L’archeoastronomia nelle chiese medioevali

Secondo la leggenda, la fondazione della chiesa risalirebbe a Carlo Magno. L’imperatore nell’anno 773 stava cacciando nella selva di Vezzolano, quando improvvisamente gli sarebbero apparsi tre scheletri usciti da una tomba. Lo spavento fu tale da causagli una crisi epilettica. Aiutato da un eremita ed invitato a pregare Maria Vergine, egli volle edificare nel luogo dell’apparizione una chiesa abbaziale. Secondo una ricostruzione storica si ritiene che l’edificio fosse già esistente in epoca longobarda e che sia stato successivamente ingrandito.

La canonica di Santa Maria di Vezzolano faceva parte di un importante complesso monastico citato in un documento del 1095. Degli edifici che componevano l’antico monastero si sono conservati la chiesa, il chiostro e la sala capitolare. Il complesso si situa nel territorio del Monferrato in cui si incrociano le tre più celebri vie di pellegrinaggio cristinao: la Via Francigena, la Via Gerosolimitana (verso Gerusalemme) e la Via di Santiago di Compostela (Campo delle Stelle).

La canonica, retta dai Canonici Regolari di Sant’Agostino, ebbe il suo massimo sviluppo tra il XII e XIII secolo. Nel 1405, con il passaggio di Vezzolano in commenda, ebbe inizio un lento declino che si protrasse fino al 1800 quando i beni di Vezzolano vennero dichiarati nazionali dall’amministrazione napoleonica e la chiesa fu ridotta a cappella campestre della parrocchia di Albugnano. Dal 1937 il complesso fa parte del demanio dello stato. In epoca medioevale, Vezzolano conobbe una lunga fase di potere e ricchezza e ancora oggi è uno dei monumenti romanici più visitati del Piemonte.

Madonna in trono
Arenaria con inclusi di conchiglie fossili

Le mura della chiesa alternano ai mattoni fasce in arenaria, che inglobano numerosi resti fossili di conchiglie. La sua facciata a salienti è molto ricca e complessa, ornata da logge cieche, cori e sculture. Nella lunetta del portale, una scultura rappresenta la Madonna in trono, fra due angeli, con una colomba in volo alla destra del suo capo incoronato, rappresentante lo Spirito Santo.

Cristo tra l’Arcangelo Michele e Raffaele
Cherubini

La bifora centrale è scandita dalla statua raffigurante Cristo benedicente e ai lati dalle raffigurazione dell’Arcangelo Michele e Raffaele. Al di sopra di essa si trova un originale pronao nel quale sono posti due angeli con un cero in mano. Sopra ancora si trovano due serafini su una ruota e al culmine è collocato in una nicchia il busto di Cristo benedicente.

Testa di bue simbolo di San Luca
Tralci vegetali antropomorfi

Al di sopra dei capitelli delle colonne del portale troviamo scolpiti una testa di bue, a destra, ed una testa di leone, a sinistra, rappresentanti rispettivamente gli evangelisti Luca e Matteo. Raffigurazioni di tralci vegetali antropomorfi e zoomorfi decorano i capitelli ed il portale.

Green Man
Teste animali

Chiaramente riconoscibile è il noto elemento decorativo del Green Man. A fianco di questo troviamo delle altre teste di animali dall’aspetto porcino e teste di lupi dai denti affilati.

Volto con barba bipartita
Sant’Ambrogio

In corrispondenza della loggia cieca di destra sono scolpite due teste umane con barba bipartita, tipica delle raffigurazioni bizzantine del Cristo, mentre nella lunetta è posta la statua di Sant’Ambrogio con il bastone pastorale, maestro spirituale di Sant’Agostino.

Jubè

-Jubè

L’interno attualmente consta di sole due navate. In origine erano tre ma, nel corso del XII secolo la navata minore di destra, fu incorporata nel chiostro adiacente. L’aspetto dell’interno appartiene al primo periodo gotico. Elemento di particolare interesse, per bellezza e rarità, è il grande jubè: una sorta di pontile decorato con sculture in alto rilievo della fine del XII secolo che divide in due la navata centrale separando l’area in cui trovavano posto i fedeli da quella destinata al clero. Su di esso, in due registri, sono rappresentate scene della “Dormitio della Vergine” e la serie dei suoi antenati.

Tetramorfo: San Matteo e San Luca
Tetramorfo: San Marco e San Giovanni

Ai suoi estremi troviamo la raffigurazione tetramorfa degli evangelisti sotto forma di bue alato (San Luca), aquila (San Giovanni), leone alato (San Marco) e uomo alato (San Matteo).

Sottostante al jubè è presente un basso rilievo raffigurante un uruboro: il serpente che si morte la coda, simbolo molto antico associato all’alchimia, allo gnosticismo e all’ermetismo; rappresenta la natura ciclica delle cose, l’eterno ritorno, un ciclo che ricomincia dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine.

Navatello destra
Chiostro

Colpisce l’utilizzo della bicromia rosso-bianco ampiamente presente all’interno delle absidi, caratteristica anche dell’Ordine Templare. Dalla chiesa attraverso una piccola porta si accede al chiostro dove elementi di epoche diverse ed affreschi databili dal 1230 al 1330, magnificamente conservati nel tempo, coesistono in perfetta armonia. In particolare si apprezzano diverse rappresentazioni del tetramorfo.

Tetramorfo
Tetramorfo

Appena varcata la soglia del chiostro, si nota, in alto a destra, la raffigurazione scultorea di un uomo che sorregge un arco a mo’ di colonna portante, verosimilmente rappresentante l’architetto realizzatore dell’edificio come era uso nelle cattedrali di epoca gotica. Sulla parete destra invece si nota l’incisione di un fiore della vita.

Architetto che regge la volta
Fiore della vita ai piedi del cavallo di Carlo Magno

Tra le decorazioni di alcuni capitelli del loggiato del chiostro si riconoscono dei nodi longobardi, elemento decorativo frequentemente presente nell’arte longobarda e dal forte simbolismo rievocante il culto ancestrale del serpente.

Nodi longobardi

Oltre alle sue peculiarità decorative ciò che colpisce maggiormente di questa canonica è il risultato di recenti studi di archeoastronomia eseguiti sull’edificio sacro.*

Lo studio delle conoscenze astronomiche dell’antichità applicate alla costruzione di edifici costituisce l’ambito dell’archeoastromia. In Italia, dal 2007 presso il Politecnico di Milano, è stata istituita la prima cattedra italiana di archeoastronomia introducendo questa disciplina a tutti gli effetti nell’ambito degli studi universitari. In particolare l’orientazione astronomica delle chiese cristiane è un dato ormai assodato nella comunità scientifica specialistica. Al tempo della costruzione della Chiesa di Santa Maria di Vezzolano erano disponibili tre fondamentali testi che trattavano di orientazione astronomica: il De Geometria di Gerberto D’Aurillac, il De Architectura di Vitruvio ed il De Limitibus Constituendi di Iginio il Gromatico. All’epoca le conoscenze astronomiche erano per lo più appannaggio degli esponenti del clero secolare e monastico. Nella chiesa di Vezzolano sono riconoscibili diversi elementi che depongono per l’utilizzo di queste conoscenze nella realizzazione della struttura dell’edificio e delle sue decorazioni.

