Chiesa di Santa Margherita a Monte Marenzo

Chiesa di Santa Margherita facciata

Il Luogo

Lasciata la strada provinciale n° 639 che costeggiando l’Adda collega Cisano Bergamasco a Lecco, seguendo l’indicazione Valcava, dopo una rapida salita s’incrocia la deviazione verso il Comune di Monte Marenzo.

Il panorama spettacolare che si ammira lungo questa salita mostra la Valle dell’Adda che si apre nei laghetti di Garlate e d’Olginate, fino a permettere di scorgere in lontananza la chiostra montuosa che racchiude la conca del lecchese. Tra le altre fanno bella mostra le cime frastagliate del Monte Resegone, i Corni di Canzo ed i pendii del Monte Barro. A nord, nel fondo valle, si scorge la fine del ramo lecchese del Lario.

Panorama da Monte Marenzo
Piantina Valle San Martino

Una breve deviazione dalla strada principale che attraversa Monte Marenzo, geograficamente collocato nell’alta valle di San Martino, porta alla parrocchia di San Paolo, dove nell’angolo destro della pavimentazione del pronao, spicca l’incisione di una notevole triplice cinta dal preciso ed elegante disegno.

Riprendendo la strada principale che percorre Monte Marenzo e seguendo le indicazioni Chiesa di Santa Margherita, si giunge in frazione Portola da cui parte un agevole sentiero sterrato che, con una tranquilla salita, conduce alla sommità del Monte Santa Margherita.

Sentiero sul Monte Santa Margherita
Scalinata che porta alla Chiesa di Santa Margherita

Qui si mostra alla vista l’Oratorio di Santa Margherita ristrutturato nel 1994 dagli Alpini con il contributo della comunità Montana Valle San Martino. L’intervento effettuato ha indubbiamente salvato dal completo decadimento il complesso architettonico anche se il risultato ne ha evidentemente alterato l’originario stile medievale.

Facciata e lato sud dell’oratorio

Il Castrum di Monte Santa Margherita

Alcuni insediamenti a carattere militare conferivano al territorio del comune di Monte Marenzo un importante ruolo strategico in età medievale, di controllo delle vie di comunicazione provenienti da Bergamo e dirette a Como attraverso il ponte romano di Olginate oltre che del territorio stesso, oggetto d’interesse sia da parte delle famiglie feudali locali sia da parte del monastero cluniacense di San Giacomo di Pontida.

Giovanni Maironi da Ponte, che operò il riordino delle carte dei confini della bergamasca, avvenuto nel 1795 per ordine del Senato, con il ruolo di cancelliere della camera dei confini, riferì di aver notato sul Monte Santa Margherita “… alcune vestigia di piccole fortezze”, divenendo un’importante testimonianze storica della presenza di un castello sulla sommità del colle (625 metri s.l.m.) situato sul confine tra i Comuni di Monte Marenzo e Torre De’ Busi.

Sommità del Monte Santa Margherita

Analisi fotografie aeree compiute nel 1995 hanno confermato la natura artificiale della sommità del Monte Santa Margherita. Successivi scavi archeologici realizzati tra il 1998 ed il 2000 hanno riportato alla luce la cinta muraria (120 metri di lunghezza) di un “castello” dell’estensione di circa 950 mq. In particolare, le analisi archeologiche compiute sull’area interessata dallo scavo condotto hanno mostrato una serie di strutture murarie pertinenti a diverse fasi di vita del “castello”: una torre centrale, un edificio di cortina a sud-est della torre e un altro vano di dubbia funzione collocato più a sud.

In loco sono stati rinvenuti, seppur molto deteriorati, focolari, ossa, alcuni frammenti di pietra ollare, vetri di calici, una lama di coltello in ferro, chiodi e due monete risalenti al Sacro Romano Impero in argento, coniati nella zecca di Milano nella seconda metà del XII secolo.

Sono state condotte inoltre analisi al radiocarbonio di un campione raccolto nello strato più antico della costruzione che ha fornito una datazione compresa tra il 1220 e il 1310, confermando gli estremi cronologici delle fonti documentarie.

Resti di torrione del Castrum

Lo scavo archeologico ha dunque confermato la rilevanza strategica del luogo, riportando alla luce un “castello” di fondazione alto-medievale probabilmente identificabile con il Castrum de Cantagudo presente nella documentazione medievale dalla prima metà del secolo XII sino alla metà del XV.

Resti di “ara” nel Castrum

La leggenda di Santa Margherita

Secondo la Leggenda Aurea di Jacopo Da Varagine:

L’arcivescovo Jacopo da Varagine (Varazze) mentre assiste alla crocefissione reggendo in mano il suo libro “La Leggenda Aurea”- Cappella di Palazzo Trinci, Foligno

Santa Margherita nacque ad Antiochia dove il padre suo Teodosio era patriarca dei gentili: ebbe una nutrice di religione cristiana così che, una volta cresciuta, volle ricevere il battesimo non curandosi dell’ira paterna.

Un giorno, aveva allora 15 anni, Margherita si trovava in un prato con altre fanciulle, occupata a custodire le pecore della nutrice. Il prefetto Olibrio, passando di là, vide la bella fanciulla e subito se ne innamorò; chiamò i suoi servitori e gli disse: ”Andate ed impadronitevi di quella fanciulla e se è di nobile stirpe diverrà mia moglie, altrimenti sarà la mia concubina!”.

