca fanciulla, abbi pietà della tua bellezza, adora i nostri dei e bene te ne verrà!” E quella: “Io adoro colui che fa tremare la terra e il mare e tutte le creature”. E il prefetto: “Se non mi obbedirai farò straziare il tuo corpo”. E Margherita: “Cristo si è offerto vittima per me e io desidero morire per lui!” Allora il prefetto comandò che fosse sospesa al cavalletto dove fu crudelmente battuta e straziata con pettini di ferro fino a che non apparvero nude le ossa, mentre il sangue sgorgava abbondante dal santo corpo come da una purissima fonte.

Santa Margherita raffigurata dal Guercino

Gli astanti piangevano dicevano: “O Margherita, ci rattristiamo per te poiché vediamo ridotto in tale stato il tuo corpo. Oh! Quale bellezza hai perso per la tua incredulità! Non volere ora perdere anche la vita!” Gli rispose Margherita: “Cattivi consiglieri, andatevene perché il tormento della carne è pegno dell’eterna salvezza!” Disse poi al prefetto: “Cane impudente e leone crudele tu hai ogni potere sul mio corpo, ma la mia anima ti sfugge!”. Frattanto il prefetto si copriva la faccia col mantello non potendo sopportare tante effusione di sangue: infine comandò che fosse staccata dal cavalletto è chiusa in carcere dove subito rifulse una mirabile luce. Qui Margherita pregò Iddio perché le facesse visibilmente vedere il nemico contro cui stava combattendo: ed ecco apparire un drago immane e feroce che subito scomparve non appena la fanciulla ebbe fatto un segno di croce. Si legge in altri autori che il drago inghiottì Margherita in un sol boccone ma che la fanciulla si fece il segno della croce nel ventre dell’animale e subito ne uscì fuori illesa. Ma questo racconto è apocrifo e noi lo consideriamo come falso.

Il diavolo allora per poterla ingannare prese l’aspetto di un uomo: a tal vista la fanciulla si mise in preghiera ma l’uomo le si avvicinò le prese una mano e disse: “Ti basti quello che hai fatto: cessa ormai di tormentarmi”. Margherita allora lo prese per la testa, lo gettò a terra, pose il piede destro sulla cervice maledetta e disse: “Demone orgoglioso, giaci ora sotto i piedi di una donna!” E il demone gridava: “O beata Margherita, io sono vinto! Se fossi stato vinto da un uomo non avrei provato tanta vergogna quanta ne provo ora qui, sotto i piedi di una tenera fanciulla” Tanto più che il padre e la madre tua sono miei amici!” Allora Margherita costrinse il demone a dire il motivo della sua venuta e quello rispose di essere venuto per persuaderla ad ubbidire al prefetto. Lo costrinse anche a rivelare il motivo per cui tanto tormentava i cristiani; il diavolo rispose di avere un odio naturale contro gli uomini virtuosi e di invidiar loro la sua perduta felicità; aggiunse anche che Salomone aveva chiuso in un vaso una grande moltitudine di demoni, ma che dopo la sua morte alcuni uomini vedendo uscire da quel vaso delle lingue di fuoco e credendo che contenesse un tesoro, lo ruppero ed i diavoli se ne andarono liberi per l’aere. Quando il diavolo ebbe parlato la vergine alzò il piede e disse: “Fuggi misero!” e subito il demone sparì. Così la fanciulla sì senti sicura di vincere il prefetto, servo del demonio, dal momento che ne aveva sconfitto il padrone.

Pala d’altare di Santa Margherita di Villaseca

Il giorno dopo fu presentata al giudice e di nuovo rifiutò di sacrificare agli dei: allora quegli comandò che fosse bruciata in tutto il corpo con fiaccole ardenti mentre i presenti grandemente si meravigliavano che una tenera fanciulla potesse sopportare tali tormenti. Poi il prefetto ordinò che Margherita fosse immersa in una vasca piena d’acqua per aumentare il dolore con la varietà di tormenti: ma la terra tutta tremò, la vergine uscì dalla vasca sana e salva e 5000 uomini credettero in Cristo, affrontando nel santo nome l’estremo supplizio.

Il prefetto allora, temendo nuove conversioni, ordinò che Margherita fosse decapita: la santa fanciulla si mise in preghiera e pregò per sé, per i suoi persecutori e per tutti coloro che avrebbero invocato il suo nome.

