L’archeoastronomia nelle chiese medioevali

Secondo la leggenda, la fondazione della chiesa risalirebbe a Carlo Magno. L’imperatore nell’anno 773 stava cacciando nella selva di Vezzolano, quando improvvisamente gli sarebbero apparsi tre scheletri usciti da una tomba. Lo spavento fu tale da causagli una crisi epilettica. Aiutato da un eremita ed invitato a pregare Maria Vergine, egli volle edificare nel luogo dell’apparizione una chiesa abbaziale. Secondo una ricostruzione storica si ritiene che l’edificio fosse già esistente in epoca longobarda e che sia stato successivamente ingrandito.

La canonica di Santa Maria di Vezzolano faceva parte di un importante complesso monastico citato in un documento del 1095. Degli edifici che componevano l’antico monastero si sono conservati la chiesa, il chiostro e la sala capitolare. Il complesso si situa nel territorio del Monferrato in cui si incrociano le tre più celebri vie di pellegrinaggio cristinao: la Via Francigena, la Via Gerosolimitana (verso Gerusalemme) e la Via di Santiago di Compostela (Campo delle Stelle).

La canonica, retta dai Canonici Regolari di Sant’Agostino, ebbe il suo massimo sviluppo tra il XII e XIII secolo. Nel 1405, con il passaggio di Vezzolano in commenda, ebbe inizio un lento declino che si protrasse fino al 1800 quando i beni di Vezzolano vennero dichiarati nazionali dall’amministrazione napoleonica e la chiesa fu ridotta a cappella campestre della parrocchia di Albugnano. Dal 1937 il complesso fa parte del demanio dello stato. In epoca medioevale, Vezzolano conobbe una lunga fase di potere e ricchezza e ancora oggi è uno dei monumenti romanici più visitati del Piemonte.

Madonna in trono
Arenaria con inclusi di conchiglie fossili

Le mura della chiesa alternano ai mattoni fasce in arenaria, che inglobano numerosi resti fossili di conchiglie. La sua facciata a salienti è molto ricca e complessa, ornata da logge cieche, cori e sculture. Nella lunetta del portale, una scultura rappresenta la Madonna in trono, fra due angeli, con una colomba in volo alla destra del suo capo incoronato, rappresentante lo Spirito Santo.

Cristo tra l’Arcangelo Michele e Raffaele
Cherubini

La bifora centrale è scandita dalla statua raffigurante Cristo benedicente e ai lati dalle raffigurazione dell’Arcangelo Michele e Raffaele. Al di sopra di essa si trova un originale pronao nel quale sono posti due angeli con un cero in mano. Sopra ancora si trovano due serafini su una ruota e al culmine è collocato in una nicchia il busto di Cristo benedicente.

Testa di bue simbolo di San Luca
Tralci vegetali antropomorfi

Al di sopra dei capitelli delle colonne del portale troviamo scolpiti una testa di bue, a destra, ed una testa di leone, a sinistra, rappresentanti rispettivamente gli evangelisti Luca e Matteo. Raffigurazioni di tralci vegetali antropomorfi e zoomorfi decorano i capitelli ed il portale.

Green Man
Teste animali

Chiaramente riconoscibile è il noto elemento decorativo del Green Man. A fianco di questo troviamo delle altre teste di animali dall’aspetto porcino e teste di lupi dai denti affilati.

Volto con barba bipartita
Sant’Ambrogio

In corrispondenza della loggia cieca di destra sono scolpite due teste umane con barba bipartita, tipica delle raffigurazioni bizzantine del Cristo, mentre nella lunetta è posta la statua di Sant’Ambrogio con il bastone pastorale, maestro spirituale di Sant’Agostino.

Jubè

-Jubè

L’interno attualmente consta di sole due navate. In origine erano tre ma, nel corso del XII secolo la navata minore di destra, fu incorporata nel chiostro adiacente. L’aspetto dell’interno appartiene al primo periodo gotico. Elemento di particolare interesse, per bellezza e rarità, è il grande jubè: una sorta di pontile decorato con sculture in alto rilievo della fine del XII secolo che divide in due la navata centrale separando l’area in cui trovavano posto i fedeli da quella destinata al clero. Su di esso, in due registri, sono rappresentate scene della “Dormitio della Vergine” e la serie dei suoi antenati.

Tetramorfo: San Matteo e San Luca
Tetramorfo: San Marco e San Giovanni

Ai suoi estremi troviamo la raffigurazione tetramorfa degli evangelisti sotto forma di bue alato (San Luca), aquila (San Giovanni), leone alato (San Marco) e uomo alato (San Matteo).

Sottostante al jubè è presente un basso rilievo raffigurante un uruboro: il serpente che si morte la coda, simbolo molto antico associato all’alchimia, allo gnosticismo e all’ermetismo; rappresenta la natura ciclica delle cose, l’eterno ritorno, un ciclo che ricomincia dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine.

Navatello destra
Chiostro

Colpisce l’utilizzo della bicromia rosso-bianco ampiamente presente all’interno delle absidi, caratteristica anche dell’Ordine Templare. Dalla chiesa attraverso una piccola porta si accede al chiostro dove elementi di epoche diverse ed affreschi databili dal 1230 al 1330, magnificamente conservati nel tempo, coesistono in perfetta armonia. In particolare si apprezzano diverse rappresentazioni del tetramorfo.

Tetramorfo
Tetramorfo

Appena varcata la soglia del chiostro, si nota, in alto a destra, la raffigurazione scultorea di un uomo che sorregge un arco a mo’ di colonna portante, verosimilmente rappresentante l’architetto realizzatore dell’edificio come era uso nelle cattedrali di epoca gotica. Sulla parete destra invece si nota l’incisione di un fiore della vita.