Così Margherita fu portata alla presenza del prefetto che le chiese notizia della sua stirpe, nome e religione. Rispose la fanciulla di essere nobile, di religione cristiana e di chiamarsi Margherita. Disse il prefetto: ”Due cose ti convengono a meraviglia, il fatto di essere nobile e il nome che ti paragona ad una perla di rara bellezza; ma non ti si addice di adorare un Dio crocifisso”. E la fanciulla: “Come fai a sapere che Cristo è stato crocifisso?“ E Olibrio: ”Dai libri cristiani”. E la fanciulla: ”Se hai letto il racconto della morte di Cristo e della sua gloria è vergogna che tu creda alla prima e non alla seconda!“. Dopodichè  Margherita affermò che spontaneamente Cristo si era sottomesso all’estremo supplizio per la redenzione degli uomini e che era risorto a vita eterna. Il prefetto irato ordinò che fosse chiusa in carcere. Il giorno dopo Olibrio si fece portare dinanzi  Margherita e le disse: “Sciocca fanciulla, abbi pietà della tua bellezza, adora i nostri dei e bene te ne verrà!” E quella: “Io adoro colui che fa tremare la terra e il mare e tutte le creature”. E il prefetto: “Se non mi obbedirai farò straziare il tuo corpo”. E Margherita: “Cristo si è offerto vittima per me e io desidero morire per lui!” Allora il prefetto comandò che fosse sospesa al cavalletto dove fu crudelmente battuta e straziata con pettini di ferro fino a che non apparvero nude le ossa, mentre il sangue sgorgava abbondante dal santo corpo come da una purissima fonte.

Santa Margherita raffigurata dal Guercino

Gli astanti piangevano dicevano: “O Margherita, ci rattristiamo per te poiché vediamo ridotto in tale stato il tuo corpo. Oh! Quale bellezza hai perso per la tua incredulità! Non volere ora perdere anche la vita!” Gli rispose Margherita: “Cattivi consiglieri, andatevene perché il tormento della carne è pegno dell’eterna salvezza!” Disse poi al prefetto: “Cane impudente e leone crudele tu hai ogni potere sul mio corpo, ma la mia anima ti sfugge!”. Frattanto il prefetto si copriva la faccia col mantello non potendo sopportare tante effusione di sangue: infine comandò che fosse staccata dal cavalletto è chiusa in carcere dove subito rifulse una mirabile luce. Qui Margherita pregò Iddio perché le facesse visibilmente vedere il nemico contro cui stava combattendo: ed ecco apparire un drago immane e feroce che subito scomparve non appena la fanciulla ebbe fatto un segno di croce. Si legge in altri autori che il drago inghiottì Margherita in un sol boccone ma che la fanciulla si fece il segno della croce nel ventre dell’animale e subito ne uscì fuori illesa. Ma questo racconto è apocrifo e noi lo consideriamo come falso.

Il diavolo allora per poterla ingannare prese l’aspetto di un uomo: a tal vista la fanciulla si mise in preghiera ma l’uomo le si avvicinò le prese una mano e disse: “Ti basti quello che hai fatto: cessa ormai di tormentarmi”. Margherita allora lo prese per la testa, lo gettò a terra, pose il piede destro sulla cervice maledetta e disse: “Demone orgoglioso, giaci ora sotto i piedi di una donna!” E il demone gridava: “O beata Margherita, io sono vinto! Se fossi stato vinto da un uomo non avrei provato tanta vergogna quanta ne provo ora qui, sotto i piedi di una tenera fanciulla” Tanto più che il padre e la madre tua sono miei amici!” Allora Margherita costrinse il demone a dire il motivo della sua venuta e quello rispose di essere venuto per persuaderla ad ubbidire al prefetto. Lo costrinse anche a rivelare il motivo per cui tanto tormentava i cristiani; il diavolo rispose di avere un odio naturale contro gli uomini virtuosi e di invidiar loro la sua perduta felicità; aggiunse anche che Salomone aveva chiuso in un vaso una grande moltitudine di demoni, ma che dopo la sua morte alcuni uomini vedendo uscire da quel vaso delle lingue di fuoco e credendo che contenesse un tesoro, lo ruppero ed i diavoli se ne andarono liberi per l’aere. Quando il diavolo ebbe parlato la vergine alzò il piede e disse: “Fuggi misero!” e subito il demone sparì. Così la fanciulla sì senti sicura di vincere il prefetto, servo del demonio, dal momento che ne aveva sconfitto il padrone.

Pala d’altare di Santa Margherita di Villaseca

Il giorno dopo fu presentata al giudice e di nuovo rifiutò di sacrificare agli dei: allora quegli comandò che fosse bruciata in tutto il corpo con fiaccole ardenti mentre i presenti grandemente si meravigliavano che una tenera fanciulla potesse sopportare tali tormenti. Poi il prefetto ordinò che Margherita fosse immersa in una vasca piena d’acqua per aumentare il dolore con la varietà di tormenti: ma la terra tutta tremò, la vergine uscì dalla vasca sana e salva e 5000 uomini credettero in Cristo, affrontando nel santo nome l’estremo supplizio.