Inoltre chiese a Dio di salvare ogni donna che nelle doglie del parto avesse chiesto il suo aiuto. Ed ecco che una voce dal cielo assicurò la fanciulla che ogni suo desiderio era stato esaudito. Margherita si rivolse al suo carnefice e disse: “Fratello alza la spada e colpisci!” Il carnefice con un solo colpo staccò dal tronco la santa testa. In tal modo Margherita ricevette la corona del martirio nel tredicesimo giorno delle calende di agosto o, secondo altri autori nello stesso giorno ma di luglio.”

Il Ciclo di affreschi della Chiesa di Santa Margherita

Al periodo tardo-medioevale risale un’importante complesso decorativo nella chiesa di Santa Margherita che è ubicata su un’altura a 615 metri di altitudine presso il confine tra i comuni di Torre de’ Busi e di Monte Marenzo. Qui, in località Portola, si imbocca un suggestivo percorso sterrato che conduce alla chiesa è all’area archeologica di un’importante “Castrum”. L’edificio di culto è caratterizzato da un impianto ad aula unica con abside semicircolare di probabile origine tardo-medievali. Al suo interno si conservano affreschi lacunosi databili alla fine del XIV e i primi decenni del XV secolo che, un tempo, ricoprivano interamente le pareti dell’abside, della navata e della controfacciata. Dal punto di vista iconografico essi sono riconducibili a tre temi principali: gli episodi della vita di Santa Margherita di Antiochia sulla parete meridionale e sulla controfacciata, la Majestas Domini nel catino absidale, a sua volta completata da altri soggetti nel semitamburo, l’Annunciazione sull’arco trionfale e gli affreschi devozionali sulla parete settentrionale.

Ciclo di affreschi della vita della Santa sulla parete sud dell’oratorio

Il ciclo meglio conservato, che rappresenta gli Episodi della vita di Santa Margherita di Antiochia, era costituito prima del 1974, quando fu effettuato uno stacco abusivo, da quindici scene entro riquadri, tredici dei quali disposti su due registri della parete laterale ed i rimanenti sulla controfacciata.

L’ordine di lettura procede da sinistra a destra a partire dal registro superiore della parete laterale per terminare nel riquadro inferiore della controfacciata.

Gli affreschi narrano la storia di Santa Margherita che, orfana di madre, fu affidata alle cure di una nutrice di religione cristiana, all’epoca della persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Di lei si innamorò Olibrio, governatore di Antiochia, che decise di sposarla e cercò di riconquistarla alla fede pagana sottoponendola inutilmente a ripetute torture che, anzi, fecero convertire al cristianesimo molti pagani impressionati dalla forza di origine soprannaturale della donna. Essi pure vennero giustiziati e la santa, alla fine, fu decapitata.

Olibrio invita Margherita ad adorare gli dei pagani ma la Santa replica che lei crede in un unico dio

Questo racconto è qui bene esemplificato, seppur mutilato dal distacco abusivo dei primi due episodi: la conversione di Santa Margherita ed il governatore Olibrio che si invaghisce di Santa Margherita. Restano invece le scene, seppur lacunose, raffiguranti: l’incontro di Olibrio e Santa Margherita, Olibrio che convoca Santa Margherita, Olibrio che chiede a Santa Margherita un gesto pubblico di conversione al paganesimo, la prima tortura di Santa Margherita e Santa Margherita messa in prigione.

Margherita viene trafitta con lame infuocate
Particolare del volto di Santa Margherita

Il racconto continua nel registro inferiore della medesima parete con le seguenti scene: Santa Margherita sottomette con la croce il demonio comparso nelle sembianze di un drago, (l’immagine del drago è stata completamente cancellata dall’usanza dei fedeli di graffiarla con le unghie), Santa Margherita è condotta davanti ad Olibrio, la tortura con le torce accese, la tortura dell’immersione nella tinozza gelida e subitanea conversione dei pagani, la decapitazione dei pagani convertiti e Santa Margherita in attesa di essere decapitata.

Santa Margherita sottomette il demonio
La Santa torturata viene immersa in una tinozza di acqua gelida
Decapitazione dei pagani convertiti al cristianesimo
Santa Margherita in attesa di essere decapitata dal boia
Donna gravida assiste alla decapitazione della Santa con le mani giunte sul ventre. Santa Margherita viene infatti invocata quale protettrice delle partorienti.

