Santa Brigida – Santuario della Madonna Addolorata

 

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La cappella originaria risale al X secolo e fu forse edificata sui resti di un precedente edificio sacro pagano di probabile origine celtica. L’edificio attuale è la risultante di una serie di trasformazioni che si sono succedute nell’arco di circa un millennio, caratterizzate da vari ampliamenti e abbellimenti in relazione al suo ruolo di “chiesa matrice” della Valle Averara. La chiesa di Santa Brigida, staccatasi dalla pieve di San Pietro di Primaluna in Valsassina, nel corso del XIV secolo fu infatti la prima parrocchia dell’antica Valle Averara.

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L’edificio è a una sola navata, divisa in cinque campate a sesto acuto, sorrette da pilastri in pietra; la copertura è a capanna, sostenuta da travi in legno decorato e da un assito a vista; due balaustre in marmo policromo separano la navata dal presbiterio, la cui volta è decorata da stucchi barocchi. Il campanile, a cuspide piramidale, ha la parte inferiore parzialmente inglobata nella chiesa e presente una piccola cella campanaria a quattro aperture. Sul lato meridionale si apre un porticato coperto dallo spiovente del tetto della chiesa e sorretto da tre pilastri e quasi interamente decorati da affreschi. Questi affreschi, al pari di quelli che adorano le pareti interne, risalgono XII secolo e sono ascrivibili ad frescanti locali, tra cui Pietro de Asenelis (ciclo del portico) e Angelo Baschenis (dipinti della cappella di San Nicola da Tolentino).

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A seguito della costruzione della nuova parrocchiale, la chiesa ha assunto il nuovo titolo di Santuario della Madonna Addolorata.

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L’antica comunità della Valle Averara, insediatasi sui monti al confine con la Valtellina la Val Sarsina, in un mondo di transumanza di persone, di merci e di animali che rendevano i monti luoghi di continui passaggi e scambi e non barriere di divisione, vide sorgere in tempi antichissimi la chiesa di Santa Brigida, nome che nel tempo venne dato al Comune.

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Questa chiesa divenne col tempo una delle sette pelle la cappellani e culturale, dipendenti dalla chiesa madre di San Pietro di prima luna in Val Sarsina, come dalla scarto Lario attribuito a Goffredo da Bruxelles ero. In un atto rogato dal notaio Antonio della Torre di prima luna il 7 aprile 1368 si dice che nella prima postura della piede pieve di San Pietro di prima luna già operavano sette cappellanie curate, di pendenti dalla Chiesa madre di S. Pietro di Primaluna in Valsassina, come dal cartolario attribuito a Goffredo de Bussere. In un atto rogato dal notaio Antonio della Torre di Primaluna il 7 aprile 1368 si dice che nella prevostura della pieve di S. Pietro di Primaluna già operavano sette “cappellani li quali hanno cura delle anime per se“. Tali cappellani delle chiese curate risiedevano presso le loro chiese, consolidando sempre più il distaccamento dalla chiesa matrice. Tra queste chiese c’era Santa Brigida di Averara e Santa Maria di Valtorta.

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A loro volta nei secoli poi, le chiese della Valle Averara si staccheranno, con decreto vescovile, dalla matrice di Santa Brigida: così il 26 luglio 1456 le chiese di Santa Margherita di Curzio e di Sant’Ambrogio di Ornica, nel giugno del 1523 quella di San Giovanni Battista di Mezzoldo, il 23 ottobre 1566 quella di San Giacomo di Averara e nel 1611 quella di San Bartolomeo di Cassiglio. L’antica dipendenza della chiesa di San Pietro di Primaluna, fece sì che la chiesa di Santa Brigida, come tutta la Valle Averara, forse parte della diocesi di Milano e si officiasse secondo il rito Ambrosiano; e questo a tutt’oggi. Particolare è la dedicazione all’irlandese Santa Brigida di Kildare (453-524 ca), abbadessa e protettrice dell’Irlanda, che è santa di un mondo celtico che si rifà, nel nome di Brigida, anche ad antiche divinità. È una santa propria di un mondo montano agricolo pastorale ricordata da antichi racconti e leggende. La nostra chiesa di Santa Brigida fu costruita in luogo alto sulle frazioni abitate, ben isolato e lontano.