Architetto che regge la volta
Fiore della vita ai piedi del cavallo di Carlo Magno

Tra le decorazioni di alcuni capitelli del loggiato del chiostro si riconoscono dei nodi longobardi, elemento decorativo frequentemente presente nell’arte longobarda e dal forte simbolismo rievocante il culto ancestrale del serpente.

Nodi longobardi

Oltre alle sue peculiarità decorative ciò che colpisce maggiormente di questa canonica è il risultato di recenti studi di archeoastronomia eseguiti sull’edificio sacro.*

Lo studio delle conoscenze astronomiche dell’antichità applicate alla costruzione di edifici costituisce l’ambito dell’archeoastromia. In Italia, dal 2007 presso il Politecnico di Milano, è stata istituita la prima cattedra italiana di archeoastronomia introducendo questa disciplina a tutti gli effetti nell’ambito degli studi universitari. In particolare l’orientazione astronomica delle chiese cristiane è un dato ormai assodato nella comunità scientifica specialistica. Al tempo della costruzione della Chiesa di Santa Maria di Vezzolano erano disponibili tre fondamentali testi che trattavano di orientazione astronomica: il De Geometria di Gerberto D’Aurillac, il De Architectura di Vitruvio ed il De Limitibus Constituendi di Iginio il Gromatico. All’epoca le conoscenze astronomiche erano per lo più appannaggio degli esponenti del clero secolare e monastico. Nella chiesa di Vezzolano sono riconoscibili diversi elementi che depongono per l’utilizzo di queste conoscenze nella realizzazione della struttura dell’edificio e delle sue decorazioni.

Poligono di Dio

L’elemento più caratterizzante dell’impostazione della Chiesa di Vezzolano è il cosiddetto “Poligono di Dio” cioè il decagono regolare che permette la regolarizzazione di una pianta tra raggio generatore e larghezza della chiesa e consente di realizzare importati orientazioni astronomiche. Nel caso dell’abazia di Vezzolano l’orientazione prescelta è quella lunare, o meglio il lunistizio estremo superiore, cioè il punto più settentrionale dell’orizzonte locale in cui sorge la luna. Per ottenere questo scopo gli antichi costruttori partirono dall’orientazione astronomica di base che era quella equinoziale e geometricamente risalirono a quella lunare. In pratica veniva fissato uno gnomone verticale, ossia la parte dell’orologio solare che proietta la propria ombra, nel terreno di fondazione e si segnava alla mattina la posizione raggiunta dal sole dall’estremità della sua ombra. Successivamente si tracciava una circonferenza centrata nel piede dello gnomone e passante per il punto marcato sul terreno; poi si attendeva al pomeriggio il momento in cui l’ombra veniva in contatto nuovamente con il cerchio e si segnava sulla circonferenza il punto ottenuto. La linea passante per i due punti sulla circonferenza rappresentava la direzione equinoziale che dava l’orientamento di base di quel luogo. Per Vezzolano il cerchio in questione è stato verosmilmente proprio il cerchio generato circoscrivendo il Poligono di Dio che serviva da base per la pianta della chiesa da edificare e per la sua orientazione. In questo caso la dimensione del cerchio generatore equivale ad una misura ben precisa: 100 piedi romani.

Criteri di orientazione dell’edificio sacro

Durante il medioevo l’edificazione di una chiesa doveva dunque soggiacere a regole ben precise sia riguardo l’orientazione del suo ingresso-abside, sia il periodo in cui il rito di fondazione doveva essere celebrato. Guido Bonatti da Forlì, matematico e astronomo medioevale, nel suo Decem Continens Tractatus Astronomiae evidenzia che le chiese dovevano essere innalzate secondo scrupolose regole rituali seguendo il corso dei cieli e che l’epoca di fondazione delle chiese era scelta in accordo con particolari congiunzioni astronomiche. L’architetto sfruttava le proprie conoscenze di astronomia per ricavare attraverso osservazioni, calcoli e costruzioni geometriche la direzione di orientazione più opportuna per soddisfare il sistema di simbologie richieste dai committenti. L’astronomia diventava dunque il mezzo per esprimere il simbolismo del monumento. In particolare, le orientazioni astronomiche avevano lo scopo di concretizzare il simbolismo cristiano in modo efficace e comprensibile, stabilendo un collegamento fra il luogo sacro in terra ed il divino in cielo.