Sulla controfacciata, dove gli affreschi sono stati danneggiati dell’apertura di due finestre quadrangolari, alcuni lacerti permettono di riconoscere nell’ordine superiore: Santa Margherita in carcere e, nell’ordine inferiore la decapitazione della santa.

Controfacciata d’ingresso all’oratorio

Dal punto di vista stilistico questi affreschi si distinguono per l’elegante condotta pittorica e la delicata stesura del colore, giocata su graduali passaggi luministici e tonali, ai quali spetta la definizione dei volumi e la continua ricerca di una solida consistenza plastica, mai sopraffatta da ricercatezza calligrafiche. Il ciclo di elevata qualità esecutiva, si inserisce nel clima di tradizione che in ambito bergamasco andava elaborando, tra il XIV e XV secolo, nuove forme espressive basate su dolci impasti di colore ed è stato assegnato da Laura Paolo D’Ambrosio a un autore anonimo, detto “Maestro delle storie di Santa Margherita, forse identificabile in Pacino da Nova. Alla medesima personalità spettano, probabilmente, dipinti murali dell’abside con la Majestas Domini e con gli Evangelisti (San Giovanni e San Marco, a sinistra sono delineati in sinopia) nel semicatino e una serie di affreschi riquadrati nella fascia del semitamburo.

Abside illuminato da tre monofore a disposizione asimmetrica che suggeriscono un particolare orientamento astronomico della chiesa
Majestas Domini con Gesù in trono racchiuso in una mandorla attorniato dai quattro Evangelisti
Majestas Domini con gli Evangelisti. San Giovanni e San Marco sono delineati in sinopia

Gli affreschi del semicatino, intervallati da tre monofore, raffigurano, da sinistra a destra: Santa Caterina d’Alessandria, un Dottore della Chiesa, la Trinità, un Santo non identificato, l’incontro di Santa Maria con Gesù sulla via del calvario e il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria. In questi affreschi e nel mutilo Angelo annunciante sul pennacchio sinistro dell’arco trionfale, si ritrovano la medesima ricerca di effetti plastici, le raffinatezze cromatiche e quel senso d’immediatezza che anche nelle storie di Santa Margherita di Antiochia ridimensiona il potenziale drammatico insito nel racconto.

La trinità come appariva negli anni ’70. Ora risulta pressocchè completamente cancellata. Rara raffigurazione del tema della trinità con la figura di Gesù rappresentata tre volte in maniera identica.
Angelo annunciante

Sono stati attribuiti al “Maestro di Santa Margherita” anche due affreschi originariamente collocati sulla parete sinistra della navata, di cui rimane una testimonianza fotografica: il Vir dolorum, staccato e trafugato, che si trovava al di sopra dell’ingresso laterale, e la vicina Madonna del Latte di cui ne rimane visibile un’accenno.

Vir Dolorum è un tema iconografico che mostra Gesù sofferente dopo la Crocefissione. Simile all’Ecce Homo (che mostra Gesù flagellato), si discosta nel fatto che il Cristo ha ormai anche le ferite nelle mani, nei piedi e nel costato (immagine di archivio)
Madonna del Latte. Antica iconografia della dea madre nell’atto di nutrire il figlio (immagine di archivio)
Raffigurazioni della Dea Madre nella storia (da http://www.ilcerchiodellaluna.it)

Sul medesimo muro troviamo una serie di riquadri contornati da un bordo leggermente differente rispetto a quello delle altre pareti, caratterizzato da una cornicetta ad archetti che si prolunga sulla controfacciata, dove resta una scena non più identificabile. Essi rappresentano, da sinistra: un Santo lacunoso, la citata Madonna del Latte, alla quale seguiva lo scomparso Vir dolorum sulla porta di ingresso laterale, San Cristoforo, Sant’Antonio Abate, una figura con cartiglio colta nell’alto di indicare l’arco trionfale e un Santo recante in mano un libro aperto. Questi ultimi due personaggi sono riconducibili per le iscrizioni apposte, rispettivamente, sul cartiglio e sul libro. Sul primo si legge l’espressione “Ego vox clamantis in deserto parat(e) viam domini” (Isaia 40,3) con la quale il profeta Isaia preannunciava la missione di San Giovanni Battista. Sul libro dell’altra figura invece, si legge la scritta: “[nolumos autem vos ignorare fratres de dormientibus ut non costristemini sicut et ceteri qui spem non habent] che allude alla predicazione di San Paolo (Ts 4,13) sulla venuta prossima di Cristo.