Il prefetto allora, temendo nuove conversioni, ordinò che Margherita fosse decapita: la santa fanciulla si mise in preghiera e pregò per sé, per i suoi persecutori e per tutti coloro che avrebbero invocato il suo nome.

Inoltre chiese a Dio di salvare ogni donna che nelle doglie del parto avesse chiesto il suo aiuto. Ed ecco che una voce dal cielo assicurò la fanciulla che ogni suo desiderio era stato esaudito. Margherita si rivolse al suo carnefice e disse: “Fratello alza la spada e colpisci!” Il carnefice con un solo colpo staccò dal tronco la santa testa. In tal modo Margherita ricevette la corona del martirio nel tredicesimo giorno delle calende di agosto o, secondo altri autori nello stesso giorno ma di luglio.”

Il Ciclo di affreschi della Chiesa di Santa Margherita

Al periodo tardo-medioevale risale un’importante complesso decorativo nella chiesa di Santa Margherita che è ubicata su un’altura a 615 metri di altitudine presso il confine tra i comuni di Torre de’ Busi e di Monte Marenzo. Qui, in località Portola, si imbocca un suggestivo percorso sterrato che conduce alla chiesa è all’area archeologica di un’importante “Castrum”. L’edificio di culto è caratterizzato da un impianto ad aula unica con abside semicircolare di probabile origine tardo-medievali. Al suo interno si conservano affreschi lacunosi databili alla fine del XIV e i primi decenni del XV secolo che, un tempo, ricoprivano interamente le pareti dell’abside, della navata e della controfacciata. Dal punto di vista iconografico essi sono riconducibili a tre temi principali: gli episodi della vita di Santa Margherita di Antiochia sulla parete meridionale e sulla controfacciata, la Majestas Domini nel catino absidale, a sua volta completata da altri soggetti nel semitamburo, l’Annunciazione sull’arco trionfale e gli affreschi devozionali sulla parete settentrionale.

Ciclo di affreschi della vita della Santa sulla parete sud dell’oratorio

Il ciclo meglio conservato, che rappresenta gli Episodi della vita di Santa Margherita di Antiochia, era costituito prima del 1974, quando fu effettuato uno stacco abusivo, da quindici scene entro riquadri, tredici dei quali disposti su due registri della parete laterale ed i rimanenti sulla controfacciata.

L’ordine di lettura procede da sinistra a destra a partire dal registro superiore della parete laterale per terminare nel riquadro inferiore della controfacciata.

Gli affreschi narrano la storia di Santa Margherita che, orfana di madre, fu affidata alle cure di una nutrice di religione cristiana, all’epoca della persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Di lei si innamorò Olibrio, governatore di Antiochia, che decise di sposarla e cercò di riconquistarla alla fede pagana sottoponendola inutilmente a ripetute torture che, anzi, fecero convertire al cristianesimo molti pagani impressionati dalla forza di origine soprannaturale della donna. Essi pure vennero giustiziati e la santa, alla fine, fu decapitata.

Olibrio invita Margherita ad adorare gli dei pagani ma la Santa replica che lei crede in un unico dio

Questo racconto è qui bene esemplificato, seppur mutilato dal distacco abusivo dei primi due episodi: la conversione di Santa Margherita ed il governatore Olibrio che si invaghisce di Santa Margherita. Restano invece le scene, seppur lacunose, raffiguranti: l’incontro di Olibrio e Santa Margherita, Olibrio che convoca Santa Margherita, Olibrio che chiede a Santa Margherita un gesto pubblico di conversione al paganesimo, la prima tortura di Santa Margherita e Santa Margherita messa in prigione.

Margherita viene trafitta con lame infuocate
Particolare del volto di Santa Margherita

Il racconto continua nel registro inferiore della medesima parete con le seguenti scene: Santa Margherita sottomette con la croce il demonio comparso nelle sembianze di un drago, (l’immagine del drago è stata completamente cancellata dall’usanza dei fedeli di graffiarla con le unghie), Santa Margherita è condotta davanti ad Olibrio, la tortura con le torce accese, la tortura dell’immersione nella tinozza gelida e subitanea conversione dei pagani, la decapitazione dei pagani convertiti e Santa Margherita in attesa di essere decapitata.

Santa Margherita sottomette il demonio
La Santa torturata viene immersa in una tinozza di acqua gelida
Decapitazione dei pagani convertiti al cristianesimo
Santa Margherita in attesa di essere decapitata dal boia
Donna gravida assiste alla decapitazione della Santa con le mani giunte sul ventre. Santa Margherita viene infatti invocata quale protettrice delle partorienti.

Sulla controfacciata, dove gli affreschi sono stati danneggiati dell’apertura di due finestre quadrangolari, alcuni lacerti permettono di riconoscere nell’ordine superiore: Santa Margherita in carcere e, nell’ordine inferiore la decapitazione della santa.