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Oggi la raschiatura e la scrostatura fatta nei restauri alla parete di monte dell’antica chiesa, permette di comprendere la trasformazione, i significativi ingrandimenti ed innalzamenti avvenuti nel tempo e ben segnati dalla linea di stacco delle diverse murature. Su tale parete si può leggere che dal secolo XIV la torre campanaria era inserita nel vivo della navata, che ben cinque porte di passaggio d’entrata, di diverse fatture e dimensione, sono state tamponate, così come cinque finestre e due feritoie diagonali, più antiche. Oggi dal lato nord, la la chiesa prende luce solo da un una lunetta del presbiterio. Pur nell’adeguamento, nell’ampliamento e nell’innalzamento della chiesa, l’orientamento canonico est-ovest non è cambiato. A valle il livellamento è stato ottenuto con ripiena artificiale che rende più slanciato il muro absidale.

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In facciata un portale in pietra sagomata e lavorata è opera secentesca, come pure l’ampia finestra che lascia però i resti di un rosone chiuso per l’ulteriore rialzo e che fa capire che il livello della chiesa era più basso, se San Carlo nella sua visita, il 23 ottobre 1566, ci dice che entrando in chiesa ” si scendevano cinque gradini “. Interessanti in facciata anche le antiche aperture delle finestre soprattutto della feritoia che dovrebbe riferirsi alla chiesa primitiva. Nel XV secolo ci fu l’innalzamento della chiesa e la costruzione del portico in facciata sud. Il portico, elemento ed ambiente con simile in tutte le antiche chiese battesimali dell’alta valle, era inizialmente più basso, ma venne poi sopraelevato, come ci dimostra la porta laterale d’entrata, quella detta degli uomini, oggi chiusa e tagliata dal pavimento. Il portico, che dava sul cimitero, era il luogo dell’assemblea degli “homini liberi ed vicini” (ossia delle vicinie, delle frazioni) che ivi si trovavano per deliberare sulle cose del Comune e della chiesa, che era retta da due sindaci e da un tesoriere eletti ogni due anni dall’assemblea dei capifamiglia.

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La chiesa fu sicuramente consacrata il 7 agosto 1468 dal monsignor Paolo Neapolitano, vescovo suffraganeo del cardinale di Milano Stefano Nardini. Non è certa, né documentata la tradizione, tramandateci anche con iscrizioni recenti, secondo cui San Carlo Borromeo, nella sua prima visita pastorale dalla sera del 23 ottobre 1566, riconsacrò la chiesa. La visita pastorale è ricordata con un affresco oggi riportato sulla parete di fondo, che ci presenta lo stemma del santo cardinale e ci dà notizia della visita pastorale, ma nulla della riconsacrazione. La seconda visita pastorale di San Carlo avvenne l’8 luglio 1582. Nella relazione conseguente, si parla della presenza nella chiesa di quattro altari, oltre il maggiore: quello della Madonna, l’altare di San Gottardo, l’altare nella cappella di San Nicola e quello di Sant’Agata. Altre visite pastorali vennero effettuate al tempo di San Carlo da parte dei suoi delegati, che dovendo seguire l’attuazione di quanto il cardinale aveva prescritto. Interessante la descrizione che il delegato vescovile Leonetto Chiavone fa dopo la visita del luglio 1569. Egli ci dice che la chiesa alle pareti per lo più ornate di affreschi, che ha quattro porte ed una dà nella casa del curato, che le finestre sono otto con due aperture circolari. La chiesa era pavimentata e dotata di tre campane. La porta del campanile, come oggi, dava sulla navata e il tetto era retto, sempre come oggi, da quattro arcate coperte con travi ed assito dipinti. Il tetto era coperto da “piode”, ardesia. Sull’arco trionfale era posto un bel Crocefisso, oggi ancora presente sull’altare maggiore. Due erano le sacrestie. Al fianco dell’altare maggiore, al lato evangelo vi era la cappella della Madonna e in lato epistola la cappella di San Gottardo. Con accesso dal presbiterio esisteva anche un ambiente sepolcrale che era l’ossario e sulla parete sopra l’ingresso era raffigurata la figura della morte con l’arco in mano e che si trascinava legate in fila le vittime già cadute.