San Cristoforo come è visibile attualmente
L’affresco di San Cristoforo come si presentava negli anni ’70 (immagine di archivio)

Il deterioramento di questi affreschi ne ostacola la possibilità di attribuzione tuttavia non si esclude che sia qui parzialmente all’opera la medesima bottega attiva nell’abside sulla parete destra dei primi anni del ‘400, anche sulla base del confronto tra il primo Santo sulla parete sinistra ed il Cristo nell’incontro con Maria sulla via del calvario dell’abside, accomunati dalla stessa modalità di delineare gli occhi con una marcata linea di contorno e dalla stesura delicata, quasi in punta di pennello, di sopracciglia, barba e capelli. La serie di figure a destra della parete laterale sembrano invece caratterizzate da una più matura sensibilità spaziale e volumetrica che fa pensare a un momento successivo anche se non troppo distante dall’inizio del secolo XV.

Gesù nell’atto di portare la croce con al seguito una donna con areola la cui identità può essere riconducibile verosimilmente a Maria sua madre o a Maddalena sua seguace. Rara tipologia di raffigurazione della via del calvario.

Tra le peculiarità di questi piccolo Oratorio, posto sulla cima del Monte Santa Margherita la cui sommità domina un’altro particolare luogo culto la Chiesa di San Michele di Torre De’ Busi, è l’inusuale orientamento astronomico che non rispetta la conformità dell’orientamento verso il sole equinoziale approvato dalla Chiesa Cattolica. Tale peculiarità è stata riscontrata, in un recete studio condotto dal Prof. Gaspani dell’Osservatorio Astronomico di Brera, anche nella stessa Chiesa di San Michele di Torre De’ Busi e  nelle chiese: di Santa Maria del Lavello di Calolziocorte, di San Lorenzo Vecchio a Rossino e di Santa Brigida d’Irlanda a Lorentino (vedi videoconferenza da http://www.duepassinelmistero.com).  Fino ad oggi non sono stati condotti scavi archeologici sul sito di fondazione della chiesa che ne possano determinare una preesistete struttura.

Degna di nota è la particolare variazione delle caratteristiche di acustica percepite al passaggio dall’aula unica all’abside semicircolare che meriterebbe un’analisi archeoacustica. Per questo motivo, oltre che per la localizzazione geografica isolata sulla cima del Monte Santa Margherita,  l’oratorio avrebbe potuto essere un luogo adatto per un ritiro spirituale eremitico nel quale praticare tecniche d’invocazione che utilizzavano il canto o l’invocazione litanica come avviene nell’esicasmo.

Bibliografia

– Quattro cappelle dedicate a Santa Margherita in provincia di Lecco: strutture castrensi e cicli pittorici tra XII e XV secolo. Cristina Fedeli. Tesi di Laurea Università degli studi di Pavia A.A: 2002/2003.

– La Valle dei Castelli. Ecomuseo di San Martino. Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino. Fabio Bonaiti. Novembre 2010.

– Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della città e della campagna di Milano ne’ secoli bassi, raccolte ed esaminate dal conte Giorgio Giulini. G.B. Bianchi 1760.