Controfacciata d’ingresso all’oratorio

Dal punto di vista stilistico questi affreschi si distinguono per l’elegante condotta pittorica e la delicata stesura del colore, giocata su graduali passaggi luministici e tonali, ai quali spetta la definizione dei volumi e la continua ricerca di una solida consistenza plastica, mai sopraffatta da ricercatezza calligrafiche. Il ciclo di elevata qualità esecutiva, si inserisce nel clima di tradizione che in ambito bergamasco andava elaborando, tra il XIV e XV secolo, nuove forme espressive basate su dolci impasti di colore ed è stato assegnato da Laura Paolo D’Ambrosio a un autore anonimo, detto “Maestro delle storie di Santa Margherita, forse identificabile in Pacino da Nova. Alla medesima personalità spettano, probabilmente, dipinti murali dell’abside con la Majestas Domini e con gli Evangelisti (San Giovanni e San Marco, a sinistra sono delineati in sinopia) nel semicatino e una serie di affreschi riquadrati nella fascia del semitamburo.

Abside illuminato da tre monofore a disposizione asimmetrica che suggeriscono un particolare orientamento astronomico della chiesa
Majestas Domini con Gesù in trono racchiuso in una mandorla attorniato dai quattro Evangelisti
Majestas Domini con gli Evangelisti. San Giovanni e San Marco sono delineati in sinopia

Gli affreschi del semicatino, intervallati da tre monofore, raffigurano, da sinistra a destra: Santa Caterina d’Alessandria, un Dottore della Chiesa, la Trinità, un Santo non identificato, l’incontro di Santa Maria con Gesù sulla via del calvario e il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria. In questi affreschi e nel mutilo Angelo annunciante sul pennacchio sinistro dell’arco trionfale, si ritrovano la medesima ricerca di effetti plastici, le raffinatezze cromatiche e quel senso d’immediatezza che anche nelle storie di Santa Margherita di Antiochia ridimensiona il potenziale drammatico insito nel racconto.

La trinità come appariva negli anni ’70. Ora risulta pressocchè completamente cancellata. Rara raffigurazione del tema della trinità con la figura di Gesù rappresentata tre volte in maniera identica.
Angelo annunciante

Sono stati attribuiti al “Maestro di Santa Margherita” anche due affreschi originariamente collocati sulla parete sinistra della navata, di cui rimane una testimonianza fotografica: il Vir dolorum, staccato e trafugato, che si trovava al di sopra dell’ingresso laterale, e la vicina Madonna del Latte di cui ne rimane visibile un’accenno.

Vir Dolorum è un tema iconografico che mostra Gesù sofferente dopo la Crocefissione. Simile all’Ecce Homo (che mostra Gesù flagellato), si discosta nel fatto che il Cristo ha ormai anche le ferite nelle mani, nei piedi e nel costato (immagine di archivio)
Madonna del Latte. Antica iconografia della dea madre nell’atto di nutrire il figlio (immagine di archivio)
Raffigurazioni della Dea Madre nella storia (da http://www.ilcerchiodellaluna.it)

Sul medesimo muro troviamo una serie di riquadri contornati da un bordo leggermente differente rispetto a quello delle altre pareti, caratterizzato da una cornicetta ad archetti che si prolunga sulla controfacciata, dove resta una scena non più identificabile. Essi rappresentano, da sinistra: un Santo lacunoso, la citata Madonna del Latte, alla quale seguiva lo scomparso Vir dolorum sulla porta di ingresso laterale, San Cristoforo, Sant’Antonio Abate, una figura con cartiglio colta nell’alto di indicare l’arco trionfale e un Santo recante in mano un libro aperto. Questi ultimi due personaggi sono riconducibili per le iscrizioni apposte, rispettivamente, sul cartiglio e sul libro. Sul primo si legge l’espressione “Ego vox clamantis in deserto parat(e) viam domini” (Isaia 40,3) con la quale il profeta Isaia preannunciava la missione di San Giovanni Battista. Sul libro dell’altra figura invece, si legge la scritta: “[nolumos autem vos ignorare fratres de dormientibus ut non costristemini sicut et ceteri qui spem non habent] che allude alla predicazione di San Paolo (Ts 4,13) sulla venuta prossima di Cristo.

San Cristoforo come è visibile attualmente
L’affresco di San Cristoforo come si presentava negli anni ’70 (immagine di archivio)

Il deterioramento di questi affreschi ne ostacola la possibilità di attribuzione tuttavia non si esclude che sia qui parzialmente all’opera la medesima bottega attiva nell’abside sulla parete destra dei primi anni del ‘400, anche sulla base del confronto tra il primo Santo sulla parete sinistra ed il Cristo nell’incontro con Maria sulla via del calvario dell’abside, accomunati dalla stessa modalità di delineare gli occhi con una marcata linea di contorno e dalla stesura delicata, quasi in punta di pennello, di sopracciglia, barba e capelli. La serie di figure a destra della parete laterale sembrano invece caratterizzate da una più matura sensibilità spaziale e volumetrica che fa pensare a un momento successivo anche se non troppo distante dall’inizio del secolo XV.

Gesù nell’atto di portare la croce con al seguito una donna con areola la cui identità può essere riconducibile verosimilmente a Maria sua madre o a Maddalena sua seguace. Rara tipologia di raffigurazione della via del calvario.