Poligono di Dio

L’elemento più caratterizzante dell’impostazione della Chiesa di Vezzolano è il cosiddetto “Poligono di Dio” cioè il decagono regolare che permette la regolarizzazione di una pianta tra raggio generatore e larghezza della chiesa e consente di realizzare importati orientazioni astronomiche. Nel caso dell’abazia di Vezzolano l’orientazione prescelta è quella lunare, o meglio il lunistizio estremo superiore, cioè il punto più settentrionale dell’orizzonte locale in cui sorge la luna. Per ottenere questo scopo gli antichi costruttori partirono dall’orientazione astronomica di base che era quella equinoziale e geometricamente risalirono a quella lunare. In pratica veniva fissato uno gnomone verticale, ossia la parte dell’orologio solare che proietta la propria ombra, nel terreno di fondazione e si segnava alla mattina la posizione raggiunta dal sole dall’estremità della sua ombra. Successivamente si tracciava una circonferenza centrata nel piede dello gnomone e passante per il punto marcato sul terreno; poi si attendeva al pomeriggio il momento in cui l’ombra veniva in contatto nuovamente con il cerchio e si segnava sulla circonferenza il punto ottenuto. La linea passante per i due punti sulla circonferenza rappresentava la direzione equinoziale che dava l’orientamento di base di quel luogo. Per Vezzolano il cerchio in questione è stato verosmilmente proprio il cerchio generato circoscrivendo il Poligono di Dio che serviva da base per la pianta della chiesa da edificare e per la sua orientazione. In questo caso la dimensione del cerchio generatore equivale ad una misura ben precisa: 100 piedi romani.

Criteri di orientazione dell’edificio sacro

Durante il medioevo l’edificazione di una chiesa doveva dunque soggiacere a regole ben precise sia riguardo l’orientazione del suo ingresso-abside, sia il periodo in cui il rito di fondazione doveva essere celebrato. Guido Bonatti da Forlì, matematico e astronomo medioevale, nel suo Decem Continens Tractatus Astronomiae evidenzia che le chiese dovevano essere innalzate secondo scrupolose regole rituali seguendo il corso dei cieli e che l’epoca di fondazione delle chiese era scelta in accordo con particolari congiunzioni astronomiche. L’architetto sfruttava le proprie conoscenze di astronomia per ricavare attraverso osservazioni, calcoli e costruzioni geometriche la direzione di orientazione più opportuna per soddisfare il sistema di simbologie richieste dai committenti. L’astronomia diventava dunque il mezzo per esprimere il simbolismo del monumento. In particolare, le orientazioni astronomiche avevano lo scopo di concretizzare il simbolismo cristiano in modo efficace e comprensibile, stabilendo un collegamento fra il luogo sacro in terra ed il divino in cielo.

Ricostruzione del cielo nel momento della fondazione della chiesa

Vi presentiamo la stupefacente ricostruzione del cielo di Vezzolano così come si presentava al lunistizio del 30 Agosto 1168 che i ricercatori hanno ottenuto utilizzando uno specifico software astronomico. Ipotizzando questa data come possibile momento di fondazione della chiesa, si ottiene una concordanza con le più aggiornate attribuzioni della critica storico-artistica. Dal punto di vista archeoastronomico, nel particolare caso di Santa Maria di Vezzolano, si è rilevata una grande attenzione all’orientazione con gli astri. La direzione dell’asse della navata principale concorda molto bene con il punto di levata della luna all’orizzonte naturale locale quando ogni 18.61 anni solari tropici, esso raggiunge la sua massima posizione settentrionale. Per quanto concerne il sole si è osservato che la bifora di facciata è posta in modo tale da proiettarsi sull’abside illuminando esattamente le due figure dell’Annunciazione poste a decoro dei due lati della monofora centrale, realizzando condizioni di illuminazione molto suggestive. E’ verosimile che un simile effetto fosse espressamente voluto quindi progettato e realizzato. Risulta poco probabile infatti che questo evento possa essersi verificato in seguito a ragioni casuali. La particolare geometria della Chiesa di Vezzolano e la sua peculiare orientazione astronomica, mostrano anche tracce molto evidenti dell’utilizzo dell’astrolabio sia in fase di progettazione che realizzazione. L’utilizzo dell’astrolabio nell’architettura prevalentemente sacra, fu un’innovazione introdotta da Gerberto D’Aurillac salito al soglio pontificio nell’anno 999 con il nome di Silvestro II. L’astrolabio oltre ad essere uno strumento di misura permetteva di risolvere in modo semplice e accurato un certo numero di problemi di astronomia sferica tra i quali quelli inerenti al calcolo e alla progettazione della posizione e dell’altezza delle monofore in modo da realizzare particolari giochi di luce all’interno delle navate delle chiese. Un tempo l’astronomia dava significato al mondo ed un legame con la divinità. Nella Chiesa di Santa Maria di Vezzolano le ricerche archeoastronomiche hanno prodotto risultati interessanti e coerenti con l’architettura, la simbologia e la dedicazione della chiesa. In particolare l’orientazione lunare della chiesa e non verso il più consueto sole, è perfettamente in sintonia con la dedicazione dell’edificio sacro alla Vergine Maria. Infatti il parallelismo luna come simbolo di Maria e sole come simbolo di Cristo è stato teorizzato dai padri della chiesa tra cui Sant’Agostino. Ricordiamo che la Chiesa di Vezzolano è agostiniana.

Rapporti geometrici

Un suggestivo esempio dell’applicazione delle proporzione e della simbologia medievale è costituito dalla monofora centrale dell’abside centrale. Si può osservare come partendo dal cerchio simbolo del cielo e dal quadrato simbolo della terra, con una serie progressiva ed univoca di riduzioni concentriche del diametro, si ottengono con precisione il perimetro esterno della monofora, il limite interno della strombatura decorata e l’apertura netta della finestra. La simbologia geometrica risulta nuovamente coerente con il tema scultoreo dell’Annunciazione ossia il primo atto della salvezza grazie all’unione di dio con l’umanità attraverso Cristo.

Bibliografia

  1. Archeoastronomia. Da Giza all’Isola di Pasqua, Giulio Magli, Pitagora
  2. Dictionaty of Symbolism – Cultural Icons & The Meanings Behind Them; Hans Biedermann; Meridian 1994.

* Le informazioni sugli studi archeoastronomici eseguiti sulla Chiesa di Santa Maria di Vezzolano sono state tratte dalla mostra presente in una sala del chiostro che invitiamo a visitare in quanto molto suggestiva e ricca di notizie

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Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme

Ferragosto 2009, è una luminosa giornata e ci lasciamo alle spalle lo scintillante mare d’Abruzzo per inoltrarci nei mistici luoghi dell’Appennino attraversando le valli della Majella e del Monte Morrone. Sulla SP 66 a circa 6 km da Caramanico Terme, nella frazione di San Tommaso, si trova una chiesa intitolata in origine a San Thomas Becket, l’arcivescovo di Canterbury, assassinato nella sua cattedrale nel 1173. La chiesa fu fondata negli anni immediatamente successivi. A finanziarne la costruzione fu il feudatario normanno Riccardo Trogisio. Nel 1219 Onorio III concesse la protezione apostolica e nel 1260 Alessandro IV ufficializzò l’istituzione di una canonica regolare agostiniana. Per sfuggire all’autorità diocesana i canonici di san Tommaso nel 1264 posero la loro chiesa sotto la giurisdizione del monastero di San Lorenzo fuori le Mura di Roma continuando ad osservare però la regola di Sant’Agostino. Nel 1334, a causa di una lunga controversia con l’episcopato teatino e di continue vessazioni da parte di laici, si sottomisero all’Abazia di Santo Spirito di Morrone adottando le regola di San Benedetto. Il monastero fu soppresso successivamente nel 1652 ma la chiesa continuò ad essere officiata dai celestini fino alla soppressione napoleonica nel 1807.