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Il Mandylion di Manoppello

Il Volto Santo nel Santuario di Manoppello (foro di Ra Boe)Nell’Agosto del 2009 arriviamo al Santuario di Manoppello. E’ circondanto dal verde dei boschi della Majella che mitigano il gran caldo della giornata estiva. Siamo entusiasti dei grandiosi panorami che ci hanno accompagnato lungo il viaggio dalla costa fino all’entroterra abruzzese sempre ricco di scorci mozzafiato, di luci e colori che ti entrano nel cuore, di terre e campi coltivati di cui assaporiamo già il gusto dei frutti che producono. Olio, verdura, frutta, grano…. già grano perché Manoppello deriva il suo nome dall’epoca romana, infatti indica il mazzo di spighe stretto dalla mano.
Le grandi vallate si insinuano nelle scure montagne in lontananza e si rimane in silenzio ad ammirare. Perché lì c’è tutto il senso dell’uomo e della natura. La fatica del lavoro e la ricerca del soprannaturale in noi e nell’architettura dell’universo.
Siamo arrivati e siamo contenti perché viaggiare in queste campagne rilassa la mente e ben dispone ad apprezzare quello che s’incontra lungo le strade cammin facendo. Sopra a tutto, sempre, nei nostri girovagare per l’Abruzzo abbiamo sentito con forza la presenza di un vitale spiritus loci e il profumo del passato che ancora inebria chi cerca dentro di se le radici vigorose di antiche culture. E Manoppello non ci delude.
Il Santuario del Volto Santo ci ricorda qualcosa, ma noi stiamo cercando i segni nascosti, quelli che si leggono sui capitelli di antiche colonne o sotto affresci scrostati che lasciano trasparire altre pitture murarie più antiche e più sincere, finché “lo strano”, “il fuori posto” ci ritorna davanti in primo piano “a tutto schermo”: è come se la Basilica di Collemaggio fosse stata trasportata li con diverse forme ma con tutto il suo fascino di rosea bomboniera… Che dono nascondono? Perchè?
Perché due costruzioni così distanti nel tempo e così simili nella facciata decorata a pietre alternate bianche e rosa, tali da sembrare un lieve velo di pizzo? Che cosa ricoprono con tanta delicatezza?
Certo il Santuario di Manoppello custodisce con devozione il Santo Volto di Gesù ossia il telo che reca l’impronta acheropita del viso del Cristo mentre la Basilica di Collemaggio ospita e venera le spoglie del “povero eremita” Pietro Angeleri che nel 1294 diventò Papa con il nome di Celestino V.
E allora esiste forse una sottile trama che lega queste due reliquie e che intesse le facciate di questi due monumenti? E’ necessario a questo punto ripercorrere la storia medioevale per azzardare qualche ipotesi.
Santuario del Volto Santo (Manoppello) – Basilica di Collemaggio (L’Aquila)
Nel 302 A.C. in Mesopotamia, nella regione chiamata Osroene, situata tra i monti dell’Antitauro ed il fiume Balikh affluente dell’Eufrate, venne fondata da Seleuco, generale di Alessandro Magno, la citta di Edessa.
La dinastia dei seleucidi mantenne il controllo della città e dell’Osroene per circa due secoli finché nel 130 A.C., la dinastia di Aryu conquistò il trono di Edessa. Questi re, che si tramandarono nel tempo il nome Abgar riuscirono a mantenere l’autorità ed il potere sfruttando la loro posizione di stato cuscinetto tra la Partia a est e la Siria Romana a ovest.
Tra alterne vicende politiche e aspre battaglie nel 212 D.C. sotto il figlio di Abgar VIII il Grande, Edessa ed il suo principato persero l’indipendenza diventando dapprima colonia romana fino all’annessione all’Impero Romano.
L’ultimo degli Abgar istitituì il cristianesimo come religione di stato.
Il mondo cristiano del primo millennio conobbe Edessa soprattutto per il possesso dell’immagine miracolosa di Gesù: il Santo Mandylion.
Secondo la leggenda il re Abgar V, afflitto da grave infermità e venuto a conoscenza del potere taumaturgico e dei miracoli che Gesù compiva in Galilea, mandò tre suoi funzionari di corte a Gerusalemme con uno scritto nel quale invitava Gesù a recarsi ad Edessa dove sarebbe stato accolto come il Redentore, affinché gli desse sollievo dai suoi mali. I tre incontrarono Gesù e in quell’occasione l’artista e segretario di Abgar, Hannan ebbe modo di ritrarre il viso del Maestro.