Tra le peculiarità di questi piccolo Oratorio, posto sulla cima del Monte Santa Margherita la cui sommità domina un’altro particolare luogo culto la Chiesa di San Michele di Torre De’ Busi, è l’inusuale orientamento astronomico che non rispetta la conformità dell’orientamento verso il sole equinoziale approvato dalla Chiesa Cattolica. Tale peculiarità è stata riscontrata, in un recete studio condotto dal Prof. Gaspani dell’Osservatorio Astronomico di Brera, anche nella stessa Chiesa di San Michele di Torre De’ Busi e  nelle chiese: di Santa Maria del Lavello di Calolziocorte, di San Lorenzo Vecchio a Rossino e di Santa Brigida d’Irlanda a Lorentino (vedi videoconferenza da http://www.duepassinelmistero.com).  Fino ad oggi non sono stati condotti scavi archeologici sul sito di fondazione della chiesa che ne possano determinare una preesistete struttura.

Degna di nota è la particolare variazione delle caratteristiche di acustica percepite al passaggio dall’aula unica all’abside semicircolare che meriterebbe un’analisi archeoacustica. Per questo motivo, oltre che per la localizzazione geografica isolata sulla cima del Monte Santa Margherita,  l’oratorio avrebbe potuto essere un luogo adatto per un ritiro spirituale eremitico nel quale praticare tecniche d’invocazione che utilizzavano il canto o l’invocazione litanica come avviene nell’esicasmo.

Bibliografia

– Quattro cappelle dedicate a Santa Margherita in provincia di Lecco: strutture castrensi e cicli pittorici tra XII e XV secolo. Cristina Fedeli. Tesi di Laurea Università degli studi di Pavia A.A: 2002/2003.

– La Valle dei Castelli. Ecomuseo di San Martino. Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino. Fabio Bonaiti. Novembre 2010.

– Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della città e della campagna di Milano ne’ secoli bassi, raccolte ed esaminate dal conte Giorgio Giulini. G.B. Bianchi 1760.

Annunci

Oratorio di San Pellegrino a Bominaco

Dall’altopiano di Navelli, a circa 1000 metri d’altezza, l’Oratorio di San Pellegrino e la Chiesa di Santa Maria Assunta, dominano sulla via Appulo Sannitica, meglio nota come statale 17, che collega le città di Foggia e L’Aquila. Da qui si gode di una vista degna di una falcone in quota e la piacevole brezza che si leva dalla vallata rinfresca l’accaldato visitatore nelle più assolate giornate estive. Le due chiese facevano parte originariamente di un unico complesso monastico benedettino nel comune di Bominaco un tempo noto come Momenaco. Le origini del complesso risalgono tra il III e IV secolo epoca in cui un missionario laico, San Pellegrino, giunto dalla Siria in Italia subì il martirio. Sul luogo della sua sepoltura fu inizialmente costruito un sacello e successivamente una chiesa nell’VIII secolo. Anche Carlo Magno fu legato alla storia di questo luogo santo, dato che donò alla chiesa 500 mogge (circa 170 ettari) di terra e la mise sotto la protezione dell’Abazia di Farfa. Da allora la comunità benedettina fiorì insieme alle genti del luogo coinvolte nelle numerose attività dei frati. Grazie alle conoscenze dei frati furono avviate nel territorio vere e proprie aziende agricole con poli di smistamento commerciale e fiorirono le arti. Nel 1001 il cenobio divenne indipendente da Farfa e tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo fu costruita nel complesso monastico la Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta. Nel 1423 il complesso monastico non fu risparmiato dalla guerra scatenata dal condottiero Braccio da Montone che minacciò seriamente lo Stato Pontificio. Fu per riconoscenza alla nobiltà aquilana che aveva fermato l’avanzare del condottiero ponendo fine alla sua esistenza, che il Sommo Pontefice concesse il patronato sull’abazia di Bominaco al Conte di Forfona. A lui fu concesso anche il diritto di nominare l’Abate. Ciò sconvolse l’ordinamento monastico in quanto la figura dell’Abate, Padre e Maestro, veniva eletta da sempre dalla stessa comunità monastica. I monaci abbandonarono dunque Bominaco agli inizi del ‘500, la loro meta è tutt’ora ignota. Fu così che la curia romana si impadronì della ricchezza generata dai monaci. Infatti le abazie che venivano col tempo “acquisite” diventavano per lo Stato Pontificio delle ricche prebende da concedere ai dignitari dell’alta gerarchia ecclesiastica composta per lo più da cardinali. Nel 1750 una bolla di Benedetto XIV fece diventare l’abazia di Bominaco una semplice parrocchia sotto la giurisdizione del vescovo di L’Aquila.

Oratorio San Pellegrino
Oratorio San Pellegrino Pronao

Benché l’esterno dell’Oratorio di San Pellegrino si presenti austero nella sua semplicità, al suo ingresso, il visitatore si trova immerso in un affrescato universo policromo che lo avvolge lasciandolo attonito. Gli affreschi sono stati realizzati sia sulle pareti laterali che sulle volte del tetto senza soluzioni di continuo. Numerosi sono i temi raffigurati seguendo come filo discorsivo la vita di Gesù Cristo. Vengono così rappresentati la scena dell’Annunciazione, la Natività, la presentazione di Gesù al Tempio, l’ingresso trionfale a Gerusalemme la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, la deposizione e la sepoltura del Cristo. Non sono invece raffigurate le scene che riguardano la Crocefissione e la Resurrezione. Difficile pensare ad una dimenticanza…..