La storia della costruzione di questa chiesa, che conserva tutte le caratteristiche dell’edificio romanico, è stata particolarmente tormentata. Le fonti storiche narrano che l’edificazione iniziò nel 1202 e che il progetto, ab origine grandioso, prevedeva un portico, un pulpito, pilastri compositi all’interno e numerose decorazioni scultoree eseguite da grandi maestri scalpellini. Nel 1219 la costruzione era già terminata ed il progetto iniziale notevolmente semplificato, per motivi sconosciuti. Il portico, infatti non fu più costruito, ma i pilastri che dovevano sorreggerlo sono ancora oggi visibili sulla facciata. Anche l’ambone, di cui rimangono leoni stilofori di fine lavorazione, non fu mai realizzato.Due finestre non previste dal progetto iniziale furono introdotte sulla facciata e le sculture già pronte alla posa sistemate in maniera poco precisa.

Ma prima di addentrarci nelle singolari caratteristiche architettoniche e decorative di questa straordinaria chiesa, che indubbiamente la rendono il più interessante fra i numerosi edifici religiosi del territorio di Caramanico, è necessario risalire il corso della storia fino ai tempi antecedenti alla sua costruzione o forse meglio dire ricostruzione.

La zona di S. Tommaso era già nota dall’VIII secolo d.C. come Paternum ed era interessata da un importante tracciato viario, ancora visibile agli inizi del XIX secolo nell’Atlante del Rizzi Zannoni, che da Interpromium risaliva nei territori di Bolognano e Musellaro, per poi passare sulla destra del fiume Orta all’altezza di Musellaro. Sulla cartografia è inoltre riportato il ponte Luco, ponte in pietra che oltrepassava la profonda gola del fiume, vero e proprio canyon, e di cui si conservano ancora i resti nella contrada Luchi di S. Tommaso.

Proprio lungo questo tracciato vennero rinvenuti nella prima metà del ‘900, all’interno della stessa frazione di S. Tommaso, vari resti riferibili ad un importante santuario antico qui esistente, un pilastro in pietra con base quadrangolare, una testa di Giove in calcare, e soprattutto una quarantina di bronzetti di Ercole datati tra il III – II secolo a.C, importante testimonianza del luogo di culto a cui facevano riferimento le popolazioni autoctone sin da un’epoca precedente la piena romanizzazione. Ercole è indubbiamente la divinità più tipica del pantheon religioso del popolo italico, simboleggiando coraggio e forza fisica. E per queste sue caratteristiche il dio spesso veniva associato ed invocato a protezione delle sorgenti e delle acque salutari . Per poter comprendere i significati del simbolismo così ben esposti dai costruttori della chiesa di S. Tommaso è necessario inoltre evidenziare la collocazione ambientale di questo luogo. A nostro avviso fondamentale per la scelta dell’edificazione di un luogo di culto. Il comune di Caramanico infatti non è solo noto per le sue acque termali curative ma anche per la Riserva Naturale della Valle dell’Orfento, un santuario della natura, un’isola verde posta nella selvaggia valle solcata dal fiume Orfento. La riserva si estende su un territorio di 2606 ha, che si eleva da 500 a 2.600 m. di altitudine, ricoperto da immensi e lussureggianti boschi di faggio solcati da numerosi canyons ricchi di acque e fragorose cascate ed offre naturale dimora a numerose specie animali, anche rare, ed a una popolosa fauna ittica. Non esistono parole che possano descrivere degnamente questo straordinario spettacolo.

Allo stesso modo si rimane affascinati dall’improvviso stagliarsi della chiesa di S. Tommaso sul margine della vallata, dalla sua solitaria eleganza e dalla sua struttura raccolta dal colore ocra, screziato dai segni del tempo.

L’edificio presenta una pianta a tre navate con un unica abside semicircolare. La facciata replica le partizioni interne con il portale centrale e due laterali in corrispondenza delle navate.

Sull’architrave del portale centrale, spicca lo splendido alto rilievo di Cristo in trono benedicente con i dodici Apostoli. (foto 002) Nell’insieme scultoreo è subito evidente la sproporzione delle figure rispetto all’architrave e all’intera facciata della chiesa come a significare un adattamento rispetto a un progetto originario più imponente. Singolare è anche la raffigurazione degli apostoli caratterizzata da una imperativa gestualità delle mani differente l’uno dall’altro, quasi a volerci trasmettere un solenne messaggio rafforzato dalla severità dei loro sguardi.

Siamo ancora coinvolti dalla maestosità dello spettacolo naturale che abbiamo attraversato e che ci ha accompagnato fin lì e ci sembra ovvio vedere riprodotti sulla pietra ricchi elementi floreali che fanno da contraltare alla severità delle effigi proposte dall’architrave. Le spirali dei motivi floreali che fiancheggiano il portale si incrociano tra loro con naturale eleganza sbocciando nei capitelli palmati.

Motivi floreali
Fiore della vita

Gli occhi scorrono i bassorilievi floreali della facciata fino ad incontrare isolate formelle che riproducono in solitaria bellezza perfetti Fiori della Vita, antichissima e universale raffigurazione, presente sia nelle culture orientali che occidentali, quale simbolo solare, esemplificativo della struttura interna del creato ed espressione, attraverso il rapporto aureo, dell’armonica geometria della natura.

Fiore della vita

Altri fiori della vita si ritrovano all’interno della chiesa, incisi su colonne. Ma ecco che su un’altra solitaria formella incontriamo il ghigno sarcastico germogliante fogliame di un Green Man. Inaspettato incontro di un altro simbolo universale. Il Green Man, nelle sue varianti raffigurative, è collegato alle divinità silvestri pagane, primariamente identificativo del primaverile risveglio della natura e quindi simbolo di ciclica rinascita. La famosa Cappella di Rosslyn in Scozia, nota per la sua ricca e discussa simbologia, e per il suo legame con l’Ordine dei Cavalieri Templari, ne possiede più di cento raffigurazioni. Ma questo non appare l’unico legame tra le due chiese.

Green Man sulla facciata della Chiesa di San Tommaso
Green Man della Cappella di Rosslyn

Infatti poco distante dal Green Man spicca il basso rilievo di quella che sembra una pannocchia in un filare di mais. E questo ci porta a considerare l’epoca di edificazione della chiesa (1202 d.C.) di S. Tommaso, la successiva scoperta del Nuovo Continente (1492 d.C.) ed i dibattuti viaggi oltreoceano dei Cavalieri Templari.

Pannocchia di mais

A destra del portale si svolge su una formella la singola spira di un serpente a testa in giù . Questa rappresentazione rovesciata ci risulta strana e perciò decidiamo di girare l’immagine fotografica di 180° per visualizzarla più chiaramente.

Ed è così che si rivela la raffigurazione di un serpente cornuto con quello che sembrerebbe un collare (forse un torquis). La particolarità di questo motivo ci riporta alla memoria un elemento tipico dell’articolata figura del Kernunnos di cui la più conosciuta rappresentazione si trova sul Calderone di Gundestrup di origine celtica (I secolo a.C.). Il Kernunnos, abitualmente raffigurato con lunghi e fini palchi di cervo, circondato di animali selvatici, è per la mitologia celtica il dio della natura che governa su tutti gli animali selvatici e sulle foreste ed è anche considerato dio della virilità. Solitamente è adornato da un torquis al collo, tiene in una mano un serpente cornuto e con l’altra mostra un torquis che nei racconti mitologici viene consegnato ad un adepto quale segno di iniziazione. Ma la rappresentazione del Kernunnos risulta di origine ancora più antica essendo già presente nelle incisioni rupestri della Valcamonica (IV secolo a.C.).

Calderone di Gundestrup

Incisa in alto e solitaria, appare infine quella che sembra la rappresentazione stilizzata di un’aquila in volo.