Ricostruzione del cielo nel momento della fondazione della chiesa

Vi presentiamo la stupefacente ricostruzione del cielo di Vezzolano così come si presentava al lunistizio del 30 Agosto 1168 che i ricercatori hanno ottenuto utilizzando uno specifico software astronomico. Ipotizzando questa data come possibile momento di fondazione della chiesa, si ottiene una concordanza con le più aggiornate attribuzioni della critica storico-artistica. Dal punto di vista archeoastronomico, nel particolare caso di Santa Maria di Vezzolano, si è rilevata una grande attenzione all’orientazione con gli astri. La direzione dell’asse della navata principale concorda molto bene con il punto di levata della luna all’orizzonte naturale locale quando ogni 18.61 anni solari tropici, esso raggiunge la sua massima posizione settentrionale. Per quanto concerne il sole si è osservato che la bifora di facciata è posta in modo tale da proiettarsi sull’abside illuminando esattamente le due figure dell’Annunciazione poste a decoro dei due lati della monofora centrale, realizzando condizioni di illuminazione molto suggestive. E’ verosimile che un simile effetto fosse espressamente voluto quindi progettato e realizzato. Risulta poco probabile infatti che questo evento possa essersi verificato in seguito a ragioni casuali. La particolare geometria della Chiesa di Vezzolano e la sua peculiare orientazione astronomica, mostrano anche tracce molto evidenti dell’utilizzo dell’astrolabio sia in fase di progettazione che realizzazione. L’utilizzo dell’astrolabio nell’architettura prevalentemente sacra, fu un’innovazione introdotta da Gerberto D’Aurillac salito al soglio pontificio nell’anno 999 con il nome di Silvestro II. L’astrolabio oltre ad essere uno strumento di misura permetteva di risolvere in modo semplice e accurato un certo numero di problemi di astronomia sferica tra i quali quelli inerenti al calcolo e alla progettazione della posizione e dell’altezza delle monofore in modo da realizzare particolari giochi di luce all’interno delle navate delle chiese. Un tempo l’astronomia dava significato al mondo ed un legame con la divinità. Nella Chiesa di Santa Maria di Vezzolano le ricerche archeoastronomiche hanno prodotto risultati interessanti e coerenti con l’architettura, la simbologia e la dedicazione della chiesa. In particolare l’orientazione lunare della chiesa e non verso il più consueto sole, è perfettamente in sintonia con la dedicazione dell’edificio sacro alla Vergine Maria. Infatti il parallelismo luna come simbolo di Maria e sole come simbolo di Cristo è stato teorizzato dai padri della chiesa tra cui Sant’Agostino. Ricordiamo che la Chiesa di Vezzolano è agostiniana.

Rapporti geometrici

Un suggestivo esempio dell’applicazione delle proporzione e della simbologia medievale è costituito dalla monofora centrale dell’abside centrale. Si può osservare come partendo dal cerchio simbolo del cielo e dal quadrato simbolo della terra, con una serie progressiva ed univoca di riduzioni concentriche del diametro, si ottengono con precisione il perimetro esterno della monofora, il limite interno della strombatura decorata e l’apertura netta della finestra. La simbologia geometrica risulta nuovamente coerente con il tema scultoreo dell’Annunciazione ossia il primo atto della salvezza grazie all’unione di dio con l’umanità attraverso Cristo.

Bibliografia

  1. Archeoastronomia. Da Giza all’Isola di Pasqua, Giulio Magli, Pitagora
  2. Dictionaty of Symbolism – Cultural Icons & The Meanings Behind Them; Hans Biedermann; Meridian 1994.

* Le informazioni sugli studi archeoastronomici eseguiti sulla Chiesa di Santa Maria di Vezzolano sono state tratte dalla mostra presente in una sala del chiostro che invitiamo a visitare in quanto molto suggestiva e ricca di notizie

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L’Incompiuta di San Michele al Barro

Passeggiando lungo i sentieri che percorrono il Monte Barro, nota cima montuosa che sovrasta il Lago di Lecco, l’ultima cosa che ci si aspetterebbe è di trovarsi all’improvviso di fronte ad un’imponente chiesa immersa nella vegetazione. Appare quasi un miraggio ma in località San Michele l’originaria chiesa dedicata all’Arcangelo è una concreta realtà ed ha origini antichissime probabilmente risalenti al periodo longobardo.

La costruzione dell’attuale chiesa, rimasta incompiuta, iniziò nel 1718 e si concluse nel 1752 con una copertura provvisoria che crollò nel 1932. Con l’intervento di restauro conservativo promosso dal Parco del Monte Barro e concluso nel 2008, il grandioso edificio è stato sottratto a un degrado che sembrava inarrestabile e restituito alla comunità quale spazio di straordinaria suggestione immerso nella natura del parco ed utilizzato per eventi culturali.

La storia ci racconta che tra il 756 ed 774 Desiderio, ultimo re dei longobardi fu anche re d’Italia. A lui viene attribuita la costruzione della Chiesa di San Michele, Santo per il quale i longobardi avevano un particolare culto venerandolo come il pesatore di anime. Lo storico comasco Paolo Giovio, nel 1537 nella sua opera Descriptio Larii lacus, riporta infatti della fondazione della Chiesa di San Michele sul Monte Barro da parte di Desiderio. La Chiesa di San Michele compare per la prima volta in un documento del 1146 in cui l’Arcivescovo Oberto Da Pirovano attribuiva al monastero di San Dionigi anche la Chiesa di San Michele di Pescate e le proprietà attinenti. In un documento del 1147 Papa Eugenio III elenca fra i beni dei monaci di San Dionigi la Chiesa di San Michele di Pescate e concede ai frati la facoltà di costruirvi un monastero. Nel 1290 Goffredo da Bussero, sacerdote e scrittore medievale milanese, nel Liber Notitiæ Sanctorum Mediolani, attesta la Chiesa di San Michele sotto la giurisdizione di Pescate pieve di Garlate. Nel secolo successivo Pescate è annessa alla pieve di Lecco e quindi la chiesa di San Michele passa sotto la giurisdizione del Capitolo lecchese. Dagli atti del 1608 della visita pastorale del Cardinale Federico Borromeo, si narra che: l’Oratorio di San Michele è molto antico, guarda ad oriente, risulta di un unica navata di circa 25 mq, ha un’altezza immensa. perché del tutto scoperto; sulla facciata ha una porta senza battenti per cui è aperto a tutti e che l’altare è costruito in muratura e manca di qualsiasi ornamento. L’oratorio è del tutto cadente. Sempre nello stesso documento si prescrive che al più presto venga restaurato e si dice anche che, ogno anno nel primo giorno delle Rogazioni, il Prevosto vi si rechi in processione con il Capitolo ed il Clero, con grande partecipazione di fedeli.

Nell’anno 1665 si pose fine ad un’annosa controversia tra Galbiate e Lecco per l’assegnazione del possesso della chiesa con una sentenza che attribuì ai galbiatesi il possesso di San Michele. Si giunse a questa sentenza anche perchè fu riconosciuto l’impegno dei galbiatesi nel restauro della chiesa al fine di incrementare la frequentazione del luogo sacro e della Fiera di San Michele.

Tra il 1680 ed il 1682 il piccolo e decadente Oratorio di San Michele viene radicalmente ristrutturato o per meglio dire ricostruito. La superficie interna passa da 25 a circa 85 mq. La sua pianta passa da rettangolare a ottagonale secondo il progetto dell’ing. Antonio Riva di Galbiate e il nuovo Santuario, progettato dall’arch. Attilio Arrigoni (già artefice della famosa Rotonda della Besana e del Palazzo Sormani a Milano) ha poi inglobato questa chiesetta originale a un piano inferiore a mò di cripta. Fra i più generosi finanziatori di quest’opera vi fu il notaio Francesco Spreafico, che passò alla storia come di fatto l’artefice della grande chiesa. Nel 1690 accanto alla Chiesa di San Michele da poco ristrutturata viene edificata la cappella dedicata a Sant’Anna, più nota popolarmente come “la Cappella dei Morti”. Sant’Anna madre di Maria, era invocata per ottenere la buona morte in quanto alla stessa Santa, secondo la tradizione, sarebbero state risparmiate le sofferenze dell’agonia grazie alla presenza del piccolo Gesù al suo capezzale.

Tra le cose che risultano peculiari di questa remota frazione del comune di Galbiante denominata San Michele, oggi abitata da circa 30 persone, è il fatto che lo stesso luogo sia contemporaneamente un luogo di culto dedicato ai morti e allo stesso tempo una sede di feste popolari. Nel Cinquecento e nel Seicento, durante l’imperversare della peste, questa località fu infatti meta di numerosi pellegrinaggi e processioni di devoti. Nel Settecento e nell’Ottocento il sito di San Michele divenne noto soprattutto come luogo ideale per feste popolari culminanti nella famosa Sagra di San Michele, rimasta in auge fino al secondo dopoguerra.

La Sagra ebbe il suo massimo splendore nell’Ottocento e nel 1883 a San Michele giunse anche la Regina Margherita di Savoia. A proposito di questa sagra così scrisse lo Stoppani nel 1885: ”Forse in nessun luogo del mondo si celebra una festa più allegra in più bella stagione. Una gran giornata di Settembre sotto il cielo di Lombardia così bello quando è bello! […] Ogni prato è invaso, ogni poggio coperto, ogni rupe è presa d’assalto. A brigate, a brigatelle, a crocchi, a tondo, a vanvera come vien viene, giù tutti seduti attorno ai famosi canestri, riposto con cura da un lato il fiasco sulle molle, e assicuratolo così che non faccia un capitombolo, il resto ai denti. In tanto un’onda di gente che va e che viene da tutte le parti. La marea si gonfia; la tempesta si ingrassa. Al massimo confluente che viene da Lecco, s’aggiunge l’altro che viene da Galbiate e ci porta la gente della Brianza….”.

Perché questa grandiosa opera non è stata mai completata e soprattutto perché non è mai stata officiata? Che cosa spinse un notaio galbiatese a destinare, tramite testamento, la metà della rendita dei suoi beni per la costruzione di un edificio sacro così imponente in una località così remota ed angusta, difficilmente destinata a divenire un centro di spiritualità?

Certo è che la posizione elevata del territorio di San Michele, di dominanza sulle sponde del lago di Lecco, ricorda la collocazione della Sacra di San Michele che veglia dall’alto sulla sottostante Valle di Susa, così come lo sviluppo in altezza è caratteristico di entrambi gli edifici. Anche la frequentazione-fondazione longobarda è un elemento che accomuna questi insoliti edifici sacri. Per quanto riguarda le caratteristiche geomagnetiche del luogo, abbiamo ancora una volta riscontrato un incremento del geomagnetismo in un luogo dedicato a San Michele Arcangelo, con un campo medio pari a 60 μT in prossimità delle mura perimetrali dell’edificio. Il valore stimato dalla NOAA (National Oceanic and Atmospherical Administration) per i gradi di latitudine e longitudine del sito è di circa 47 μT. Non è stato possibile rilevare il dato all’interno dell’edificio in quanto inaccessibile.

Bibliografia

  1. Il Santuario di San Michele – Parco del Monte Lambro, http://www.regione.lombardia.it
  2. National Oceanic and Atmospherical Administration, http://www.noaa.org

Chiesa di San Michele a Ome

Nella Franciacorta, sul territorio del comune di Ome, poste sul crinale della collina chiamata “costa di San Michele” sorgono l’omonima chiesa ed i resti di un antico castello. Da questa dorsale si gode di un ampia visuale sulle due valli dette del Nas e del Fus, che sono attraversate rispettivamente dai torrenti Martignano e Gandovere. L’esatta data d’origine del sito non è nota, anche se i rilevamenti archeologici ipotizzano la presenza di un insediamento nei secoli VII-VIII. Il primo documento storico riguardante il territorio del comune di Ome risale al 1090 e riferisce della vendita al Cenobio Benedettino di Rodengo di un terreno collocato in Fundo Rodingo.