Comunque sia Gesù declinò l’invito promettendo che una volta portato a compimento il suo mandato divino avrebbe sollevato Abgar dalle sofferenze in quanto aveva creduto in lui pur senza vederlo. Nella lettera di risposta pare infatti che Gesù dica: “…coloro che mi vedranno non mi crederanno e coloro che non mi vedranno mi crederanno e vivranno…”
Secondo la leggenda dopo la morte di Gesù, l’apostolo Tommaso inviò Taddeo, uno dei settanta discepoli, alla corte di Edessa dove Abgar, colpito dalla trasfigurazione miracolosamente apparsa sul viso di Taddeo, guarì immediatamente dalla malattia e, essendosi convertito al cristianesimo, Edessa diventò la prima città cristiana.
In questo contesto si inserisce il ritratto di Gesù dipinto dal segretario di corte Hannan. Infatti Abgar tenne in gran considerazione l’immagine di Gesù che non aveva avuto modo di conoscere ma che aveva operato per la sua guarigione miracolosa.
Altre fonti e tradizioni considerano il Mandylion sia il telo usato da Gesù dopo essere stato battezzato da Giovanni nel Giordano, sia il velo con il quale Santa Veronica pulì il viso del Maestro dal sangue durante la passione verso il Monte Calvario. Sul velo infatti rimasero miracolosamente impresse le fattezze del Cristo. L’esistenza di Santa Veronica non é provata e molto probabilmente il suo nome deriva dal latino “vera icona” ossia vera immagine, come nel medioevo venivano chiamate le raffigurazioni di Gesù che pur essendo copie erano venerate poichè dipinte a sua vera simiglianza.
Alla morte di Abgar V nel 50 D.C. ad Edessa vennero ripristinati i culti pagani ma i cristiani nonostante le persecuzioni misero al sicuro nelle mura della città il Mandylion originale ed il carteggio intercorso tra Abgar e Gesù.
Nel II secolo D.C. sotto Abgar VIII il Grande, Edessa tornò città cristiana e ben tre secoli dopo, cioè sotto l’Impero Romano d’Oriente, la vera icona del viso di Gesù venne ritrovata e assunse il valore di preziosissima reliquia, incrementando l’arrivo di pellegrini da tutto il mondo cristiano.
Carta Politica del Vicino Oriente nel 1135 (by Mapmaster)
Nel 639 D.C. gli Arabi conquistarono la Mesopotamia settentrionale ed Edessa con la sua reliquia. Bisanzio nel 943 D.C. chiese ed ottenne dagli Arabi la restituzione del Santo Mandylion che fu trionfalmente esposto a Costantinopoli nella Cattedrale di Santa Sofia e in seguito conservato nel Palazzo Imperiale. Fino al saccheggio di Costantinopoli del 1204 il Mandylion era elencato tra i tesori imperiali ma da allora della sacra Vera Icona bizantina non se ne ha più traccia.
In epoca medioevale tutta la cristianità venerava l’ormai perduto Volto Santo quale reale impronta del viso di Gesù prima della crocefissione, cioè l’unico oggetto, nascosto chissà dove, impregnato del sangue di Cristo oltre che raffigurante le sue vere sembianze.
In questo fervore religioso si mosse dalla Francia alla ricerca del Mandylion anche “l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo” i Templari.
In virtù del loro statuto i Templari come ordine indipendente non sottoposto ad alcuna autorità, nè politica, nè ecclesiastica, con l’eccezione di quella del Pontefice, godevano di libertà d’azione ed è plausibile che, sospettando che non il vero Mandylion fosse stato consegnato a Bisanzio, bensì una copia, e che quindi fosse ancora custodito segretamente ad Edessa, avessero indirizzato presso quella città la ricerca della leggendaria reliquia. Fu trovata? Dove fu portata per essere nuovamente esposta come vessillo di fede o per essere più probabilmente conservata in un sacro e recondito nascondiglio?
Sappiamo che esistono in Italia almeno tre Mandylion arrivati attraverso svariati passaggi di mano. Attualmente sono esposti a Genova, a Roma e a Manoppello.
Dei primi due possiamo escudere che si trattino del dipinto di Hannan infatti probabilmente la reliquia di Genova è una copia donata nel 1400 al doge Montaldo dall’imperatore bizantino Giovanni V Paleologo. Il dipinto di Roma conservato attualmente in Vaticano è addirittura eseguito su tavola. Ma che dire del Mandylion di Manoppello? La locazione geografica di questa cittadina abruzzese in provincia di Pescara è di per sè interessante. Infatti si trova presso le pendici del massiccio della Majella e il sito è frequentato almeno dall’epoca romana tant’è vero che in prossimità della cittadina è stata rinvenuta una villa patrizia databile intorno al I secolo A.C., oggetto di recenti scavi archeologici.