Nella calda giornata di metà agosto veniamo accolti dalle fresche navate della chiesa e dall’inconsueta presenza di quattro leoni stilofori posti quasi a guardia della navata principale e della cripta. Fanno corona all’altare gli affreschi di quattro colonne rosse e verdi, disposte simmetricamente rispetto ad una luminosa monofora centrale. L’abside illuminato rivela un’inscrizione solo parzialmente leggibile che conferma la sacralità e l’antichità del luogo già note ai costruttori dell’attuale chiesa (Vetustum Hoc Templum…)

Tra i vari affreschi duecenteschi presenti all’interno della chiesa di particolare interesse è quello di San Cristoforo realizzato su uno dei pilastri della navata principale.

San Cristoforo

Per cogliere il significato simbolico di questa raffigurazione all’interno di questa particolare chiesa è utile ripercorrere il racconto della leggenda del Santo così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo Légendes du Vieux Paris:

“Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte. “Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa, la schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada e il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che tu sei meno potente di lui, allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? Chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. “Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.” La figura di S. Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto tradizionalmente col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti. L’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene ulteriormente rafforzata da particolari pittorici che ne suggellano l’unione. Il fatto che l’esecutore dell’affresco avesse la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducesse fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo, secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata secondo linee incrociate simili a quelle che, a dire degli alchimisti, si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “ oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Cristoforo Portatore di Gesù Bambino ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di perpetua rigenerazione. La raffinatezza insita nel procedimento sembra voler essere ancor più sottolineata dal fatto che il gigante non è raffigurato con il bastone o albero sradicato dell’iconografia classica ma con una sottile bacchetta fiorita.

Colonna Santa

Ulteriore singolare elemento dell’interno della chiesa è la cosiddetta “Colonna Santa”. La colonna, di forma quadrangolare, è inserita nella navata destra ed è diversa da tutte le altre, essendo ricavata da un blocco monolitico che costituisce un esile stelo che poggia su una sproporzionata zoccolatura ed è sormontato da un altrettanto sproporzionato capitello riccamente decorato da tralci serpeggianti e foglie palmate. Tra la florida vegetazione spicca, su uno dei suoi quattro angoli, la figura di un altro Green Man. La colonna è detta Santa perché la tradizione popolare la vuole portata sul posto da un angelo e alla pietra che la costituisce vengono attribuite proprietà risanatrici.

Green Man sul capitello

La colonna è attualmente racchiusa in un vetro protettivo. Il suo culto è infatti fortemente radicato, e sicuramente non estinto, prova ne è il fatto che la sua parte inferiore è nettamente assottigliata e a tratti erosa dai devoti strofinamenti e dall’asportazione di suoi frammenti. La sua diversità architettonica e la particolare devozione popolare di stampo decisamente pagano, ci fanno dedurre che la colonna probabilmente appartenesse originariamente ad un altro sito di culto, verosimilmente lo stesso di cui si sono rinvenuti i resti nel ‘900 (vedi sopra) tra cui una colonna monolitica a base quadrangolare.

Base della Colonna Santa

Altrettanto singolare e di indubbia appartenenza a precedenti culti pagani ci sembra l’esistenza di un pozzo d’acqua alloggiato nella cripta al di sotto dell’altare a cui si accede attraverso una ripida gradinata vegliata da due leoni stilofori. La presenza di pozzi sacri all’interno delle chiesa gotiche medievali non è una rarità. Ne troviamo descrizione storiche a Parigi nell’abazia di Sain Germain-des-Pres e a Saint-Marcel, a Marne nella basilica di Notre-Dame de Lépine e nella chiesa di Notre-Dame de Limoux a Aude. L’acqua che si attingeva da questi pozzi era considerata di grandi virtù curative e veniva utilizzate per la cura di alcune malattie. La presenza di acqua curativa in un luogo sacro rimanda anche alla tradizione esoterica della Fontana di Giovinezza, leggendaria sorgente simbolo d’immortalità e di eterna gioventù presente nelle leggende di molte culture. Suggestivo è anche il legame simbolico che viene a crearsi tra questa fonte curativa e la rappresentazione alchemica di San Cristoforo quale simbolo mercuriale altrimenti detto Fontana di Giovinezza.

Pozzo nella cripta

Anche la presenza di questa fonte è a nostro avviso da ricollegare ad un precedente antico sito di culto, indizio ne sarebbe il ritrovamento in zona di circa una quarantina di statuette di Ercole, dio delle acque salutari oltre che indomito guerriero.

Lasciando l’incredibile connubio di simbolismo pagano-ermetico-cristiano racchiuso in questo straordinario edificio ecclesiastico, un simbolo ben noto ci saluta quasi a voler racchiudere in un unico elemento l’intero suo contenuto: la croce patente.

Benché non vi siano espliciti elementi che ricolleghino la storia di questa chiesa con l’ordine dei Cavalieri Templari diversi sono gli elementi che rimandano ad un loro possibile legame. Non vi è neanche un sicuro legame storico tra i Templari e Thomas Becket. Certo è che Thomas Becket è stato indubbiamente un personaggio di grande fama e rilievo storico, venerato come santo e martire dalla chiesa cattolica ed anglicana dopo che fu ucciso nella cattedrale di Canterbury (forse per ordine del sovrano Enrico II), a cui vennero dedicati diversi edifici ecclesiastici.

Un indizio storico di un possibile legame risiede nella sovvenzione che i Templari ricevettero da parte di Enrico II per una nuova crociata in Terra Santa come sorta d’indennizzo per la morte dell’arcivescovo. Ulteriore punto di contatto parrebbe il legame con l’ordine Benedettino che ospitò l’arcivescovo di Canterbury durante il suo esilio francese ed il noto legame dei frati con i Cavalieri Templari. Anche la dedica a Thomas Becket della chiesa sita a Cabriolo (Parma), in origine cappella di una mansio Templare, ci evidenzia questo possibile legame.

Siamo tornati sui nostri passi, dopo un anno che ci ha sorpresi più volte a ripensare all’incanto di questa opera d’arte. Siamo tornati perché sentivamo che ancora qualcosa avrebbe suscitato la nostra meraviglia. Nella nostra prima visita infatti avevamo cercato più stretti legami del luogo con la cultura templare, adesso speravamo di trovare l’antico simbolo della Triplice Cinta che viene frequentemente associata a luoghi di appartenenza templare. La ricerca non è sempre facile dato che la posizione in cui essa viene ritrovata non risponde a canoni precisi e può sfuggire alla vista soprattutto se la luce del luogo non cade radente ai muri in modo tale da evidenziare l’incisione.

Poiché la Triplice Cinta viene ritrovata in varie collocazioni: muri, soglie, sedili di chiostri e pavimenti abbiamo scrutato a lungo con meticolosità l’interno della chiesa ed uscendo, i suoi bei portali e la pavimentazione perimetrale ma nessun segno e nessun piccolo incrocio evidenziava il particolare tracciato.

Per ottenere un maggior dettaglio delle mura fortemente illuminate dal sole, siamo ricorsi al teleobiettivo della telecamera che ci ha permesso di avvicinare anche le superfici perimetrali sotto il margine del tetto. E lì finalmente una Triplice Cinta, parzialmente nascosta da materiale cementizio sovrapposto, si è rivelata ad un’altezza di circa 10 metri dal suolo, sulla parete posteriore est della navata di destra.

Triplice Cinta

La sua posizione inconsueta convalida l’ipotesi di un suo utilizzo come simbolo, di cui peraltro ne rimane sconosciuto il vero significato ma certamente esclude, almeno in questo caso, il suo utilizzo come tabula lusoria.