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Affreschi macabri sono visibili ancora nel portico e, sotto l’altare, con ingresso esterno, esiste ancora l’ambiente seminterrato dell’ossario. Mancava in chiesa il pulpito e la sistemazione della fonte battesimale. Importante per la chiesa di Santa Brigida la concessione per gli abitanti di una particolare indulgenza. La Bolla, firmata da San Carlo datata 3 dicembre 1575, è conservata presso la casa parrocchiale. Alla fine del ‘500 venne costruita la Cappella del Battistero con accesso dalla parete nord appena dentro l’entrata. Nella ristrutturazione del ‘900 la cappella venne abbattuta ed oggi esternamente si può vedere murato l’arco d’accesso a detta cappella. Il 24 giugno 1611 ci fu la visita del cardinale Federigo Borromeo e tra le prescrizioni ci fu la sistemazione nella chiesa della tomba della famiglia De Pezzijs, la famiglia del grande pittore Giampaolo detto Cavagna. Alla fine del seicento risalgono le sistemazioni barocche degli altari laterali, con colonne in finto marmo e stucchi, come nel 1653 si era abbellito in stucco l’arco trionfale e l’arco di fondo con statue in stucco raffiguranti Sant’Ambrogio e Santa Brigida, come pure si erano poste le statue, sempre in stucco, di San Giuseppe e Sant’Antonio da Padova alla base della prima arcata. E’ con tali interventi che purtroppo vanno persi i cicli d’affresco della volta e delle pareti del presbiterio raffiguranti la storia di Santa Brigida. Nel 1737 venne innalzato esternamente al limite del cimitero, di fronte al portico, una grande cappella ossario con altare, dove fu concesso celebrare la messa e dove fu traslata la statua della Vergine Addolorata. Tale costituzione fu abbattuta nel 1925. Il 25 giugno 1754 ci fu la visita pastorale del cardinale Giuseppe Pozzo Bonelli, salito in alta valle a consacrare le chiese di Cusio ed Ornica, che nella sua relazione tra l’altro ci dice che nella chiesa gli altari sono tre: quello della Madonna del Rosario, quello di San Gottardo e quello di San Carlo. Il cardinale Pozzo Bonelli fu l’ultimo vescovo di Milano a compiere una visita pastorale in Valle Averara. Il 22 ottobre 1784 il vescovo di Bergamo Dolfin, riguardo una diatriba tra l’arciprete di Santa Brigida e il parroco di Averara, ricordava il curato di Santa Brigida che la parrocchia era passata alle dipendenze della Diocesi di Bergamo. Nel 1858 la chiesa venne dotata di un eccellente organo a Deodato Bossi, oggi nella nuova parrocchiale. Nel 1925 la nuova parrocchiale prese il posto dell’antica, che rimase solitaria come Santuario della Madonna Addolorata. Vennero abbattute la casa del curato a nord e l’ossario dell’antico cimitero. Con gli anni crebbe il centro estivo del patronato San Vincenzo che adottò e rianimò per anni l’antica parrocchia di Santa Brigida.

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Il primo incontro con la chiesa di Santa Brigida avviene sotto l’antico portico dove si può leggere la trasformazione e le aggiunte architettoniche della chiesa, ma dove ci accolgono importanti cicli di affreschi che sono solo una parte di quelli originali. Alle pareti immagini di Sant’Antonio Abate, di Sant’Ambrogio, di San Defendente soldato, di San Cristoforo che giganteggia, di San Paolo, di Santa Margherita, di Santa Caterina e di San Giovanni Battista ci dicono della devozione degli antenati. Numerose sono le maestà della Vergine con il Bambino è molta e molto fiorentina è l’Annunciazione alla testata del portico. La Deposizione nell’arco soglio di un’antica tomba, sempre alla testata del portico, è un riporto da sopra l’ingresso del primo ossario dal presbiterio. Anche i tre pilastri sono affrescati e firmati dall’autore, il pittore Petrus de Asenelis con la data marzo 1444. Della famiglia degli Asinelli pittori e affrescato pure lo stemma, sopra l’antica porta degli uomini, oggi murata. Gli affreschi erano voti devozionali realizzati dai vari e numerosi artisti della Valle Averara e in modo speciale di Santa Brigida, come i Baschenis, i Guerinoni, gli Asinelli, gli Scanardi, gli Scipioni e i Pezziis.

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Sul fondo del portico l’affresco della Vergine con il Bambino alla figura allegorico della morte sono i resti di un’antica cappelletta esterna della Madonna e di quel ciclo di affreschi macabri verso l’ossario sotto il presbiterio. Entrati in chiesa osserviamo il presbiterio, cui si accede salendo tre gradini di marmo nero della locale Valle dei Gatti e che è delimitato dalla navata da balaustra sempre marmo nero decorato con intarsi floreali. L’abside a fondo dritto era affrescata con una grande scena della Crocifissione, di cui rimane parte dei due crocifissi accanto a Gesù, che invece è scomparso, mentre ai piedi della croce rimane parte della schiera dei dolenti. L’opera si può riferire ad un buon pittore della fine del ‘400. Ai piedi ed ai lati di questo grande affresco, vi sono due riquadri affrescati: quello di destra raffigurante la Madonna tra San Rocco e San Sebastiano, datato 5 aprile 1483 e con un’invocazione contro ogni pestilenza e quello di sinistra con il Cristo nell’avello con ai lati San Lorenzo e Sant’Onofrio, datato 1478. La preghiera delle piaghe di Gesù scritta in caratteri gotici sull’avello, è un testo che ritroviamo in altri affreschi in valle. Questi due riquadri risentono di un gusto tardo gotico e facevano parte del primo ciclo di affreschi coperti dalla Crocifissione. Nella lunetta, sempre dell’abside, è stato inserito all’inizio del ‘900 il dipinto raffigurante la deposizione di Gesù opera del pittore Domenighini, primo direttore della scuola d’arte Fantoni di Bergamo. Lungo le pareti c’erano continui cicli di affreschi, ora ridotti a pochi lacerti, come l’immagine della Vergine sul muro di rientranza del campanile o quella di San Sebastiano nella cappella un tempo di Sant’Agata, ora della Madonna, o di Sant’Antonio Abate sulla lesena presso il presbiterio, dove purtroppo si è per tutto il ciclo della vita di Santa Brigida. Molto particolare e interamente affrescata la cappella di San Nicola da Tolentino nella seconda campata a sud. Gli affreschi denotano un doppio strato di pitture. Più antica, sullo sfondo della cappella, la sequenza di otto figure, raffiguranti il Cristo e gli Apostoli, come le figure di San Sebastiano e San Caterina all’attacco dell’arco soglio della cappella. Sopra tali affreschi vennero stesi nuovi ed è in riquadri si narra la vita di San Nicola. Alla sommità in terna dell’arcata ecco il Cristo Pantocratore, in mandorla e nimbo, attorniato dai simboli dei quattro evangelisti e nel primo intradosso dell’arco, da una parte e dall’altra, i quattro dottori della Chiesa: Sant’Ambrogio, San Gerolamo, San Gregorio e Sant’Agostino. Al sommo della parete, la scena della crocifissione e ai lati i primi riquadri con le scene della vita del Santo, spiegata pure, nella cornice, in lingua volgare. L’opera viene generalmente attribuita ad Angelo Baschenis, autore con tanto di firma degli affreschi nella chiesa di Ornica nel 1485.

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Tra le altre opere merita attenzione il bel Crocifisso cinquecentesco sull’altare maggiore, opera di validissimo scultore locale. Agli altari laterali, a destra il quadro con la scena della decorazione di San Giovanni Battista è opera veramente eccellente e unanimamente riferita a Carlo Ceresa (1609-1679). Molto bello anche il piccolo dipinto cinquecentesco del Cristo Risorto sulla cartina del tabernacolo. Alla parete la tela raffigurante il martirio di Sant’Agata è buono opera di fine ‘500. All’altare di sinistra domina la palla seicentesca di maniera, raffigurante Sant’Antonio di Padova. Sulla parete nord, l’ancona lignea intagliata ed indorata è una buona opera settecentesca di bottega locale, proveniente dall’oratorio di San Lorenzo a Carale. La statura della Madonna Addolorata, posta in tale ancona, venne acquisita nel 1935. Alla parete dell’ultima campata nord, il bel dipinto raffigurante la Madonna in Gloria con il Bambino e ai piedi San Carlo e San Giovanni Battista e lo stemma del donatore Goglio, è chiaramente opera della bottega di Carlo Ceresa, anche se sente un po’ troppo della mano degli allievi. Sulla parete di fondo infine notiamo lo stemma di San Carlo, affresco riportato e che era stato eseguito in occasione della visita dell’ottobre 1566 solennemente ricordata.

 

 

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la leggenda delle Anguane – L’incantevole Val Pusteria

Le anguane, sono chiamate anche acquane, langane, ecc. comunque siano chiamate queste creature esse sono “donne delle acque”, legate cioè alle sorgenti d’acqua (e di laghi e laghetti nelle Dolomiti Bellunesi ce ne sono circa un centinaio). Si narra che esse furono probabilmente le ultime donne celtiche, che per fuggire la dominazione romana, si rifugiarono nelle grotte vicino ai laghi e torrenti, (esse sono chiamate anche “angane”, il loro nome celtico).
https://www.google.it/amp/s/mickycompany.wordpress.com/2007/10/23/la-leggenda-delle-anguane/amp/

Il primo utilizzo del numero “0”

Un nuovo studio dell’Università di Oxford ha scoperto il più antico utilizzo del numero “0” al mondo. Il numero appare centinaia di volte in un antico testo indiano noto come il manoscritto di Bakhshali. Il manoscritto consiste di 70 fogli di corteccia di betulla, pieni di testi in sanscrito e di matematica. In precedenza era […]

via Il primo utilizzo del numero “0” scoperto sul manoscritto di Bakhshali — Il Fatto Storico

Scoperto un tunnel pre-azteco sotto la Piramide della Luna — Il Fatto Storico

Sotto la grande e maestosa Piramide della Luna, nell’antica città di Teotihuacán (oggi a 40 km da Città del Messico), gli archeologi hanno scoperto un tunnel segreto costruito verso il 100 a.C. dalla civiltà pre-azteca che qui abitava. La Piramide della Luna è il secondo edificio più grande del sito dopo la Piramide del Sole […]

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Le 9 scoperte archeologiche più grandi del 2016 — Il Fatto Storico

Quest’anno gli archeologi hanno portato alla luce dei tesori che hanno rivelato non solo strane pratiche (come la costruzione di una piramide dentro una piramide dentro una piramide), ma anche i segreti di alcuni dei manufatti più noti. Dai Rotoli del Mar Morto alla più giovane mummia mai trovata in Egitto, da un complesso megalitico […]

via Le 9 scoperte archeologiche più grandi del 2016 — Il Fatto Storico

La Danza Macabra

La danza macabra è un tema iconografico tardo-medievale nel quale è rappresentata una danza fra uomini e scheletri.
Gli scheletri sono una personificazione della morte, mentre gli uomini sono solitamente abbigliati in modo da rappresentare le diverse categorie della società dell’epoca, dai personaggi più umili, come contadini e artigiani, ai più potenti, come l’imperatore, il papa, principi e prelati.

Il soggetto ha la funzione di memento mori (“ricordati che devi morire”) e, rispetto ai soggetti apocalittici più diffusi nell’alto medioevo, come le rappresentazioni del giudizio universale, esprime una visione più individualistica della morte e talvolta anche una certa ironia nei confronti delle gerarchie sociali dell’epoca. È importante notare che con il tempo la figura della Morte come agente della volontà divina scompaia, lasciando iconograficamente soltanto i cadaveri, simboli del conturbante richiamo dell’aldilà, laicizzando l’ideale della morte stessa.

La diffusione del tema, assieme ad un certo compiacimento nella rappresentazione di scheletri e di morti, è stata messa in relazione con la grande peste del 1348, che infuriò in tutta Europa e che rese la morte un fenomeno familiare nei vari paesi europei. Alberto Tenenti sottolinea come il “senso di pietà” per la propria sorte e l’ironia tragica, tipica di questi componimenti, siano stati passaggi fondamentali per liberare l’uomo dall’ideale cristiano della morte.

I dipinti dedicati a questo tema sono visitabili in varie località d’Europa: Italia, Croazia (Cristoglie, Vermo), Francia, Germania, Svizzera, Estonia ecc.

Una delle più antiche raffigurazioni conosciute della “Danza macabra” è senza dubbio quella che venne realizzata, a Parigi, lungo una delle mura del vecchio Cimitero degli Innocenti, nel 1424. Da qui il nome venne consacrato con il suo termine latino Chorea macabæorum. Questo murale andò distrutto nel 1669, ma venne subito copiato su mura di altri cimiteri europei, come quello vicino la Cattedrale di Saint Paul, a Londra.

Danza Macabra
Danza Macabra – Oratorio dei Disciplini di Clusone

L’oratorio dei disciplini di Clusone oltre a mostrare un esempio di danza macabra, espone sulla sua facciata esterna rivolta verso la Basilica di Santa Maria Assunta, altre due raffigurazioni macabre: Il Trionfo della Morte e L’incontro tra i tre vivi e i tre morti.

Basilica di Santa Maria Assunta
Basilica di Santa Maria Assunta – Facciata

 

Basilica di Santa Maria Assunta clusone
Basilica di Santa Maria Assunta – Portico

L’oratorio dei disciplini di Clusone, in val Seriana in provincia di Bergamo, è un edificio di origine medievale voluto dalla confraternita dei disciplini come sede del proprio ordine. L’edificio, dalla struttura semplice, possiede un ciclo di affreschi di grande valore, del 1484- 1485, come riportato dai registri della congregazione, dipinti dal pittore clusonese Giacomo Borlone de Buschis.

All’esterno, sulla parete di facciata, i dipinti dei macabri si dividono in cinque parti, su vari registri.

Il Trionfo della Morte

In alto centrale, il Trionfo della Morte: la Morte viene raffigurata come una grande regina che sottomette tutti a sé; è rappresentata come uno scheletro trionfante avvolta in un mantello e con una corona sul capo. Essa sventola dei cartigli dove è scritto: Gionto (e sonto) per nome chiamata morte/ferisco a chi tocherà la sorte;/ no è homo chosì forte/che da mi no po’ a schanmoare e Gionto la morte piena de equaleza/sole voi ve volio e non vostra richeza/ e digna sonto da portar corona/perché signorezi ognia persona. Il cartiglio trattenuto dalla morte, prosegue con altre due scritte: Ognia omo more e questo mondo lassa/chi ofende a Dio amaramente pasa 1485 e Chi è fundato in la iustitia e (bene)/ e lo alto Dio non discha(ro tiene)/la morte a lui non ne vi(en con dolore)/ poy che in vita (lo mena assai meliore). L’eloquenza di questi versi non salva nessuno; la morte nella sua veste di regina non accetta doni, non ne è interessata, la sola ricchezza che conosce è la vita delle persone. Non salva nessuno, sceglie in modo accidentale, la sorte decide chi colpire, ma non pone a tutti i medesimi dolori, tutto è dipeso dall’onesta della vita di ognuno. Detti cartigli contengono parte di una lauda cantata dai confraternita dei Disciplini nei loro incontri, il pensiero della meditatio mortis aveva fortemente caratterizzato il XV secolo, periodo di grandi cambiamenti.

Sotto i cartigli, sono raffigurati i potenti della terra: un doge, un vescovo, e un cavaliere, un re interpella un ebreo per capire come corrompere la morte. Tutti la implorano offrendole ricchezza, offrendole un regno, ma nulla può sovvertire, o ritardare, nella sua giustizia che non fa differenze, l’unica cosa vera e certa della vita, se non la sua morte. Ai piedi della morte, in un sepolcro di marmo, giacciono i corpi del Papa e dell’Imperatore, circondati da serpenti, rospi e scorpioni, emblemi di superbia e morte improvvisa. Questo sta a simboleggiare la sua potenza, che non risparmia nessuno.

La raffigurazione del doge conferma il dominio della Serenissima e viene identificato in Mocenigo, il doge morto di peste, mentre il Papa in Sisto IV morto l’anno precedente; anche gli altri personaggi vengono identificati in Filiberto duca di Savoia, il conte Pietro dal Verme, e Costanzo Sforza duca di Pesaro. La grande Regina, in ogni caso, colpisce in modo spietato, aiutata da altri scheletri. Questi aiutanti che stanno al suo fianco hanno il compito di uccidere. Quello che si trova a destra della Morte tiene in mano una specie di archibugio e colpisce senza pietà un gruppo di persone imploranti posizionate sopra il cartiglio che dice che la morte colpisce in modo doloroso soltanto chi offende Dio mentre porta ad una vita migliore chi pratica la giustizia, mentre alla sua sinistra uno scheletro colpisce con tre dardi come le tre frecce che la tradizione greco-romana assegna a Saturno, il dio che governava il passato, il presente ed il futuro.

L’Incontro dei tre vivi e dei tre morti.

A sinistra, nello stesso registro, inserito nella rappresentazione del Trionfo della Morte, l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti. Rappresenta tre cavalieri che in diversi atteggiamenti hanno incontrato, durante una partita di caccia col falcone, la morte.

È la freccia lanciata dallo scheletro posizionato sul trionfo della morte a colpire il cacciatore, mentre nascosti nel verde di un bosco alcune persone guardano e commentano quanto accade nella scena.

La danza macabra.

Nel registro mediano la danza macabra, con una scritta che divide i due livelli: O ti che serve a Dio del bon core non havire pagura a questo ballo venire ma allegramente vene e non temire poj chi nasce elli convene morire. Un ritmo di personaggi che da sinistra a destra attraversano la scena, raffigurando un valore egalitario della morte. Ogni individuo in vita, ha un’espressione impaurita, disperata, incontra il proprio cadavere che sorridendo confonde la sua paura. Personaggi, di rango inferiore dal registro precedente, che non hanno doni da offrire, ma che hanno la medesima apprensione, ma che vengono accompagnati, rappresentando la giustizia che è della morte, che se non può cambiare le situazioni sociali su questa terra accompagna tutti in modo equanime nella morte.

Partendo da sinistra il primo personaggio che si incontra è una figura femminile con in mano uno specchio che riflette l’androne affollato di scheletri alle sue spalle; riprende la raffigurazione presente in Basilea, dove la medesima porta una scritta che tradotta dice: ‘’i miei tratti mostrano la vita e lo specchio riflette la morte’’

Il secondo personaggio è un disciplino celato dal cappuccio, in mano tiene il flagello con il quale si frusta la spalla destra, egli rappresenta la committenza dell’affresco, il solo raffigurato fra due scheletri.

Il terzo personaggio è un contadino, figura presente in tante altre raffigurazioni; egli indossa una calzabraca consumata e buca sulle ginocchia. Porta un pastone sulla spalla a cui è appesa una sacca.

Il quarto è un oste, e proprio il recipiente che tiene in mano tipico del XVI secolo lo rende riconoscibile.

Un funzionario di giustizia è il quinto personaggio, un podestà con funzioni giudiziarie, questo era infatti l’incarico della Serenissima dal 1427; in mano regge il bastone del comando e indossa in paio di stivali in cuoio di foggia tedesca.

Il sesto è il solo che volge lo sguardo verso l’esterno dell’affresco, ed è ben tenuto dallo scheletro. Ben vestito con la mano destra infilata in una borsa legata alla vita, questo lo identifica come mercante o usuraio, personaggio raffigurato nella maggior parte delle danze macabre.

Il settimo personaggio è un giovane che tiene tra i capelli biondi un pennino, in mano tiene un cartiglio; viene identificato come uno studente o un giovane letterato.

Dell’ottavo e ultimo personaggio ben vestito è difficile identificarne la professione non essendo rimasta traccia di un attributo che lo renda riconoscibile.

Tutti questi personaggi hanno un forte legame con le danze macabri tedesche e francesi. A Basilea dove è presente una grande raffigurazione era presente il vescovo bergamasco Francesco Aregazzi amico di San Bernardino molto vicino ai disciplini committenti dell’affresco di Clusone.

Il Giudizio universale

Nel registro inferiore ora molto danneggiato, si trova l’ultima rappresentazione dei novissimi. Nella parte sinistra una bocca spalancata di Lucifero accoglie le anime, raffigurate nei corpi femminili nudi, facendole bruciare nel fuoco, questo a rappresentare l’inferno. Mentre sulla parte destra un gruppo di disciplini oranti, incappucciati ed inginocchiati versato in atto di preghiera ad indicare proprio questa come unica via verso il paradiso. Doveva essere questa l’indicazione della via da seguire, i due opposti, i Vizi e le Virtù.

 

Biblografia

  • Guseppe Vallardi, IV p. 8, in Trionfo e Danza della Morte, o Danza Macabra a Clusone, Bergamo anno=1859.
  • Astorre Pellegrini, Nuove illustrazioni sull’affresco del Trionfo e Danza della morte di Clusone, 1978.
  • Domenico Giudici, Il Trionfo della Morte e la Danza Macabra: grandi affreschi dipinti in Clusone nel 1485, Clusone, 1903.
  • Tullia Franzi , Luigi Angelini, La Danza Macabra di Clusone, Firenze, 1950.
  • Ardesio Frugoni, I temi della morte nell’affresco della chiesa dei Disciplini a Clusone, 69 Tip del Senato, Roma, Bollettino Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, 1957.
  • Guido Bonandrini a cura del Turismo pro Clusone e Biblioteca civica centro culturale, Il trionfo della Morte e la Danza Macabra:Clusone 1485-1985, Ferrari Editrice, 1985.
  • anno 1994-1997, Il Trionfo della Morte e le Danze Macabre. Atti del VI Convegno Internazionale, Clusone.
  • anno 1998, Ognia omo more. Immagini macabre nella cultura bergamasca dal XV al XX secolo= autore= Antonio Previtali, Mino Scandella, Matteo Rabaglio, Giosuè Bonetti prefazione Franco Cardini, Ferrari editrice.
  • Giuseppe Bonetti e Matteo Rabaglio, Danze macabre e riti funebri degli altri, Milano (Castello Sforzesco, Sala della Balla)anno= 1999, Atti della giornata di studi.
  • Alberto Tenenti, Humana Fragilitas. I temi della morte in Europa tra Duecento e Settecento, Clusone, Circolo Culturale Baradello- Ferrari editrice, 2000.
  • La signora del mondo. Atti del convegno internazionale di studi sulla Danza macabra e il Trionfo della morte, Clusone, 2003.
  • Mauro Zanchi, Il theatrum Mortis nel nome della vita eterna, Ferrari Editrice

 

 

 

La leggenda del serpente piumato

 

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Quetzalcoatl, il dio serpente, signore della creazione, del sapere e del vento, era il re della città degli dèi. Era totalmente puro, innocente e buono. Nessun compito era troppo umile per lui. Spazzava persino i sentieri degli dèi della pioggia, così che essi potessero venire a portare acqua alla terra.