L’attuale aspetto della chiesa risale al XV secolo. Sono tuttavia conservate le riconoscibili testimonianze di un’originale cappella ad aula unica orienta in direzione est-ovest come si osservava classicamente nelle chiese di fondazione romanica o precedenti.

In Franciacorta sono presenti due ulteriori edifici sacri dedicati a San Michele che presentano caratteristiche in comune con quella di Ome: la Chiesa di San Michele posta sul Monte Orfano di Rovato ed i ruderi dell’Oratorio di San Michele posto sul versante del Monte Alto che si affaccia sull’abitato di Colombaro di Corte Franca. Gli edifici sono considerati risalenti all’età longobarda e sono costruiti in alto su una collina o sulle pendici di un monte. In entrambi i casi sono collocati lontano dai centri abitati e sono collegati ad una vicina struttura fortificata di età medioevale.

La conferma dell’originale orientamento dell’asse della chiesa lungo la direttrice est-ovest si è avuta dall’esecuzione di alcuni scavi archeologici eseguiti sul lato orientale dell’edificio sacro. Da questo lato dell’edificio è stata infatti rinvenuta, ad una profondità di circa 15 cm, la struttura muraria ad andamento semicircolare dell’abside della chiesa romanica con una muratura dello spessore di 75 cm conservata solo a livello di fondazione e collocata al di sotto di circa 40 cm dall’altezza della pavimentazione dell’interno della chiesa. Ciò dimostra l’esistenza di un edificio preesistente le cui fondamenta si sono dimostrate essere poste direttamente sullo strato roccioso della collina. Da questo rilevamento è inoltre emerso che un insediamento umano era già presente sul territorio ancora prima della costruzione dell’edificio sacro. Ulteriore elemento particolare che è emerso dagli scavi è stato il rinvenimento di una tomba realizzata con lastre di pietra addossata direttamente alla roccia e ai primi corsi di pietra della fondazione che accoglieva le spoglie di un bambino. Tale tomba è risulta verosimilmente contemporanea alla fondazione dell’edificio stesso.

L’interno della chiesa doveva essere riccamente affrescato. Oggi rimangono solo alcune opere che sono in grado comunque di farci capire la tipologia iconografica delle pitture un tempo presenti. Tra queste ritroviamo la nota raffigurazione di San Michele localizzata sia sulla parete sud che est dell’edificio, entrambe raffiguranti il santo vestito di un’armatura che regge la bilancia sui cui piatti sono poste le anime dei defunti che devono essere giudicate nel noto rito della “pesatura delle anime” o psicostasia.

Sulle pareti interne dell’edificio sono inoltre presenti alcuni curiosi disegni a carboncino che riproducono delle navi, in particolare della galere, imbarcazioni con un albero maestro e numerosi remi che venivano utilizzate dai veneziani. Queste rappresentazioni sono state datate intorno al XVI secolo e si presume costituiscano ex-voto di marinari.

Numerosi sono gli esempi di chiese dedicate a San Michele in Italia, come la famosa Sacra di San Michele in Val di Susa e all’estero, l’altrettanto ben noto Santuario di Mont Saint Michel sulla costa settentrionale della Francia. Questi luoghi hanno una evidente caratteristica che li accomuna: la verticalità. Questi edifici sono posti infatti in posizioni elevate caratterizzate da una visuale incredibilmente panoramica sul territorio circostante.

Un elemento peculiare che abbiamo rilevato presso la Chiesa di San Michele a Ome e che ci proponiamo di verificare negli altri edifici sacri dedicati al santo, è l’elevato campo magnetico terrestre che si registra nei pressi dell’edificio. Abbiamo infatti registrato un campo medio pari a circa 80 μT. Il valore del campo magnetico terrestre varia in intensità da circa 20 μT all’equatore a 70 μT ai poli. Ovviamente non siamo in grado di affermare, allo stato attuale delle cose, che vi sia un preciso legame tra le particolari caratteristiche geomagnetiche di questo sito e la scelta di edificarvi un edificio di culto dedicato a San Michele, certo risulta un rilievo peculiare, degno di nota e di futura verifica.

Bibiografia:

  1. La Terra di Ome in Età Medievale, Gabriele Archetti – Angelo Valsecchi, Brescia 2003
  2. Il Campo Magnetico Terrestre, http://www.openfisica.com

Oratorio di San Pellegrino a Bominaco

Dall’altopiano di Navelli, a circa 1000 metri d’altezza, l’Oratorio di San Pellegrino e la Chiesa di Santa Maria Assunta, dominano sulla via Appulo Sannitica, meglio nota come statale 17, che collega le città di Foggia e L’Aquila. Da qui si gode di una vista degna di una falcone in quota e la piacevole brezza che si leva dalla vallata rinfresca l’accaldato visitatore nelle più assolate giornate estive. Le due chiese facevano parte originariamente di un unico complesso monastico benedettino nel comune di Bominaco un tempo noto come Momenaco. Le origini del complesso risalgono tra il III e IV secolo epoca in cui un missionario laico, San Pellegrino, giunto dalla Siria in Italia subì il martirio. Sul luogo della sua sepoltura fu inizialmente costruito un sacello e successivamente una chiesa nell’VIII secolo. Anche Carlo Magno fu legato alla storia di questo luogo santo, dato che donò alla chiesa 500 mogge (circa 170 ettari) di terra e la mise sotto la protezione dell’Abazia di Farfa. Da allora la comunità benedettina fiorì insieme alle genti del luogo coinvolte nelle numerose attività dei frati. Grazie alle conoscenze dei frati furono avviate nel territorio vere e proprie aziende agricole con poli di smistamento commerciale e fiorirono le arti. Nel 1001 il cenobio divenne indipendente da Farfa e tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo fu costruita nel complesso monastico la Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta. Nel 1423 il complesso monastico non fu risparmiato dalla guerra scatenata dal condottiero Braccio da Montone che minacciò seriamente lo Stato Pontificio. Fu per riconoscenza alla nobiltà aquilana che aveva fermato l’avanzare del condottiero ponendo fine alla sua esistenza, che il Sommo Pontefice concesse il patronato sull’abazia di Bominaco al Conte di Forfona. A lui fu concesso anche il diritto di nominare l’Abate. Ciò sconvolse l’ordinamento monastico in quanto la figura dell’Abate, Padre e Maestro, veniva eletta da sempre dalla stessa comunità monastica. I monaci abbandonarono dunque Bominaco agli inizi del ‘500, la loro meta è tutt’ora ignota. Fu così che la curia romana si impadronì della ricchezza generata dai monaci. Infatti le abazie che venivano col tempo “acquisite” diventavano per lo Stato Pontificio delle ricche prebende da concedere ai dignitari dell’alta gerarchia ecclesiastica composta per lo più da cardinali. Nel 1750 una bolla di Benedetto XIV fece diventare l’abazia di Bominaco una semplice parrocchia sotto la giurisdizione del vescovo di L’Aquila.

Oratorio San Pellegrino
Oratorio San Pellegrino Pronao

Benché l’esterno dell’Oratorio di San Pellegrino si presenti austero nella sua semplicità, al suo ingresso, il visitatore si trova immerso in un affrescato universo policromo che lo avvolge lasciandolo attonito. Gli affreschi sono stati realizzati sia sulle pareti laterali che sulle volte del tetto senza soluzioni di continuo. Numerosi sono i temi raffigurati seguendo come filo discorsivo la vita di Gesù Cristo. Vengono così rappresentati la scena dell’Annunciazione, la Natività, la presentazione di Gesù al Tempio, l’ingresso trionfale a Gerusalemme la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, la deposizione e la sepoltura del Cristo. Non sono invece raffigurate le scene che riguardano la Crocefissione e la Resurrezione. Difficile pensare ad una dimenticanza…..

Affreschi Navata

Ma gli affreschi che ci colpiscono maggiormente sono quelli a cui generalmente non viene dato risalto forse perché “imbarazzanti” per una chiesa cattolica. Di uno di questi ci siamo già occupati nel post dedicato a San Cristoforo. Oltre al simbolismo alchemico della figura del Santo vogliamo ricordare il suo legame con la divinità egizia Anubi, raffigurata col corpo di uomo e la testa di cane e custode del mondo dei morti. Nel Medioevo il culto di San Cristoforo era largamente diffuso sia in Oriente che in Occidente. La festa del santo si celebrava in occidente il 25 luglio (nel 1969 la Chiesa ha tuttavia rimosso la celebrazione dal calendario dei santi). La sua festa cadeva durante la canicola, periodo che andava dal 25 luglio al 26 agosto, quando Sirio la splendente stella della costellazione del Cane Maggiore aveva la sua levata eliaca. Motivo per cui il santo veniva raffigurato nell’iconografia bizantina come Santo Cinocefalo. In Francia e Germania era usanza il 25 luglio sacrificare a San Cristoforo un gallo, proprio come narrava Plutarco era usanza fare in Egitto per Anubi. San Cristoforo nelle antiche raffigurazioni era dipinto anche con una veste particolarmente decorata, con mantello e cintola e una fronda di palma o un albero sradicato in mano, questi ultimi due elementi caratteristici anche delle raffigurazioni di Anubi. Il fatto che le immagini del santo rappresentino una semplice cristianizzazione delle immagini del dio egizio è inoltre attestato dal fatto che spesso statue del santo venissero poste all’ingresso delle chiese con la funzione di custode proprio come Anubi era il guardiano dell’oltretomba.

San Cristoforo Cinocefalo
La “Pesatura delle anime”

Nel nostro Oratorio di Bominaco la figura del santo è posta sulla parete d’ingresso immediatamente a destra del portale. Nel nostro caso il suo legame con la divinità egizia appare rafforzato dalla presenza di un’altra raffigurazione che si trova sulla parete destra della chiesa in prossimità dell’ingresso: la Psicostasia ossia l’antico rito della pesatura delle anime.

Con il termine Psicostasia si indica la cerimonia, raffigurata nel Libro dei Morti dell’antica religione egizia, a cui il defunto veniva sottoposto prima di poter accedere all’oltre vita. Nella cerimonia il defunto viene accompagnato da Anubi al cospetto dei giudici. Anubi si occupa anche della pesatura materiale del cuore del defunto raffigurato da un vaso che viene posto su di un piatto della bilancia, mentre sul piatto opposto viene posta Maat (la giustizia) raffigurata da una piuma. Thot, dio della saggezza prende nota del risultato della pesatura sul suo “Libro della Vita”. Se il cuore, sorta di “scatola nera” delle azioni compiute in vita bilancerà la piuma, allora il defunto sarà dichiarato “giusto” ed ammesso al regno dei morti. In caso contrario, il cuore verrà dato in pasto ad Ammit, posto ai piedi della bilancia, essere composito raffigurato con la testa di coccodrillo, leone nella parte anteriore del corpo ed ippopotamo nella parte posteriore. Alla fine del rito il defunto “giusto” viene presentato da Horus ad Osiride il dio dell’oltretomba.