Azzardiamo quindi un’ipotesi: la Triplice è forse un trait d’union tra l’Ordine Monastico Benedettino e l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone? Ci poniamo questa domanda e ci ripromettiamo di cercare risposta nei monasteri d’Abruzzo fondati dall’Ordine Benedettino, i cui cenobiti ebbero un ruolo fondamentale nel dare corso alla riconquista della Terra Santa. Ricordiamo peraltro che in Francia, durante il Concilio di Clermont nell’anno 1095, furono i benedettini Abate Ugo di Cluny e Papa Urbano II, che fu priore della stessa abbazia, e un ristretto gruppo di nobili, tra cui Goffredo di Buglione, ad elaborare la decisione di convocare la “Prima Crociata” in Terra Santa. Da lì origineranno le enigmatiche vicende del primo ordine monastico-guerriero.

Bibliografia

  1. L’altro Impero Cristiano, Eduardo R. Callaey, iTrofei
  2. Il Mistero delle Cattedrali gotiche, Fulcanelli, ed. Mediterrane

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Oratorio di San Pellegrino a Bominaco

Dall’altopiano di Navelli, a circa 1000 metri d’altezza, l’Oratorio di San Pellegrino e la Chiesa di Santa Maria Assunta, dominano sulla via Appulo Sannitica, meglio nota come statale 17, che collega le città di Foggia e L’Aquila. Da qui si gode di una vista degna di una falcone in quota e la piacevole brezza che si leva dalla vallata rinfresca l’accaldato visitatore nelle più assolate giornate estive. Le due chiese facevano parte originariamente di un unico complesso monastico benedettino nel comune di Bominaco un tempo noto come Momenaco. Le origini del complesso risalgono tra il III e IV secolo epoca in cui un missionario laico, San Pellegrino, giunto dalla Siria in Italia subì il martirio. Sul luogo della sua sepoltura fu inizialmente costruito un sacello e successivamente una chiesa nell’VIII secolo. Anche Carlo Magno fu legato alla storia di questo luogo santo, dato che donò alla chiesa 500 mogge (circa 170 ettari) di terra e la mise sotto la protezione dell’Abazia di Farfa. Da allora la comunità benedettina fiorì insieme alle genti del luogo coinvolte nelle numerose attività dei frati. Grazie alle conoscenze dei frati furono avviate nel territorio vere e proprie aziende agricole con poli di smistamento commerciale e fiorirono le arti. Nel 1001 il cenobio divenne indipendente da Farfa e tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo fu costruita nel complesso monastico la Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta. Nel 1423 il complesso monastico non fu risparmiato dalla guerra scatenata dal condottiero Braccio da Montone che minacciò seriamente lo Stato Pontificio. Fu per riconoscenza alla nobiltà aquilana che aveva fermato l’avanzare del condottiero ponendo fine alla sua esistenza, che il Sommo Pontefice concesse il patronato sull’abazia di Bominaco al Conte di Forfona. A lui fu concesso anche il diritto di nominare l’Abate. Ciò sconvolse l’ordinamento monastico in quanto la figura dell’Abate, Padre e Maestro, veniva eletta da sempre dalla stessa comunità monastica. I monaci abbandonarono dunque Bominaco agli inizi del ‘500, la loro meta è tutt’ora ignota. Fu così che la curia romana si impadronì della ricchezza generata dai monaci. Infatti le abazie che venivano col tempo “acquisite” diventavano per lo Stato Pontificio delle ricche prebende da concedere ai dignitari dell’alta gerarchia ecclesiastica composta per lo più da cardinali. Nel 1750 una bolla di Benedetto XIV fece diventare l’abazia di Bominaco una semplice parrocchia sotto la giurisdizione del vescovo di L’Aquila.

Oratorio San Pellegrino
Oratorio San Pellegrino Pronao

Benché l’esterno dell’Oratorio di San Pellegrino si presenti austero nella sua semplicità, al suo ingresso, il visitatore si trova immerso in un affrescato universo policromo che lo avvolge lasciandolo attonito. Gli affreschi sono stati realizzati sia sulle pareti laterali che sulle volte del tetto senza soluzioni di continuo. Numerosi sono i temi raffigurati seguendo come filo discorsivo la vita di Gesù Cristo. Vengono così rappresentati la scena dell’Annunciazione, la Natività, la presentazione di Gesù al Tempio, l’ingresso trionfale a Gerusalemme la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, la deposizione e la sepoltura del Cristo. Non sono invece raffigurate le scene che riguardano la Crocefissione e la Resurrezione. Difficile pensare ad una dimenticanza…..

Affreschi Navata

Ma gli affreschi che ci colpiscono maggiormente sono quelli a cui generalmente non viene dato risalto forse perché “imbarazzanti” per una chiesa cattolica. Di uno di questi ci siamo già occupati nel post dedicato a San Cristoforo. Oltre al simbolismo alchemico della figura del Santo vogliamo ricordare il suo legame con la divinità egizia Anubi, raffigurata col corpo di uomo e la testa di cane e custode del mondo dei morti. Nel Medioevo il culto di San Cristoforo era largamente diffuso sia in Oriente che in Occidente. La festa del santo si celebrava in occidente il 25 luglio (nel 1969 la Chiesa ha tuttavia rimosso la celebrazione dal calendario dei santi). La sua festa cadeva durante la canicola, periodo che andava dal 25 luglio al 26 agosto, quando Sirio la splendente stella della costellazione del Cane Maggiore aveva la sua levata eliaca. Motivo per cui il santo veniva raffigurato nell’iconografia bizantina come Santo Cinocefalo. In Francia e Germania era usanza il 25 luglio sacrificare a San Cristoforo un gallo, proprio come narrava Plutarco era usanza fare in Egitto per Anubi. San Cristoforo nelle antiche raffigurazioni era dipinto anche con una veste particolarmente decorata, con mantello e cintola e una fronda di palma o un albero sradicato in mano, questi ultimi due elementi caratteristici anche delle raffigurazioni di Anubi. Il fatto che le immagini del santo rappresentino una semplice cristianizzazione delle immagini del dio egizio è inoltre attestato dal fatto che spesso statue del santo venissero poste all’ingresso delle chiese con la funzione di custode proprio come Anubi era il guardiano dell’oltretomba.

San Cristoforo Cinocefalo
La “Pesatura delle anime”

Nel nostro Oratorio di Bominaco la figura del santo è posta sulla parete d’ingresso immediatamente a destra del portale. Nel nostro caso il suo legame con la divinità egizia appare rafforzato dalla presenza di un’altra raffigurazione che si trova sulla parete destra della chiesa in prossimità dell’ingresso: la Psicostasia ossia l’antico rito della pesatura delle anime.

Con il termine Psicostasia si indica la cerimonia, raffigurata nel Libro dei Morti dell’antica religione egizia, a cui il defunto veniva sottoposto prima di poter accedere all’oltre vita. Nella cerimonia il defunto viene accompagnato da Anubi al cospetto dei giudici. Anubi si occupa anche della pesatura materiale del cuore del defunto raffigurato da un vaso che viene posto su di un piatto della bilancia, mentre sul piatto opposto viene posta Maat (la giustizia) raffigurata da una piuma. Thot, dio della saggezza prende nota del risultato della pesatura sul suo “Libro della Vita”. Se il cuore, sorta di “scatola nera” delle azioni compiute in vita bilancerà la piuma, allora il defunto sarà dichiarato “giusto” ed ammesso al regno dei morti. In caso contrario, il cuore verrà dato in pasto ad Ammit, posto ai piedi della bilancia, essere composito raffigurato con la testa di coccodrillo, leone nella parte anteriore del corpo ed ippopotamo nella parte posteriore. Alla fine del rito il defunto “giusto” viene presentato da Horus ad Osiride il dio dell’oltretomba.