L’astuto fratello di Quetzalcoatl, Tezcatlipoca, il dio dei guerrieri, del cielo notturno e del fulmine, era infuriato per la sua assoluta bontà. Così decise, con alcuni amici, di fargli un brutto scherzo, trasformandolo in un furfante in cerca di piaceri. “ Gli daremo un volto ed un corpo umani !” sogghignò. Mostrarono a Quetzalcoatl il suo nuovo aspetto umano in uno specchio fumoso. Appena Quetzalcoatl vide il suo nuovo volto, si sentì posseduto da tutti i desideri materiali che affliggono il genere umano. Allora Quetzalcoatl gridò inorridito “ Non sono più adatto ad essere un re! Non posso comparire davanti al mio popolo in questo modo! ” Il dio chiamò a sè Xolotl, il coyote. Questi era legato a Quetzalcoatl come fosse la sua stessa ombra, gli fece un manto di piume verdi, rosse e bianche prese dall’uccello quetzal. Gli fece anche una maschera di turchesi, una parrucca e una barba di piume blu e rosse. Poi gli dipinse le labbra di rosso, colorò la fronte di giallo e fece in modo che i suoi denti sembrassero quelli di un serpente.

Quetzalcoatl assunse così le sembianze del leggendario serpente piumato. Ma Tezcatlipoca aveva pensato a uno scherzo da fare al fratello. Gli diede del vino, dicendo che era una pozione per curare la sua malattia. Quetzalcoatl, che non aveva mai bevuto alcolici, si ubriacò. Mentre era stordito, Tezcatlipoca lo convinse a fare l’amore con sua sorella, Quetzalpetatl. Quando ritornò in sé, Quetzalcoatl si vergognò amaramente di quel che aveva fatto. “ Questo è un giorno funesto! ” disse, e decise di morire. Quetzalcoatl ordinò ai suoi servitori di fare una cassa di pietra, poi vi si stese e rimase lì dentro per quattro giorni. Infine si rialzò e disse ai suoi servitori di riempire la cassa con tutti i suoi tesori più preziosi e di sigillarla. Detto questo il dio si recò sulla riva del mare e lì indossò il manto di piume di quetzal e la maschera di turchesi. Poi si diede fuoco, e di lui non rimase più niente, a parte le ceneri sulla spiaggia. Da queste ceneri sorsero degli uccelli favolosi che salirono al cielo, i quetzal.

Quando morì Quetzalcoatl il sole non sorse per quattro giorni, poiché il dio era sceso nella terra dei morti con Xolotl per vedere il padre, Mictlantecuhtli. Quetzalcoatl disse a suo padre che era venuto a prendere le preziose ossa che custodiva per popolare la Terra, e il signore dei morti acconsentì. Quetzalcoatl e Xolotl presero le ossa preziose e ritornarono nella terra dei vivi. Quetzalcoatl spruzzò il suo sangue sulle ossa e diede loro la vita. Le ossa divennero il primo popolo, i Toltechi. Il dio insegnò al genere umano molte cose importanti. Egli trovò il mais, che era custodito dalle formiche, e insegnò agli uomini a coltivarlo. Insegnò agli uomini come lucidare la giada, come fare tessuti e creare mosaici. Ma soprattutto insegnò loro come misurare il tempo e capire le stelle, e stabilì il corso dell’anno e delle stagioni. Alla fine giunse il giorno in cui il serpente piumato dovette lasciare che gli uomini se la cavassero da soli. Quando quel giorno sorse, apparve nel cielo la stella Quetzalcoatl, ovvero il pianeta Venere. Per questo il dio è chiamato Signore dell’Alba. Alcuni dicono che Quetzalcoatl andò verso est su una zattera di serpenti, ma un giorno tornerà……..

Occultismo al CERN?

E` recentemente emerso online un video di una strana cerimonia avvenuta al CERN, dove, degli individui incappucciati, si sono riuniti attorno alla statua di Shiva e hanno messo in scena il rituale dell’”accoltellamento” di una donna vestita di bianco. Il video, girato da un edificio vicino, mostra alcuni individui vestiti con cappucci neri, mentre camminano nella piazza principale […]

via CERN: La cerimonia occulta — Neovitruvian’s Blog

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