Thot con Ammit
Dea Tuart

Lo studioso Adrian Gilbert ci dà un’interpretazione un po’ diversa del rito della pesatura della anime. Secondo Gilbert il rito avveniva all’interno della Grande Piramide nella Camera del Re. In base al risultato della pesatura, l’anima del morto poteva lasciare la terra e congiungersi ad Osiride nel mondo celeste oppure essere inghiottita non dal mostro Ammit ma dalla dea Tuart, anche lei dall’aspetto poco rassicurante , molto simile ad Ammit, con la testa di coccodrillo ed il corpo di leone. Una particolarità ancora non chiara della famosa Camera del Re è la presenza di due pozzi, cosiddetti perché si è ipotizzato una loro funzione di areazione. In realtà questi condotti sembrano essere dei puntatori celesti indirizzati uno a sud che al tempo della costruzione della piramide puntava al punto di culminazione alla stella Al-Nitak nella cintura di Orione, mentre l’altro pozzo era orientato verso la stella polare di allora Alfa-Draconis. Mentre Osiride è associato alla costellazione di Orione che quindi rappresenta il paradiso, la Stella Polare è simboleggiata dalla dea Tuart. Due erano dunque i possibili destini dell’anima: congiungersi ad Osiride nell’oltre vita o essere divorata da Tuart per rinascere nuovamente sulla terra. La dea infatti era raffigurata sempre in stato di gravidanza avanzata, essendo considerata anche la divinità protettrice delle donne incinte. La reincarnazione era dunque considerata una seconda chance per cercare di guadagnare nuovamente il paradiso. Questa interpretazione renderebbe il culto egizio simile alle religioni orientali ma anche al credo cristiano gnostico. Nell’oratorio di Bominaco il rito della “pesatura delle anime” non è rappresentato nei termini egizi ma come veniva raffigurata nell’epoca medioevale, come risulta da quei pochi esemplari che rimangono visibili oggi. Spesso nelle fasi di ristrutturazione delle chiese alcuni affreschi venivano ricoperti da altri nuovi, più conformi ai dettami del credo vigente.

Oratorio San Pellegrino – San Michele e la Pesatura delle Anime

Nel nostro caso colui che presiede al rito della pesatura è San Michele che regge la bilancia. Sui due piatti della bilancia vi sono le anime giudicate, rappresentati come piccoli uomini a bordo di un vascello, come si intende dalla presenza di una polena. (Un volto è cancellato forse qualcuno non gradiva assomigliare a qualche anima dannata). San Michele, alter ego di Thot, regge in una mano la bilancia e nell’altra un globo con raffigurata una croce con l’estremo inferiore a doppio uncino (ancora crociforme). Nelle icone bizantine San Michele è raffigurato generalmente con espressione seria, occhi grandi e allungati, vesti molto ricche, simili a quelle degli imperatori e in mano regge il globo o la bilancia. La cosa suggestiva di questa raffigurazione è l’evidente richiamo della croce con doppio uncino ad un altro simbolo cruciforme di significato dualistico l’Abraxas.

Abraxas

Con questo nome gli gnostici chiamavano l’Eone Supremo, la conciliazione del Bene e del Male, il dio creatore del mondo divino. Questo dio era distinto da quello della Bibbia, che per gli gnostici aveva solo creato l’imperfetto mondo materiale quale Demiurgo. L’Abraxas viene infatti citato nei papiri di Nag Hammâdi, fonti dirette dell’antico gnosticismo. Ciò rappresenta un tangibile legame di discendenza culturale dell’ordine benedettino dal cenobitismo di San Pacomio, monaco egiziano, ex militare, vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Ricordiamo che i papiri di Nag Hammâdi, contengono ciò che è scampato alla furia distruttrice del cattolicesimo: i Vangeli Gnostici e altri scritti appartenenti al Corpus Hermeticum. Sono per l’esattezza 13 papiri, che furono ritrovati nel 1945 in una giara di terracotta da pastori del villaggio di al-Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell’isola di Nag Hammâdi. I monaci li avevano verosimilmente occultati per non farli distruggere quando lo gnosticismo venne giudicato un’eresia da parte della nascente chiesa cattolica. Ricordiamo che il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia grazie anche all’incontro con l’abate Servando, latore della regola pacomiana, avvenuto presso il Protocenobio di San Sebastiano ad Alatri.

Viverna
Grifone

Quali elementi verticali di divisione della navata troviamo due plutei affiancati rappresentanti il destro una viverna e il sinistro un grifo, insieme costituivano il divisorio tra i battezzati e catecumeni.

Il grifone è un mostro favoloso con testa, ali e artigli d’aquila, corpo e zampe posteriori di leone. L’origine del tema iconografico risiede in Mesopotamia e in Egitto intorno al 3000 a.C. Spesso presente come tema decorativo nell’arte dell’antica Persia, il grifone divenne per gli Ebrei il simbolo della dottrina persiana dei Magi. Nell’Anatolia, assunse la funzione simbolica di guardiano dell’oro iperboreo, sorvegliante della mistica coppa di Dioniso. Nel simbolismo cristiano indica la duplice natura di Cristo: divina, rappresentata dall’aquila e, terrena, simboleggiata dal leone. Il simbolo del grifone era inoltre raffigurato, con la funzione di psicopompo, sui sarcofagi etruschi e romani. Fu poi eletto a guardiano della tomba e della risurrezione sui sarcofagi della prima arte cristiana. Come sul sarcofago merovingio di Charentondu-Cher, risalente al VII secolo, in cui vengono raffigurati diversi grifoni affrontati intorno a un calice, da alcuni interpretato come fonte di vita, da altri come calice eucaristico. Anche nel caso dell’Oratorio di San Pellegrino ritroviamo questo fantastico animale come custode del calice. Frequentemente la raffigurazione di una coppia di grifoni affrontati sono posti a custodia dell’albero della vita nell’arte di origine orientale. Il grifone inoltre nel simbolismo della mistica dell’ascesi può acquistare il significato di animale custode del viaggio iniziatico e dunque custode dell’immortalità.