Thot con Ammit
Dea Tuart

Lo studioso Adrian Gilbert ci dà un’interpretazione un po’ diversa del rito della pesatura della anime. Secondo Gilbert il rito avveniva all’interno della Grande Piramide nella Camera del Re. In base al risultato della pesatura, l’anima del morto poteva lasciare la terra e congiungersi ad Osiride nel mondo celeste oppure essere inghiottita non dal mostro Ammit ma dalla dea Tuart, anche lei dall’aspetto poco rassicurante , molto simile ad Ammit, con la testa di coccodrillo ed il corpo di leone. Una particolarità ancora non chiara della famosa Camera del Re è la presenza di due pozzi, cosiddetti perché si è ipotizzato una loro funzione di areazione. In realtà questi condotti sembrano essere dei puntatori celesti indirizzati uno a sud che al tempo della costruzione della piramide puntava al punto di culminazione alla stella Al-Nitak nella cintura di Orione, mentre l’altro pozzo era orientato verso la stella polare di allora Alfa-Draconis. Mentre Osiride è associato alla costellazione di Orione che quindi rappresenta il paradiso, la Stella Polare è simboleggiata dalla dea Tuart. Due erano dunque i possibili destini dell’anima: congiungersi ad Osiride nell’oltre vita o essere divorata da Tuart per rinascere nuovamente sulla terra. La dea infatti era raffigurata sempre in stato di gravidanza avanzata, essendo considerata anche la divinità protettrice delle donne incinte. La reincarnazione era dunque considerata una seconda chance per cercare di guadagnare nuovamente il paradiso. Questa interpretazione renderebbe il culto egizio simile alle religioni orientali ma anche al credo cristiano gnostico. Nell’oratorio di Bominaco il rito della “pesatura delle anime” non è rappresentato nei termini egizi ma come veniva raffigurata nell’epoca medioevale, come risulta da quei pochi esemplari che rimangono visibili oggi. Spesso nelle fasi di ristrutturazione delle chiese alcuni affreschi venivano ricoperti da altri nuovi, più conformi ai dettami del credo vigente.

Oratorio San Pellegrino – San Michele e la Pesatura delle Anime

Nel nostro caso colui che presiede al rito della pesatura è San Michele che regge la bilancia. Sui due piatti della bilancia vi sono le anime giudicate, rappresentati come piccoli uomini a bordo di un vascello, come si intende dalla presenza di una polena. (Un volto è cancellato forse qualcuno non gradiva assomigliare a qualche anima dannata). San Michele, alter ego di Thot, regge in una mano la bilancia e nell’altra un globo con raffigurata una croce con l’estremo inferiore a doppio uncino (ancora crociforme). Nelle icone bizantine San Michele è raffigurato generalmente con espressione seria, occhi grandi e allungati, vesti molto ricche, simili a quelle degli imperatori e in mano regge il globo o la bilancia. La cosa suggestiva di questa raffigurazione è l’evidente richiamo della croce con doppio uncino ad un altro simbolo cruciforme di significato dualistico l’Abraxas.

Abraxas

Con questo nome gli gnostici chiamavano l’Eone Supremo, la conciliazione del Bene e del Male, il dio creatore del mondo divino. Questo dio era distinto da quello della Bibbia, che per gli gnostici aveva solo creato l’imperfetto mondo materiale quale Demiurgo. L’Abraxas viene infatti citato nei papiri di Nag Hammâdi, fonti dirette dell’antico gnosticismo. Ciò rappresenta un tangibile legame di discendenza culturale dell’ordine benedettino dal cenobitismo di San Pacomio, monaco egiziano, ex militare, vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Ricordiamo che i papiri di Nag Hammâdi, contengono ciò che è scampato alla furia distruttrice del cattolicesimo: i Vangeli Gnostici e altri scritti appartenenti al Corpus Hermeticum. Sono per l’esattezza 13 papiri, che furono ritrovati nel 1945 in una giara di terracotta da pastori del villaggio di al-Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell’isola di Nag Hammâdi. I monaci li avevano verosimilmente occultati per non farli distruggere quando lo gnosticismo venne giudicato un’eresia da parte della nascente chiesa cattolica. Ricordiamo che il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia grazie anche all’incontro con l’abate Servando, latore della regola pacomiana, avvenuto presso il Protocenobio di San Sebastiano ad Alatri.

Viverna
Grifone

Quali elementi verticali di divisione della navata troviamo due plutei affiancati rappresentanti il destro una viverna e il sinistro un grifo, insieme costituivano il divisorio tra i battezzati e catecumeni.

Il grifone è un mostro favoloso con testa, ali e artigli d’aquila, corpo e zampe posteriori di leone. L’origine del tema iconografico risiede in Mesopotamia e in Egitto intorno al 3000 a.C. Spesso presente come tema decorativo nell’arte dell’antica Persia, il grifone divenne per gli Ebrei il simbolo della dottrina persiana dei Magi. Nell’Anatolia, assunse la funzione simbolica di guardiano dell’oro iperboreo, sorvegliante della mistica coppa di Dioniso. Nel simbolismo cristiano indica la duplice natura di Cristo: divina, rappresentata dall’aquila e, terrena, simboleggiata dal leone. Il simbolo del grifone era inoltre raffigurato, con la funzione di psicopompo, sui sarcofagi etruschi e romani. Fu poi eletto a guardiano della tomba e della risurrezione sui sarcofagi della prima arte cristiana. Come sul sarcofago merovingio di Charentondu-Cher, risalente al VII secolo, in cui vengono raffigurati diversi grifoni affrontati intorno a un calice, da alcuni interpretato come fonte di vita, da altri come calice eucaristico. Anche nel caso dell’Oratorio di San Pellegrino ritroviamo questo fantastico animale come custode del calice. Frequentemente la raffigurazione di una coppia di grifoni affrontati sono posti a custodia dell’albero della vita nell’arte di origine orientale. Il grifone inoltre nel simbolismo della mistica dell’ascesi può acquistare il significato di animale custode del viaggio iniziatico e dunque custode dell’immortalità.

La viverna è una creatura leggendaria simile al drago, se ne differenzia per il fatto di avere dimensioni inferiori, solo due zampe e per la caratteristica coda ad uncino o simile ad un serpente. Questo particolare animale fantastico durante il medioevo era considerato di grande utilità per la stregoneria, in relazione alla loro naturale affinità con gli incantamenti. Da un punto di vista ornamentale la viverna, insieme al drago, veniva utilizzata frequentemente nel medioevo per decorare stipiti ed architravi, spesso con associati tralci di vegetazione e fiori che scaturivano dalle loro fauci come nel motivo del Green Man. Nell’antico Oriente il drago rappresenta una divinità benefica connessa all’elemento acquatico. Mentre nella cultura cristiana cattolica è un simbolo malefico associato a Satana. Il drago incatenato o sottomesso ai piedi di un santo o della Vergine simboleggia per i cattolici della sacra romana chiesa la sconfitta del male.

Tuttavia per il resto del mondo il simbolo del drago o del serpente, il termine latino draco viene tradotto infatti sia “drago” sia ”serpente”, ha tutt’altro significato. Nell’antico Egitto il serpente era simbolo di conoscenza e saggezza e per questo motivo era presente sulle corone dei faraoni (Ureo). Nelle civiltà dell’America precolombiana era venerato il Serpente Piumato. Questa divinità, conosciuta con diversi appellativi, Quetzalcoatl per gli Aztechi, Kukulkan per i Maya, Gukumatz per i Quichè, era strettamente legata al sapere. Il Serpente Piumato aveva portato a questi popoli le conoscenze astronomiche, agricole e del computo del tempo. Altri detentori del sapere sono associati al simbolo del serpente. Mercurio, Hermes per i Greci, dio dell’eloquenza reggeva il caratteristico caduceo: due serpenti attorcigliati attorno ad un bastone. Ma lo stesso caduceo è retto anche da Ermete Trismegisto, il leggendario maestro di sapienza ed autore del Corpus Hermeticum, di cui abbiamo già accennato riguardo il ritrovamento dei Vangeli Gnostici a Nag Hammâdi. Il simbolo del serpente è infatti legato alla conoscenza anche per gli gnostici cristiani. Vi fu una particolare corrente gnostica nel II secolo che venerava la figura del serpente : gli Ofiti, dal greco ὄφις, “serpente” o Naasseni dall’ebraico nâhâsh, “serpente”. Anche per gli Ofiti il serpente era ritenuto donatore della conoscenza gli uomini. In particolare essi credevano che il Dio del Vecchio Testamento, creatore del mondo materiale quale Demiurgo, ma inferiore al Dio Supremo Padre di tutti avesse creato Adamo ed Eva, i primi uomini, per essere venerato da loro e li aveva rinchiusi nel giardino dell’Eden. Ma Sophia (la Saggezza) mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito (la mela) per risvegliare la loro conoscenza (gnosi) i cui livelli erano superiori a quelli del Demiurgo Yahweh. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all’insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, a causa del Demiurgo, restava sopita. E’ infatti mangiandoil frutto dell’Albero della Conoscenza che Adamo ed Eva conoscono la Verità: il Dio creatore è un Dio inferiore.

Questo legame del serpente con il “risveglio” e la conoscenza rivelata è anche presente nella cultura indiana. Non a caso lo gnosticismo ha molto in comune con le concezioni di base dei Veda dell’antica India. Il parallelo più evidente è presente nel nome: la parola “Veda” significa “Conoscenza”, proprio come la parola “gnosi”. Nella filosofia dello Yoga indiano il serpente arrotolato e addormentato è il simbolo di Kundalini: la conoscenza assopita che risiede nel perineo, alla base della colonna vertebrale. Tramite le tecniche Yoga essa viene risvegliata e risale lungo la colonna, attraversando i sette punti di forza denominati Chakra per giungere all’apice del capo fino a sfociare dalla sutura cranica (l’aureola dei santi cristiani può forse essere considerata un simbolo di illuminazione?). La manifestazione del risveglio della Kundalini è la consapevolezza e la conoscenza del passato presente e futuro, un’espansione della coscienza.

Il nostro viaggio partito dall’Abruzzo è terminato in India per dimostrare ancora una volta il potere del simbolo quale filo conduttore delle aspirazioni verso il divino che accomuna popoli e religioni. Il simbolo supera i concetti di tempo e spazio per diventare conoscenza universale, forse rivelata?

Bibliografia:

  1. Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, James Hall, Longanesi
  2. Bominaco, Serafino Lo Iacono OSB., Bominaco 1995
  3. Treccani.it, Enciclopedia dell’Arte Medioevale
  4. La Triplice Via del Fuoco nel Mosaico di Otranto, Francesco Corona, Atanòr
  5. I Re Pellegrini, Adrian Gilbran, Corbaccio
  6. I Vangeli Gnostici, Elaine Pagels, Oscar Mondadori
  7. Il Libro dei Morti degli Antichi Egiziani, G. Kolpaktchy – D. Piantadina, Atanòr

San Cristoforo e la sua simbologia alchemica

Immagine” Prima d’essere cristiano Cristoforo si chiamava Offerus; era una specie di gigante, dalla mente molto ottusa. Quando raggiunse la maggiore età, si mise in viaggio dicendo che voleva servire il più grande della terra. Gli consigliarono d’andare alla corte di un re molto potente che fu ben contento d’avere un servitore così forte. Un giorno il re, sentendo un menestrello pronunciare il nome del diavolo, terrorizzato, si fece il segno della croce. – Perché fai così? Chiese subito Cristoforo. – Perché io ho paura del diavolo, rispose il re. – Ma se lo temi, non sei dunque tanto potente? Allora io voglio servire il diavolo. – Così detto, Offerus si allontanò dalla corte.
“Dopo una lunga marcia alla ricerca di questo potente monarca, vide avanzare una grande schiera di cavalieri vestiti di rosso; il loro capo era nero e gli disse: – Che cosa desideri? – Io cerco il diavolo per servirlo. – Io sono il diavolo, seguimi. – E così Offerus si trovò arruolato nei servitori di Satana. Un giorno, durante una lunga corsa. La schiera infernale incontrò una croce sul bordo della strada; il diavolo ordinò di tornare indietro. – Perché? Chiese Offerus, sempre desideroso d’imparare. – Perché io temo l’immagine ci Cristo. – Se tu temi l’immagine di Cristo, significa che che tu sei meno potente di lui; allora io voglio entrare al servizio del Cristo. – Offerus, da solo, passò davanti alla croce e continuò la sua strada. Incontrò un buon eremita e gli chiese dove avrebbe potuto vedere Cristo. – Dovunque, rispose l’eremita. – Non capisco, disse Offerus, ma se dici la verità, quali servizi gli potrebbe rendere un giovanotto robusto e sveglio come me? – Bisogna servirlo, rispose l’eremita, con la preghiera, i digiuni e le veglie. – Offerus fece una smorfia. – Non c’è un altro modo per diventare ben accetto? chiese. – L’eremita comprese con chi aveva a che fare e, presolo per mano, lo condusse sulla riva d’un torrente impetuoso, che scendeva da un’alta montagna; qui giunto, gli disse: – Tanta povera gente che ha attraversato quest’acqua è morta annegata; resta qui, e porta sull’altra riva, sulle tue robuste spalle quelli che te lo chiederanno. Se farai questo per amore di Cristo, egli ti riconoscerà come suo servitore. – Volentieri lo farò per amore del Cristo, rispose Offerus. – Quindi si costruì una capanna sulla riva e giorno e notte, trasportò i viaggiatori che glielo chiedevano. Una notte, spossato dalla stanchezza, dormiva profondamente; lo svegliarono dei colpi bussati alla porta, e udì la voce di un bambino che, per tre volte, lo chiamò per nome! Si alzò, pose il bambino sulle larghe spalle ed entrò nel torrente. Arrivato nel mezzo del letto, vide che improvvisamente il torrente diventava sempre più gonfio e minaccioso, le onde si ingrossavano e si precipitavano contro le sue gambe nerborute per rovesciarlo. Egli faceva del suo meglio per resistere, ma il bambino pesava come un grosso fardello; allora, nel timore che di lasciar cadere il piccolo viaggiatore, sradicò un albero per appoggiarsi; ma i flutti s’ingrossarono ancora, ed il bambino stava diventando sempre più pesante. Offerus, temendo di vederlo morire, alzò la testa verso di lui e gli disse: – Bambino, perché diventi così pesante? Mi sembra di star portando il mondo. – Il bambino rispose: – Non solo tu porti il mondo, ma anche colui che che ha fatto il mondo. Io sono il Cristo, tuo Dio e tuo padrone. In ricompensa dei tuoi buoni servigi, io ti battezzo nel nome di mio Padre, nel mio proprio nome ed in quello dello Spirito Santo; d’ora in poi ti chiamerai Cristoforo. – Da quel giorno, Cristoforo andò viaggiando per il mondo per insegnare la parola di Cristo.”  Questa è la leggenda così come viene riportata da Amédée de Ponthieu nel suo “Légendes du Vieux Paris”.