Affreschi Navata

Ma gli affreschi che ci colpiscono maggiormente sono quelli a cui generalmente non viene dato risalto forse perché “imbarazzanti” per una chiesa cattolica. Di uno di questi ci siamo già occupati nel post dedicato a San Cristoforo. Oltre al simbolismo alchemico della figura del Santo vogliamo ricordare il suo legame con la divinità egizia Anubi, raffigurata col corpo di uomo e la testa di cane e custode del mondo dei morti. Nel Medioevo il culto di San Cristoforo era largamente diffuso sia in Oriente che in Occidente. La festa del santo si celebrava in occidente il 25 luglio (nel 1969 la Chiesa ha tuttavia rimosso la celebrazione dal calendario dei santi). La sua festa cadeva durante la canicola, periodo che andava dal 25 luglio al 26 agosto, quando Sirio la splendente stella della costellazione del Cane Maggiore aveva la sua levata eliaca. Motivo per cui il santo veniva raffigurato nell’iconografia bizantina come Santo Cinocefalo. In Francia e Germania era usanza il 25 luglio sacrificare a San Cristoforo un gallo, proprio come narrava Plutarco era usanza fare in Egitto per Anubi. San Cristoforo nelle antiche raffigurazioni era dipinto anche con una veste particolarmente decorata, con mantello e cintola e una fronda di palma o un albero sradicato in mano, questi ultimi due elementi caratteristici anche delle raffigurazioni di Anubi. Il fatto che le immagini del santo rappresentino una semplice cristianizzazione delle immagini del dio egizio è inoltre attestato dal fatto che spesso statue del santo venissero poste all’ingresso delle chiese con la funzione di custode proprio come Anubi era il guardiano dell’oltretomba.

San Cristoforo Cinocefalo
La “Pesatura delle anime”

Nel nostro Oratorio di Bominaco la figura del santo è posta sulla parete d’ingresso immediatamente a destra del portale. Nel nostro caso il suo legame con la divinità egizia appare rafforzato dalla presenza di un’altra raffigurazione che si trova sulla parete destra della chiesa in prossimità dell’ingresso: la Psicostasia ossia l’antico rito della pesatura delle anime.

Con il termine Psicostasia si indica la cerimonia, raffigurata nel Libro dei Morti dell’antica religione egizia, a cui il defunto veniva sottoposto prima di poter accedere all’oltre vita. Nella cerimonia il defunto viene accompagnato da Anubi al cospetto dei giudici. Anubi si occupa anche della pesatura materiale del cuore del defunto raffigurato da un vaso che viene posto su di un piatto della bilancia, mentre sul piatto opposto viene posta Maat (la giustizia) raffigurata da una piuma. Thot, dio della saggezza prende nota del risultato della pesatura sul suo “Libro della Vita”. Se il cuore, sorta di “scatola nera” delle azioni compiute in vita bilancerà la piuma, allora il defunto sarà dichiarato “giusto” ed ammesso al regno dei morti. In caso contrario, il cuore verrà dato in pasto ad Ammit, posto ai piedi della bilancia, essere composito raffigurato con la testa di coccodrillo, leone nella parte anteriore del corpo ed ippopotamo nella parte posteriore. Alla fine del rito il defunto “giusto” viene presentato da Horus ad Osiride il dio dell’oltretomba.

Thot con Ammit
Dea Tuart

Lo studioso Adrian Gilbert ci dà un’interpretazione un po’ diversa del rito della pesatura della anime. Secondo Gilbert il rito avveniva all’interno della Grande Piramide nella Camera del Re. In base al risultato della pesatura, l’anima del morto poteva lasciare la terra e congiungersi ad Osiride nel mondo celeste oppure essere inghiottita non dal mostro Ammit ma dalla dea Tuart, anche lei dall’aspetto poco rassicurante , molto simile ad Ammit, con la testa di coccodrillo ed il corpo di leone. Una particolarità ancora non chiara della famosa Camera del Re è la presenza di due pozzi, cosiddetti perché si è ipotizzato una loro funzione di areazione. In realtà questi condotti sembrano essere dei puntatori celesti indirizzati uno a sud che al tempo della costruzione della piramide puntava al punto di culminazione alla stella Al-Nitak nella cintura di Orione, mentre l’altro pozzo era orientato verso la stella polare di allora Alfa-Draconis. Mentre Osiride è associato alla costellazione di Orione che quindi rappresenta il paradiso, la Stella Polare è simboleggiata dalla dea Tuart. Due erano dunque i possibili destini dell’anima: congiungersi ad Osiride nell’oltre vita o essere divorata da Tuart per rinascere nuovamente sulla terra. La dea infatti era raffigurata sempre in stato di gravidanza avanzata, essendo considerata anche la divinità protettrice delle donne incinte. La reincarnazione era dunque considerata una seconda chance per cercare di guadagnare nuovamente il paradiso. Questa interpretazione renderebbe il culto egizio simile alle religioni orientali ma anche al credo cristiano gnostico. Nell’oratorio di Bominaco il rito della “pesatura delle anime” non è rappresentato nei termini egizi ma come veniva raffigurata nell’epoca medioevale, come risulta da quei pochi esemplari che rimangono visibili oggi. Spesso nelle fasi di ristrutturazione delle chiese alcuni affreschi venivano ricoperti da altri nuovi, più conformi ai dettami del credo vigente.