Da Manoppello risalendo la Majella verso sud si giunge a Roccamorice dove si trova l’antico eremo celestiniano di Santo Spirito.
Eremo di Santo Spirito (Roccamorice)
In Abruzzo, nell’Alto Medioevo, tra il Monte Morrone ed il massiccio della Majella, nacque e si diffuse l’eremitismo. Le rocce calcaree scavate da numerosi corsi d’acqua offrivano ai monaci che ricercavano il contatto con il divino attraverso la meditazione in solitudine e il ritorno alla povertà del Cristianesimo primitivo, grotte e ripari che furono adattati nel tempo con la costruzione di piccole cappelle e dormitori. Lo stesso Petrarca definì queste montagne “domus Christi”.
L’eremo di Santo Spirito ospitò nel 1246 Pietro da Morrone che sarebbe diventato Papa nel 1294 con il nome di Celestino V.
La figura di questo eremita è decisamente insolita sia per la sua storia, così come ci viene raccontata, che suscita comunque interrogativi, sia per quello che le sue azioni svelano senza rivelare appieno. La sua stessa nascita (1209-1215?) ed il suo cognome (Angelerio-Angeleri?) sono tutt’oggi messi in discussione. E’ probabile inoltre che abbia avuto i natali nelle contrade dell’Appennino tra Abruzzo e Molise.
In giovane età entrò a far parte della comunità benedettina di Benevento ma la sua forte aspirazione alla contemplazione e all’ascesi lo portarono verso le cime abruzzesi dove nelle grotte presso il Monte Porrara ed il Monte Morrone vivrà in totale isolamento. Il suo nome e la sua fama si diffusero comunque tra la gente comune, il clero ed la nobiltà. 
Uomini desiderosi di vivere le sue stesse esperienze religiose si unirono a lui fondando la “Congregazione dei Fratelli Penitenti dello Spirito Santo” successivamente denominati Celestini.
La storia non ci evidenzia i primi incontri di Pietro con l’Ordine Templare ma nel 1274 durante il suo viaggio compiuto a piedi verso Lione, dove nel corso del Concilio Lionese II, il Papa Gregorio X intende sciogliere alcuni ordini monastici fra i quali i Celestini, venne accolto come ospite per due mesi in una magione templare. Questo “sprovveduto eremita” ottenne il mantenimento dello satus del suo ordine monastico. Ci fu un’intercessione da parte dei Templari? Quale rapporto si instaurò tra Pietro ed i Templari durante il suo soggiorno francese? Ricordiamo che le origini dell’Ordine del Tempio sono ampiamente documentate. Esso fu in primis costituito da un gruppo di nove cavalieri originari della regione francese della Champagne e condotti da Ugo di Payens.
Ugo di Payens – Primo Grande Maestro dell’Ordine del Tempio (Versailles)
Considerando le sue azioni successive supponiamo che Pietro riportò dalla Francia qualcosa di particolarmente prezioso che l’Ordine Templare forse sentiva in pericolo di esproprio. Nello stesso anno Pietro, rientrando dalla Francia, decise di costruire presso l’Aquila sul Colledemajo, quella che nel 1288 verrà consacrata come Abazia di Santa Maria in Collemaggio. 
Pietro da “umile eremita” riuscì a portare a compimento quest’opera che racchiude nelle sue forme molteplici elementi di simbologia templare non ultimo l’evidente dualismo cromatico della facciata. Ben noto è infatti il legame che ci fu tra l’Ordine del Tempio e i  “costruttori della cattedrali” che seppero realizzare capolavori architettonici che culminarono con lo stile gotico.
Che cosa ospitò Pietro in Collemaggio?
Nel frattempo, nel 1285 acquistò il Monastero di San Pietro di Vallebona situato sulla cima della collina sovrastante l’attuale Santuario del Volto Santo, dando in permuta il monastero celestiniano di Sant’Antonio di Campo di Giove. Si narra tuttavia che il Mandylion fosse già noto in questa zona prima della costruzione dell’attuale Santuario nei primi del ‘600.
Il Santuario del Volto Santo appartiene oggi all’ordine dei frati Cappuccini.
Nel medioevo i Cappuccini, nella ricerca del rispetto della regola francescana delle origini, trovarono nella regione abruzzese il luogo ideale per compiere la loro missione di povertà, tanto da essere soprannominati “Poveri Eremiti di Celestino” per la protezione che Pietro da Morrone accordò loro appena diventato Papa.