La figura di San Cristoforo, simbolo cristiano di pellegrinaggio e di viaggio interiore verso la verità della parola di Cristo, è anche simbolo di elevata importanza per la dottrina ermetica. Il nome Cristoforo è visto, nella tradizione cristiana, col significato di “colui che porta il Cristo” ma la cabala fonetica svela un altro significato insito nel nome Cristoforo, ossia Crisoforo “colui che porta l’oro”. In chiave alchemica rappresenta, come afferma Fulcanelli, un vero è proprio “geroglifico dello zolfo solare o dell’oro nascente, innalzato sulle onde mercuriali e poi portato dall’energia propria di questo mercurio, al grado di potenza posseduta dall’Elisir.” Il sentito culto di cui godette il Santo in epoca medioevale è al pari dell’elevato valore simbolico attribuitogli dagli alchimisti.

In Abruzzo sono presenti due eccezionali esempi di raffigurazione pittorica medioevale di questa simbologia presenti rispettivamente nella Chiesa di San Tommaso a Caramanico Terme e nell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco. In entrambi gli affreschi l’analogia simbolica esistente tra questo rozzo gigante che porta il Cristo e la materia primitiva che veicola l’oro, identificante un ruolo di primaria importanza nell’Opera Alchemica, viene esplicitata attraverso particolari pittorici. Il fatto che l’esecutore o gli esecutori dei emtrambi gli affreschi avessero la conoscenza di questo significato o che quanto meno ne riproducessero fedelmente la simbologia, è dimostrato dalla precisa scelta dei colori delle vesti del Santo. Secondo Aristotele infatti il mercurio ha come colore emblematico il grigio o il viola proprio come la raffigurazione di San Cristoforo in entrambi gli affreschi. Ma ciò è ancora più evidente nel motivo della cintura trapuntata, presente nell’affresco della Chiesa di San Tommaso, secondo linee incrociate simili a quelle che a dire degli alchimisti si formano sulla superficie del solvente mercuriale “quando esso sia stato preparato canonicamente”. Tali forme geometriche persistono ed appaiono con maggior definizione quando venga messo a sciogliere oro nel solvente mercuriale per portare il nobile metallo al suo stadio primitivo ossia quello di “oro giovane o ringiovanito, alias Oro Bambino”. Quindi, Cristoforo portatore di Gesù Bambino, ovvero Crisoforo (Mercurio) portatore dell’Oro Giovane nel suo significato ultimo di rinascita e perpetua rigenerazione.

L’innalzamento dell’oro nascente sulle onde mercuriali è invece espresso simbolicamente dalla cintura a balze dell’affresco dell’Oratorio di San Pellegrino.

La raffigurazione simbolica di San Cristoforo diventa pertanto emblema d’iniziazione misterica in cui è nesessario lasciare dietro di sè le spoglie della rozza ignoranza per assumere le vesti di una nuova conoscenza rivelata.

Bibliografia:

Il mistero delle Cattedrali – Fulcanelli – Edizioni Mediterranee

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Fiore della Vita

Il fiore ed il bocciolo sono simboli universali di giovinezza. A causa della disposizione dei petali rassomigliante una stella, il fiore e’ anche associato al sole. al globo o al centro. Innocenti annunciatori della primavera, i fiori sono simbolo di vitalita’, della fine dell’inverno e della vittoria della vita sulla morte.
Nella simbologia Cristiana il calice, aperto alla sua sommita’, suggerisce il ricevimento dei doni di Dio ma anche la natura transitoria della bellezza terrena che puo’ essere durevole unicamente nei giardini del Paradiso. Cio’ aiuta a capire l’antica usanza di collocare le tombe nel contesto di giardini o di adornarle con fiori. Dato che le prime chiese Cristiane ospitavano le tombe dei martiri, le stesse chiese venivano decorate con motivi floreali.
Nel Taoismo un “bocciolo d’oro” che cresce dalla corona sulla testa, simboleggia la piu’ elevata illuminazione mistica.
Nella cultura Azteca Xochiquetzal, letteralmente “il fiore che si erge diritto” era il nome della dea associata alla fertilita’. Sempre nella cultura azteca “le guerre del fiore” erano detti i rituali combattimenti tra imperi aztechi confinanti finalizzati unicamente alla cattura di prigionieri da sacrificare sugli altari di entrambi gli schieramenti rivali.
Il fiore della vita tuttavia non puo’ essere considerato una semplice stilizzazione floreale decorativa in quanto nelle sua apparente semplicita’ sintetizza un’elaborata concezione geometrica. Questa figura e’ infatti costruita mediante la sovrapposizione di piu’ cerchi  che si intersecano seguendo uno schema ben determinato.  I cerchi hanno tutti lo stesso diametro e sono posti tra loro a pari distanza in modo che il centro di ogni cerchio cada sulla circonferenza di quello vicino, intersecandosi l’un l’altro secondo uno schema esagonale.  Il risultato visivo immediato che si ottiene e’ la ripetizione armonica di una figura costituita da sei petali racchiusa in archi esagonali che a sua volta e’ inscritto in un cerchio.

Il fiore della vita con i suoi sei petali simboleggia lo stesso numero 6. Il 6 è associato all’ordine della struttura e alla perfetta armonia. Nelle sacre scritture 6 sono i giorni dedicati alla realizzazione del cosmo. Il numero 6 possiede delle particolarità matematiche, essendo il primo dei numeri perfetti. Il 6 è infatti allo stesso tempo somma e prodotto dei primi tre numeri interi (1+2+3=6 e 1x2X3=6). Lo stesso spazio tridimensionale è definito da sei direzioni: avanti, indietro, sinistra, destra, alto e basso. Nella geometria dei solidi le sei direzioni possono essere racchiuse nelle sei facce di un cubo, nei sei vertici di un ottaedro e nei sei spigoli di un tetraedro, noti anche come solidi platonici. Nella geometria piana invece il triangolo pitagorico di lati 3, 4 e 5 ha sia area che semiperimetro pari a 6. Il numero 6 è ricorrente anche in diverse strutture cristalline come quella dei fiocchi di neve, del quarzo e della grafite. Soprattutto il numero 6 è il cardine della geometria della vita in quanto una struttura di sei atomi di carbonio disposti ad esagono costituisce una struttura basilare della chimica organica.

Bibliografia:

  1.  Quadrivium – Numero, gerometria, musica, astronomia. Sironi Editore 2011.
  2.  Dictionaty of Symbolism – Cultural Icons & The Meanings Behind Them; Hans Biedermann; Meridian 1994.

 

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Il simbolo ed il suo significato

Lo scopo di questo parte del sito e’ anche quello di esplorare l’affascinante mondo dei simboli ricercando non solo il loro significato e utilizzo ma usandoli come guida per ripercorrere la storia fino ai tempi piu’ remoti con il fine ultimo di svelarne i suoi reconditi misteri.
Molte sono le domande che ci hanno portanto a compiere questo cammino e piu’ risposte trovavamo, maggiore diventava la nostra consapevolezza dell’immensa importanza che il simbolo ha avuto fin dalle epoche piu’ lontane della storia dell’uomo.
I simboli non sono solo semplici segni utilizzati ai fini pratici in una societa’, essi sono ingrado di trasmettere informazioni dei piu’ svariati generi in maniera straordinariamente sintetica, immediata ed efficace.  Attraverso lo studio dei simboli  e’ possibile conoscere non solo il livello di evoluzione di una societa’, sia sul versante tecnico-scientifico che spirituale, ma anche conoscere fatti piu’ pratici come con chi intraprendevano rapporti di scambio economico-culturale, con chi stringevano allenze, rendendo possibile rintracciare i legami tra le varie comunita’ che hanno popolato e tuttora abitano il nostro mondo. Il simbolo puo’ svelare molto di cio’ che non si e’ compreso a pieno della storia o che non si e’ voluto raccontare. Il simbolo puo’ dare nuovi significati agli eventi storici del passato e a quelli a noi piu’ prossimi ma soprattutto puo’ risalire il flusso inesorabile degli eventi fino alla fonte originaria.

 

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