Oratorio San Pellegrino – San Michele e la Pesatura delle Anime

Nel nostro caso colui che presiede al rito della pesatura è San Michele che regge la bilancia. Sui due piatti della bilancia vi sono le anime giudicate, rappresentati come piccoli uomini a bordo di un vascello, come si intende dalla presenza di una polena. (Un volto è cancellato forse qualcuno non gradiva assomigliare a qualche anima dannata). San Michele, alter ego di Thot, regge in una mano la bilancia e nell’altra un globo con raffigurata una croce con l’estremo inferiore a doppio uncino (ancora crociforme). Nelle icone bizantine San Michele è raffigurato generalmente con espressione seria, occhi grandi e allungati, vesti molto ricche, simili a quelle degli imperatori e in mano regge il globo o la bilancia. La cosa suggestiva di questa raffigurazione è l’evidente richiamo della croce con doppio uncino ad un altro simbolo cruciforme di significato dualistico l’Abraxas.

Abraxas

Con questo nome gli gnostici chiamavano l’Eone Supremo, la conciliazione del Bene e del Male, il dio creatore del mondo divino. Questo dio era distinto da quello della Bibbia, che per gli gnostici aveva solo creato l’imperfetto mondo materiale quale Demiurgo. L’Abraxas viene infatti citato nei papiri di Nag Hammâdi, fonti dirette dell’antico gnosticismo. Ciò rappresenta un tangibile legame di discendenza culturale dell’ordine benedettino dal cenobitismo di San Pacomio, monaco egiziano, ex militare, vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Ricordiamo che i papiri di Nag Hammâdi, contengono ciò che è scampato alla furia distruttrice del cattolicesimo: i Vangeli Gnostici e altri scritti appartenenti al Corpus Hermeticum. Sono per l’esattezza 13 papiri, che furono ritrovati nel 1945 in una giara di terracotta da pastori del villaggio di al-Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell’isola di Nag Hammâdi. I monaci li avevano verosimilmente occultati per non farli distruggere quando lo gnosticismo venne giudicato un’eresia da parte della nascente chiesa cattolica. Ricordiamo che il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia grazie anche all’incontro con l’abate Servando, latore della regola pacomiana, avvenuto presso il Protocenobio di San Sebastiano ad Alatri.

Viverna
Grifone

Quali elementi verticali di divisione della navata troviamo due plutei affiancati rappresentanti il destro una viverna e il sinistro un grifo, insieme costituivano il divisorio tra i battezzati e catecumeni.

Il grifone è un mostro favoloso con testa, ali e artigli d’aquila, corpo e zampe posteriori di leone. L’origine del tema iconografico risiede in Mesopotamia e in Egitto intorno al 3000 a.C. Spesso presente come tema decorativo nell’arte dell’antica Persia, il grifone divenne per gli Ebrei il simbolo della dottrina persiana dei Magi. Nell’Anatolia, assunse la funzione simbolica di guardiano dell’oro iperboreo, sorvegliante della mistica coppa di Dioniso. Nel simbolismo cristiano indica la duplice natura di Cristo: divina, rappresentata dall’aquila e, terrena, simboleggiata dal leone. Il simbolo del grifone era inoltre raffigurato, con la funzione di psicopompo, sui sarcofagi etruschi e romani. Fu poi eletto a guardiano della tomba e della risurrezione sui sarcofagi della prima arte cristiana. Come sul sarcofago merovingio di Charentondu-Cher, risalente al VII secolo, in cui vengono raffigurati diversi grifoni affrontati intorno a un calice, da alcuni interpretato come fonte di vita, da altri come calice eucaristico. Anche nel caso dell’Oratorio di San Pellegrino ritroviamo questo fantastico animale come custode del calice. Frequentemente la raffigurazione di una coppia di grifoni affrontati sono posti a custodia dell’albero della vita nell’arte di origine orientale. Il grifone inoltre nel simbolismo della mistica dell’ascesi può acquistare il significato di animale custode del viaggio iniziatico e dunque custode dell’immortalità.

La viverna è una creatura leggendaria simile al drago, se ne differenzia per il fatto di avere dimensioni inferiori, solo due zampe e per la caratteristica coda ad uncino o simile ad un serpente. Questo particolare animale fantastico durante il medioevo era considerato di grande utilità per la stregoneria, in relazione alla loro naturale affinità con gli incantamenti. Da un punto di vista ornamentale la viverna, insieme al drago, veniva utilizzata frequentemente nel medioevo per decorare stipiti ed architravi, spesso con associati tralci di vegetazione e fiori che scaturivano dalle loro fauci come nel motivo del Green Man. Nell’antico Oriente il drago rappresenta una divinità benefica connessa all’elemento acquatico. Mentre nella cultura cristiana cattolica è un simbolo malefico associato a Satana. Il drago incatenato o sottomesso ai piedi di un santo o della Vergine simboleggia per i cattolici della sacra romana chiesa la sconfitta del male.