La viverna è una creatura leggendaria simile al drago, se ne differenzia per il fatto di avere dimensioni inferiori, solo due zampe e per la caratteristica coda ad uncino o simile ad un serpente. Questo particolare animale fantastico durante il medioevo era considerato di grande utilità per la stregoneria, in relazione alla loro naturale affinità con gli incantamenti. Da un punto di vista ornamentale la viverna, insieme al drago, veniva utilizzata frequentemente nel medioevo per decorare stipiti ed architravi, spesso con associati tralci di vegetazione e fiori che scaturivano dalle loro fauci come nel motivo del Green Man. Nell’antico Oriente il drago rappresenta una divinità benefica connessa all’elemento acquatico. Mentre nella cultura cristiana cattolica è un simbolo malefico associato a Satana. Il drago incatenato o sottomesso ai piedi di un santo o della Vergine simboleggia per i cattolici della sacra romana chiesa la sconfitta del male.

Tuttavia per il resto del mondo il simbolo del drago o del serpente, il termine latino draco viene tradotto infatti sia “drago” sia ”serpente”, ha tutt’altro significato. Nell’antico Egitto il serpente era simbolo di conoscenza e saggezza e per questo motivo era presente sulle corone dei faraoni (Ureo). Nelle civiltà dell’America precolombiana era venerato il Serpente Piumato. Questa divinità, conosciuta con diversi appellativi, Quetzalcoatl per gli Aztechi, Kukulkan per i Maya, Gukumatz per i Quichè, era strettamente legata al sapere. Il Serpente Piumato aveva portato a questi popoli le conoscenze astronomiche, agricole e del computo del tempo. Altri detentori del sapere sono associati al simbolo del serpente. Mercurio, Hermes per i Greci, dio dell’eloquenza reggeva il caratteristico caduceo: due serpenti attorcigliati attorno ad un bastone. Ma lo stesso caduceo è retto anche da Ermete Trismegisto, il leggendario maestro di sapienza ed autore del Corpus Hermeticum, di cui abbiamo già accennato riguardo il ritrovamento dei Vangeli Gnostici a Nag Hammâdi. Il simbolo del serpente è infatti legato alla conoscenza anche per gli gnostici cristiani. Vi fu una particolare corrente gnostica nel II secolo che venerava la figura del serpente : gli Ofiti, dal greco ὄφις, “serpente” o Naasseni dall’ebraico nâhâsh, “serpente”. Anche per gli Ofiti il serpente era ritenuto donatore della conoscenza gli uomini. In particolare essi credevano che il Dio del Vecchio Testamento, creatore del mondo materiale quale Demiurgo, ma inferiore al Dio Supremo Padre di tutti avesse creato Adamo ed Eva, i primi uomini, per essere venerato da loro e li aveva rinchiusi nel giardino dell’Eden. Ma Sophia (la Saggezza) mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito (la mela) per risvegliare la loro conoscenza (gnosi) i cui livelli erano superiori a quelli del Demiurgo Yahweh. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all’insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, a causa del Demiurgo, restava sopita. E’ infatti mangiandoil frutto dell’Albero della Conoscenza che Adamo ed Eva conoscono la Verità: il Dio creatore è un Dio inferiore.

Questo legame del serpente con il “risveglio” e la conoscenza rivelata è anche presente nella cultura indiana. Non a caso lo gnosticismo ha molto in comune con le concezioni di base dei Veda dell’antica India. Il parallelo più evidente è presente nel nome: la parola “Veda” significa “Conoscenza”, proprio come la parola “gnosi”. Nella filosofia dello Yoga indiano il serpente arrotolato e addormentato è il simbolo di Kundalini: la conoscenza assopita che risiede nel perineo, alla base della colonna vertebrale. Tramite le tecniche Yoga essa viene risvegliata e risale lungo la colonna, attraversando i sette punti di forza denominati Chakra per giungere all’apice del capo fino a sfociare dalla sutura cranica (l’aureola dei santi cristiani può forse essere considerata un simbolo di illuminazione?). La manifestazione del risveglio della Kundalini è la consapevolezza e la conoscenza del passato presente e futuro, un’espansione della coscienza.

Il nostro viaggio partito dall’Abruzzo è terminato in India per dimostrare ancora una volta il potere del simbolo quale filo conduttore delle aspirazioni verso il divino che accomuna popoli e religioni. Il simbolo supera i concetti di tempo e spazio per diventare conoscenza universale, forse rivelata?

Bibliografia:

  1. Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, James Hall, Longanesi
  2. Bominaco, Serafino Lo Iacono OSB., Bominaco 1995
  3. Treccani.it, Enciclopedia dell’Arte Medioevale
  4. La Triplice Via del Fuoco nel Mosaico di Otranto, Francesco Corona, Atanòr
  5. I Re Pellegrini, Adrian Gilbran, Corbaccio
  6. I Vangeli Gnostici, Elaine Pagels, Oscar Mondadori
  7. Il Libro dei Morti degli Antichi Egiziani, G. Kolpaktchy – D. Piantadina, Atanòr

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