Nel 1294 Pietro, dal suo eremitaggio, venne invitato dal Re di Napoli Carlo d’Angiò affinché esortasse i cardinali riuniti in conclave ad eleggere il nuovo Papa poiché il soglio pontificio era vacante in quanto i porporati erano divisi da conflitti politici. Pietro acconsentì e al suo scritto rivolto al conclave, paventando gravi conseguenze per la Chiesa, seguì la decisione dei cardinali di scegliere proprio lui come nuovo pontefice, il “povero eremita” conosciuto in tutte le corti reali europee per la sua alta moralità e religiosità. Il frate nel suo eremitaggio rifiutò dapprima l’incarico ma in seguito si piegò all’obbedienza e il 29 agosto del 1294 si fece incoronare Papa non a Roma ma nella Basilica di Collemaggio da lui edificata. Arrivò li in sella ad un asino accompagnato per le briglie da Carlo d’Angiò Re di Napoli e dal figlio Carlo Martello Re d’Ungheria.
Nel periodo dell’eremitaggio e del successivo ingresso al soglio pontificio di Celestino V, la famiglia Orsini dominò fino a circa il ‘400 su Manoppello quando divenne possedimento dei Colonna. Poiché fu proprio grazie all’appoggio della famiglia Orsini, già legata ai D’Angiò e ai Del Balzo, che Pietro da Morrone venne eletto Papa, possiamo supporre che il controllo del territorio di Manoppello da parte di questa potente casata rendesse questo luogo sufficientemente sicuro per custodire qualcosa di sommamente caro a Pietro forse consegnatogli dai Cavalieri Templari.
Al di là delle vicende storiche che riguardano le lotte intestine tra potere temporale e potere della Chiesa Cattolica Romana abbiamo voluto evidenziare il fil rouge che lega i Templari, gli ordini monastici e San Pietro da Morrone, per arrivare alla preziosa reliquia bizantina: il Mandylion. Possiamo suppore che nel suo incontro con i Templari a Lione, Pietro avesse ottenuto in custodia l’antico velo che fu dapprima custodito nella Basilica di Collemaggio e successivamente per ragioni di sicurezza portato a San Pietro in Valle Bona e consegnato ai “Poveri Eremiti di Celestino” sotto la protezione della famiglia Orsini. Ricordiamo che Pietro da Morrone fondò e ristrutturò nel corso della sua vita eremi e monasteri tra i quali citiamo San Liberatore a Majella, San Bartolomeo a Roccamorice, Santo Spirito del Morrone, Santa Maria D’Arabona a Manoppello e San Tommaso a Caramanico.
Chiesa di San Tommaso (Caramanico)
Non sappiamo se la reliquia attualmente esposta nella Basilica del Volto Santo sia l’originale Mandylion o piuttosto una copia di quello che Pietro presumibilmente portò da Lione. Non sappiamo nemmeno se l’impronta sul telo di bisso sia l’immagine del Cristo adorato come figlio di Dio dalla Chiesa Cattolica o dell’Adam Kadmon, l’uomo spirituale perfetto, modello di riferimento per lo gnosticismo. Una cosa ci sembra evidente, l’importanza di questa figura per entrambi i credo religiosi.
Ci chiediamo inoltre come mai Celestino abbandonò il soglio papale dopo solo 107 giorni, scappando e cercando rifugio oltremare verso la Grecia a bordo di una nave fornitagli dall’Ordine Templare e che a seguito di una tempesta naufragò. Fonti storiche riportano che su mandato del Cardinale Benedetto Caetani, appena eletto suo successore con il nome di Bonifacio VIII, Celestino V venne catturato e rinchiuso nella Rocca di Fumone, proprietà dello stesso Caetani, dove morì il 19 Maggio del 1296 in circostanze non chiare. E’ indubbio che il breve pontificato di Celestino V mise in discussione il soglio romano quale centro della Cristianità e che l’elezione di Bonifacio VIII ripristinò gli antichi equilibri politici e religiosi. Hanno origine in questo contesto le successive vicende che vedono coinvolti l’Ordine Templare, il suo annientamento nel 1314 e la cosiddetta “cattività avignonese” nel 1309 sotto il Papa francese Clemente V. Le speranze di Bonifacio VIII di mantenere Roma sede del papato ebbe breve vita e presto si aprirono nuovi scenari…
 
 
Bibliografia:
 
  1. L’Altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, Tropea
  2. Il Medioevo, a cura di Umberto Eco, EncycloMedia
  3. I Re Pellegrini, Adrian G. Gilbert, Corbaccio
  4. Grandi Itinerari Automobilistici nel Paesaggio Italiano, T.C.I.
  5. Il Libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere, Tim C. Leedom – Maria Murdy, Newton Compton Editore

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