Tuttavia per il resto del mondo il simbolo del drago o del serpente, il termine latino draco viene tradotto infatti sia “drago” sia ”serpente”, ha tutt’altro significato. Nell’antico Egitto il serpente era simbolo di conoscenza e saggezza e per questo motivo era presente sulle corone dei faraoni (Ureo). Nelle civiltà dell’America precolombiana era venerato il Serpente Piumato. Questa divinità, conosciuta con diversi appellativi, Quetzalcoatl per gli Aztechi, Kukulkan per i Maya, Gukumatz per i Quichè, era strettamente legata al sapere. Il Serpente Piumato aveva portato a questi popoli le conoscenze astronomiche, agricole e del computo del tempo. Altri detentori del sapere sono associati al simbolo del serpente. Mercurio, Hermes per i Greci, dio dell’eloquenza reggeva il caratteristico caduceo: due serpenti attorcigliati attorno ad un bastone. Ma lo stesso caduceo è retto anche da Ermete Trismegisto, il leggendario maestro di sapienza ed autore del Corpus Hermeticum, di cui abbiamo già accennato riguardo il ritrovamento dei Vangeli Gnostici a Nag Hammâdi. Il simbolo del serpente è infatti legato alla conoscenza anche per gli gnostici cristiani. Vi fu una particolare corrente gnostica nel II secolo che venerava la figura del serpente : gli Ofiti, dal greco ὄφις, “serpente” o Naasseni dall’ebraico nâhâsh, “serpente”. Anche per gli Ofiti il serpente era ritenuto donatore della conoscenza gli uomini. In particolare essi credevano che il Dio del Vecchio Testamento, creatore del mondo materiale quale Demiurgo, ma inferiore al Dio Supremo Padre di tutti avesse creato Adamo ed Eva, i primi uomini, per essere venerato da loro e li aveva rinchiusi nel giardino dell’Eden. Ma Sophia (la Saggezza) mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito (la mela) per risvegliare la loro conoscenza (gnosi) i cui livelli erano superiori a quelli del Demiurgo Yahweh. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all’insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, a causa del Demiurgo, restava sopita. E’ infatti mangiandoil frutto dell’Albero della Conoscenza che Adamo ed Eva conoscono la Verità: il Dio creatore è un Dio inferiore.

Questo legame del serpente con il “risveglio” e la conoscenza rivelata è anche presente nella cultura indiana. Non a caso lo gnosticismo ha molto in comune con le concezioni di base dei Veda dell’antica India. Il parallelo più evidente è presente nel nome: la parola “Veda” significa “Conoscenza”, proprio come la parola “gnosi”. Nella filosofia dello Yoga indiano il serpente arrotolato e addormentato è il simbolo di Kundalini: la conoscenza assopita che risiede nel perineo, alla base della colonna vertebrale. Tramite le tecniche Yoga essa viene risvegliata e risale lungo la colonna, attraversando i sette punti di forza denominati Chakra per giungere all’apice del capo fino a sfociare dalla sutura cranica (l’aureola dei santi cristiani può forse essere considerata un simbolo di illuminazione?). La manifestazione del risveglio della Kundalini è la consapevolezza e la conoscenza del passato presente e futuro, un’espansione della coscienza.

Il nostro viaggio partito dall’Abruzzo è terminato in India per dimostrare ancora una volta il potere del simbolo quale filo conduttore delle aspirazioni verso il divino che accomuna popoli e religioni. Il simbolo supera i concetti di tempo e spazio per diventare conoscenza universale, forse rivelata?

Bibliografia:

  1. Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, James Hall, Longanesi
  2. Bominaco, Serafino Lo Iacono OSB., Bominaco 1995
  3. Treccani.it, Enciclopedia dell’Arte Medioevale
  4. La Triplice Via del Fuoco nel Mosaico di Otranto, Francesco Corona, Atanòr
  5. I Re Pellegrini, Adrian Gilbran, Corbaccio
  6. I Vangeli Gnostici, Elaine Pagels, Oscar Mondadori
  7. Il Libro dei Morti degli Antichi Egiziani, G. Kolpaktchy – D. Piantadina, Atanòr

San Cristoforo e la sua simbologia alchemica

Immagine” Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte.
“Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa. La schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada; il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che che tu sei meno potente di lui; allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore che di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.”  Questa è la leggenda così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo “Légendes du Vieux Paris”.

La figura di San Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo, è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto, nella tradizione cristiana, col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti.

In Abruzzo sono presenti due eccezionali esempi di raffigurazione pittorica medioevale di questa simbologia presenti rispettivamente nella Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme e nell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco. In entrambi gli affreschi l’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene esplicitata attraverso particolari pittorici. Il fatto che l’esecutore o gli esecutori dei emtrambi gli affreschi avessero la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducessero fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo. Secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo in entrambi gli affreschi. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata, presente nell’affresco della Chiesa di San Tommaso, secondo linee incrociate simili a quelle che a dire degli alchimisti si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Quindi, Cristoforo portatore di Gesù Bambino, ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di rinascita e perpetua rigenerazione.

L’innalzamento dell’oro nascente sulle onde mercuriali è invece espresso simbolicamente dalla cintura a balze dell’affresco dell’Oratorio di San Pellegrino.

La raffigurazione simbolica di San Cristoforo diventa pertanto emblema d’iniziazione misterica in cui è nesessario lasciare dietro di sè le spoglie della rozza ignoranza per assumere le vesti di una nuova conoscenza rivelata.

Bibliografia:

Il mistero delle Cattedrali – Fulcanelli – Edizioni Mediterranee

Copyright © 2012 Montezaga. Tutti i diritti riservati.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: